Simona Nobile, La misura delle mani, Ladolfi 2018 – Nota di lettura di Marco Testi

9788866444077POESIA COME RIVELAZIONE NONOSTANTE IL BUIO
Quando la scrittura può affrontare il dolore e offrire strade diverse:
La misura delle mani di Simona Nobile (Giuliano Ladolfi 2018).

Marco Testi

Quando il dolore entra dentro, in tutti i sensi, la poesia può essere talvolta una sublimazione o una messa in comune, mai una rimozione. Il dolore ha percorso pagine mai dimenticate nella memoria collettiva, fin dal periodo arcaico, non solo in Occidente. Nella contemporaneità stiamo assistendo ad una lenta rimozione, che è dettata da molte e complesse cause, quando di cause precise si può parlare –l’esistente è in realtà tutto fuorché una relazione meccanica di causa ed effetto – e che tende a far uscire dalla porta tutto quello che può disturbare il paesaggio gaudente della superficie d’occidente.
Il dolore della malattia e della nuova realtà di una madre che ora diviene nuova figlia da accudire ed amare diversamente, ad esempio, e che emerge oggi con inusitata grazia in La misura delle mani di Simona Nobile. Grazia significa in questo caso rivelazione della luce dopo e nonostante il buio della crudezza dei fatti, della loro mannaia che dirime le possibilità e le percezioni del domani, capacità di dare nuova sostanza a quei fatti, attraverso la comunicazione della loro percezione. Sembra quasi che il senso del dolore, della sua fisicità inclemente, ma anche dei suoi anticorpi che si chiamano amore e riconoscenza, diventi l’altra faccia della realtà, una sua componente che ha la stessa forza e la stessa sostanza della materia.
Il dialogo con la madre di questa raccolta è uno dei più rilevanti episodi poetici dei nostri tempi, perché fonda senza saperlo il nuovo tentativo di attraversare le correnti del dolore con la consapevolezza che il dialogo con la madre continua in modi diversi, perché il mondo si rivela nella sua inaudita diversità, che non è però solo sorda materialità. E questo è uno dei meriti di questo libro.
I piccoli fatti quotidiani diventano le nuove finestre della rivelazione familiare nonostante l’evento dirimente del male. L’abbraccio è solo una di queste epifanie familiari, la nuova annunciatrice di senso che attraverso la ricerca di un pigiama o di uno sperduto, apparentemente insignificante oggetto domestico, rivelano gli infiniti ritorni dell’energia dell’amore.
L’invito a riprendere gradualmente il possesso del corpo è la realtà della battaglia attuale, diversa incarnazione della eterna lotta dell’uomo chiamata nel corso dei millenni guerra epica, duello originario, assedio, lotta con l’angelo. Se lo avessimo ben letto, il mito – con tutte le sue attualissime e attive facce – ci avrebbe rivelato le manifestazioni dalla eterna lotta dell’uomo anche all’interno del suo nido, i conti salati con la cecità, l’impotenza, la follia, l’atrocità di una improvvisa visita del demone nella tragedia.
Le parole della scienza medica, della tecne, collirio, logopedia, afasia, fisioterapia, si incontrano e urtano con quelle interiori, indicibili della speranza, della commossa e nel contempo asciutta immagine di una possibilità. Anche quando la parola si rivolge fuori, porta con sé quella possibilità. La possibilità che il cosmo sia rivelazione oltre che bellezza, che il più banale lacerto della natura, il grillo, le balle di fieno, le nuvole, rivelino un oltre non esterno spazialmente, ma parte integrante di un messaggio che ci parlerebbe se facessimo un po’ di silenzio.
Le cose del mondo e gli affetti feriti – che però resistono rafforzati dalla consapevolezza asciutta di quel mutamento – da ciò che chiamiamo destino, sono il centro focale di questa poesia nuova, visti i nostri tempi edulcorati ed eufemistici.

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