Vladimir Levchev letto da Eliza Macadan

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Vladimir Levchev, Amore in piazza, Terra d’ulivi edizioni, 2016
Trad. Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo
Nota di lettura di Eliza Macadan

 

Amore in piazza o da un lager all’altro

Dopo la caduta del muro di Berlino – un muto gigante che ci ha divisi per un bel tratto della storia contemporanea e che in questo delicato momento geopolitico minaccia di innalzarsi di nuovo – il poeta Vladimir Levchev ha lasciato non solo il paese d’origine, ma anche il continente, per andare alla ricerca di una libertà che gli è stata negata fin dalla nascita, alla ricerca di una specie di terra promessa. E quale terra sarebbe stata più promettente di quella del Paese più democratico del pianeta? Soprattutto nel caso di Levchev, che era un studioso di lingua e letteratura inglese e con una seconda lingua di espressione, appunto l’inglese?

In materia di libertà di espressione, non sapiamo con certezza quali siano state le avventure vissute da Vladimir Levchev durante i suoi primi tre decenni di vita e come le forche caudine del materialismo dialettico abbiano influito sulla sua creazione poetica. Possiamo solo dedurre, dalla datazione dei testi, che lui ha avuto il diritto di pubblicare, che non ha offeso il regime di Zivkov così tanto da essere messo all’indice. Sarebbe stato difficile, perché un simile comportamento – ostile all’ordine stabilito dal regime di Sofia, avrebbe avuto delle conseguenze dirette sulla posizione di suo padre, anche lui noto poeta in quel periodo, oltre che  detentore di una carica pubblica che richiedeva un “dossier pulito”, origini sociali sane, una scrittura degna dell’appartenenza alla “letteratura socialista”.

Non conosco in profondità il funzionamento della dittatura di Zivkov, ma posso immaginare che abbia avuto similitudini con quelle in atto negli altri Paesi satelliti della Mosca sovietica. Da questo punto di vista potrei affermare senza timore di sbagliare che per scrivere e pubblicare in quei anni bui le condizioni erano almeno due, e parlo di quelle maggiori: essere un protegé del sistema politico en place oppure essere così geniale da poter fregare la censura, che era un’istituzione in sé, una specie di big brother che dall’alto degli uffici del partito unico sorvegliava come un padreterno la classe degli intellettuali che creavano le opere per il partito unico del popolo operaio. Comunque sia, io ho individuato nell’opera poetica di Levchev due periodi distinti: quello inerente gli anni in cui si trovava al di là del muro, muro visto da Roma o Milano, e quella quando ha avuto la possibilità di volare via non dal suo Paese, ma da un continente che è stato così maleficamente diviso da interessi che avevano la loro origine, guarda caso, oltre oceano. Come avevamo detto prima, Lecvchev ha scelto, per sue ragioni, gli Stati Uniti. Arrivato lì, l’uomo e il poeta trovano uno spazio che svela sembianze d’inferno in terra -razze, classe, miseria e potenza, ricchezza e povertà, tutti gli opposti insieme, nella stessa struttura sociale. Il bene e il male ben mischiati.

L’anima fragile del poeta, ora, nella nuova era appena iniziata, quella della libertà e delle libertà, cerca e trova le parole così come sono, senza più celare i sensi, non vela più, anzi, dà il suo nome ad ogni cosa. Il discorso lirico ne risente qualche volta, non ci si lamenta più, non si sogna più, ci si mostra lucidi, attenti e critici: si grida, si indigna, si invocano, anzi, si chiamano all’ordine le forze sovrane del mondo: il Bene e Il male, Dio e il Diavolo. Dalla speranza a lungo sognata, ma anche coltivata lungo l’intero arco della giovinezza, rimane solo un nome di quartiere nella Sofia postcomunista. La politica sembra aver tutto risolto, alla sua maniera e con i suoi mezzi, s’intende. Ma il Poeta vede che qualsiasi politica è solo un dettaglio della Storia. Da questo angolo si potrebbe leggere l’intera raccolta di Levchev. La sua non è poesia civile, termine che io disapprovo perché rende  irrisorio un dato genetico essenziale di ogni poeta. Chi non ce l’ha, vuol dire che non è uscito mai fuori dai laboratori di scrittura, oppure che l’esistenza è stata così generosa con lui da permettergli di sperimentare, giocare, esplorare la parola senza la necessità di vedere la verità nuda. Così inizia il libro del poeta bulgaro: con un sogno in cui si vede nudo in piazza. E’ la poesia che dà il titolo della raccolta e rimanda all’episodio biblico della Caduta, a lungo dibattuto dalle varie teologie. L’oralità della maggior parte dei testi poetici permette una lettura teatrale, che accresce la carica emozionale. Solo verso la fine dell’antologia, la voce del poeta abbassa il volume e diventa quasi telegrafica. Si scelgono perciò le parole essenziali.

E’ questa un’antologia ben costruita, un libro che nelle sue all’incirca 70 pagine scende nell’anima del suo lettore, la preme qua e là, la accarezza, la incoraggia per poi lasciarla abbandonata al suo destino, segnato fin dalla nascita. Il nulla? Vladimir Levchev, durante il percorso poetico tracciato in questo libro, è un intellettuale dell’Est, ma anche un uomo tout court – realista e fatalista, che vede tutto e grida tutto, esclama, protesta ma, allo stesso tempo si lascia andare, accetta l’ordine politico esistente, qualunque
esso sia, si sottomette, per poter continuare a scrivere, a far sentire la sua voce.

La poesia di Vladimir Levchev metterà i lettori italiani davanti a una visione disadorna sul fare poesia. Quando si nasce sotto un regime totalitario e si nasce poeti, si ha nell’Dna un sensore che detta tutto ciò che di falso e nocivo la società propone e impone all’individuo. Levchev ha avuto la sfortuna di nascere in uno spazio che è stato abbandonato a una delle più odiose forme di regime del ventesimo secolo. E’ nato, cresciuto e maturato durante quegli anni, anche se per estrazione sociale non apparteneva alla classe unica degli oppressi, sarebbe a dire il popolo operaio che viveva spesso nutrito solo per poter andare anche l’indomani in fabbrica.

Aver scelto un indirizzo universitario nelle scienze umanistiche, la dice lunga sul tipo di sensibilità che caratterizza l’autore bulgaro. Una ipersensibilità che con il passare degli anni, ma anche delle mode politiche, si trasforma tante volte nel desiderio di dire le cose  come sono e non suggerirle, di puntare il dito, di chiamare fame la fame e dittatura la dittatura, crimine il crimine, di qualunque stampo o appartenenza.

Una poesia che esce da una mente fredda e lucida e, nello stesso tempo,  da un’anima incandescente, tortuosa, torturata e tormentata.

E’ sempre difficile scrivere una nota di lettura su un libro di poesia, soprattutto quando non si dispone degli strumenti teorici della letteratura. Il compito intimorisce quando quell’autore è per te quasi uno sconosciuto, non conoscendo bene la lingua originale in cui scrive. E non la conosci anche se Sofia e Bucarest sono a sei ore di macchina una dall’altra. Ma sei sempre più sicuro che qualcosa di distante dalla politica può cambiare i destini dell’umanità.

Consiglio di rileggere più d’una volta “Amore in piazza”. Io ho proseguito pagina per pagina, senza andare alla fine, senza vedere la postfazione fatta dal poeta Fabrizio Dall’ Aglio, per riuscire a sentire il polso del libro. Per avvertire la melodia dall’inizio alla fine. Per occare un po’  le fonti, le sorgenti di questa poesia. Fin dalle prime pagine ho avuto un piacevole sentore di familiarità, ho avuto ’impressione di trovare qualcosa che conosco, che mi somiglia in qualche modo, qualcosa che anch’ io ho scritto, anche se scegliendo un’ altra forma.

Le poesie di Vladimir Levchev sono d’ amore, di disperazione, di terrore davanti all’implacabilità del destino umano. Rimane, però, una speranza.

Non dimentichiamo che stiamo parlando di una traduzione e che, come sempre, si deve guardare con gratitudine verso i traduttori.  Una bellissima versione questa fatta da Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo, dove si avverte talvolta il magistero di una ri-creazione adeguata al timbro originale, un suono nuovo che ha giovato molto a quello originale, dopo una lettura in bulgaro delle poesie che più mi sono piaciute.

Segnalo infine l’intervento di Fabrizio Dall’Aglio che, nella postfazione, mette in evidenza con grande chiarezza il ruolo e la missione di questo contributo letterario.

Eliza Macadan

 

 

Una selezione di poesie di Vladimir Levchev è stata pubblicata da Atelier (qui) nel Febbraio 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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