Tres Poemas: Dulce María Loynaz

Traduzione a cura di Emilio Capaccio

 

Dulce María Loynaz (1902-1997), è considerata una delle voci più significative della poesia intimista cubana. Per il riconoscimento della sua opera, tradotta in molte lingue, le è stato offerto di ricoprire molte cariche autorevoli. Nel 1951, è stata eletta membro dell’Accademia Nazionale di Arti e Lettere di Cuba. Otto anni più tardi, entra nell’Accademia Cubana della Lingua. Nel 1968 è eletta membro della Real Academia Española. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui: il Premio Miguel de Cervantes, nel 1992 e, l’anno seguente, il Premio Federico García Lorca.

 

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XXXII

Ayer quise subir a la montaña, y el cuerpo dijo no.

Hoy quise ver el mar, bajar hasta la rada brilladora, y el cuerpo dijo no.

Estoy desconcertada ante esta resistencia obscura, esta inercia que contrapesa mi voluntad desde no se dónde y me sujeta, me suelda invisibles grillos a los pies.

Hasta ahora anduve todos mis caminos sin darme cuenta de que eran justamente esos pies los que me llevaban, y me llené de todos los paisajes sin fijarme si entraban por mis ojos, o los llevaba ya conmigo ante de que se dibujaran en el horizonte, y alimenté luceros, sueños, almas, sin reparar en que las propias venas se me vaciaban de la sangre prodigada.

Ahora pregúntome qué estrella vendrá a exprimirse gota a gota dentro del corazón exhausto, qué fuente habrá para abrevarlo como animal cansado…

Pregúntome qué haré sobre la tierra con este cuerpo inútil y reacio. Y ligo decir al cuerpo todavía.

—¿Qué haré con esta chispa que se creía sol, con este soplo que se creía viento…?

 

 

XXXII

Ieri volevo salire alla montagna, e il corpo ha detto di no.

Oggi volevo vedere il mare, scendere fino alla rada splendente, e il corpo ha detto di no.

Sono sconcertata davanti a questa oscura resistenza, questa inerzia che contrappesa la mia volontà da non so dove e mi tiene, mi salda ferri invisibili ai piedi.

Finora ho camminato tutte le mie strade senza rendermi conto che erano proprio quei piedi che mi portavano, e mi sono riempita di tutti i paesaggi senza accorgermi se entravano dai miei occhi, o se li portavo già con me prima che fossero disegnati all’orizzonte, e ho alimentato astri, sogni, anime, senza comprendere che erano le mie stesse vene a svuotarsi di sangue prodigato.

Ora mi chiedo quale stella verrà a spremersi goccia a goccia dentro il cuore esausto, quale fonte ci sarà per abbeverarlo come un animale stanco…

Mi chiedo che cosa farò sulla terra con questo corpo inutile e riluttante. E ancora dico al corpo.

—Che ne farò di questa scintilla che si credeva sole, di questo soffio che si credeva vento…?

 

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XLIV

Tú estas muerto. ¿Por qué agitas los brazos ante mí y remueves tu voz por dentro de la ceniza en que se apagó hace tanto tiempo?

Tú estás muerto, te digo que estás muerto, y no puedes volver a poner tu mano sobre mi via.

Nada puedes contra mí, que soy viva; nada contra mi corazón tibio, joven, puro todavía.

Tú estás muerto. Eres una podredumbre que se echa a un lado, que se cubre con tierra, que se limpia con agua de las manos si llega a tocarse. ¡No me toques a mí, que estoy viva, que tengo mi vino que beber y mi rumbo que seguir!…

Nada tienes que ver conmigo. ¡No me agites los brazos por delante, ni me muestres los dientes blancos, alineados todavía, que yo sé que así se les quedan por mucho tiempo a los muertos!…

Tú eres un muerto. ¿No lo comprendes? Y yo llevo el amor en los brazos… ¡Déjame pasar!

 

 

XLIV

Tu sei morto, perché agiti le braccia davanti a me e rimuovi la tua voce dalle ceneri in cui s’è spenta tanto tempo fa?

Tu sei morto, ti dico che sei morto, e non puoi tornare a mettere la mano sulla mia strada.

Non puoi fare nulla contro di me, che sono viva; nulla contro il mio cuore caldo, giovane, ancora puro.

Tu sei morto. Sei un putridume che si butta via, che si ricopre di terra, che si lava con l’acqua dalle mani se lo si tocca; non toccare me, che sono viva, che ho il mio vino da bere e il mio corso da seguire!

Non hai niente a che vedere con me; non mi agitare le braccia davanti e non mostrarmi i denti bianchi, ancora allineati, perché so che così restano i morti per molto tempo!

Tu sei un morto. Non lo capisci? E io porto l’amore tra le braccia… Lasciami passare!

 

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LIX

Te digo que sigas tu camino sin el temor de perderme. Te digo que has de encontrarme cuando vuelvas, aunque tardes mil años.

Pues que eres débil y te empuja la vida, ve donde te lleve. ¿A qué luchar, si lucharías en vano?

Yo seré fuerte por ti. Con tus claudicaciones voy a fabricarme una montaña, y me sentaré en la cumbre a esperarte.

No temas que sienta el miedo de la noche o que el frío me arredre. No hay invierno más frío que mi invierno ni noche más profunda que mi noche… ¡Yo soy quien va a congelar el viento y a obscurecer la tiniebla!

De veras te digo que sigas tu camino, que para esperarte tendré la inmovilidad de la piedra. O más bien la del árbol, agarrado a la tierra rabiosamente.

 

 

LIX

Ti dico di seguire la tua strada senza il timore di perdermi. Ti dico che dovrai incontrarmi quando ritorni, anche se ci vorranno mille anni.

Poiché sei debole e la vita ti spinge, va’ dove ti porta. Perché combattere, se combatteresti invano?

Io sarò forte per te. Con le tue claudicazioni mi costruirò una montagna e mi siederò in cima ad aspettarti.

Non temere che io senta la paura della notte o che il freddo mi spaventi. Non c’è inverno più freddo del mio inverno o notte più fonda della mia notte… Sono io che congelerò il vento e oscurerò l’oscurità!

Realmente ti dico di seguire la tua strada, che per aspettarti avrò l’immobilità della pietra. O piuttosto quella dell’albero, rabbiosamente aggrappato alla terra.

 

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I testi tradotti appartengono alla raccolta: Poemas Sin Nombre (Aguilar, 1953).