32. Nuove teorie del tutto

Nuove teorie del tutto

 

Como un disco acabado

que gira y gira y gira

ya sin música

empecinado y mudo

y olvidado.

Bueno

así.

 

Idea Vilariño, No, 471.

 

Scomparso – ma soltanto per i nostri

occhi – quanto chi sa dell’ampio spazio

in cui catapultati trascorriamo

la breve sosta del nostro passaggio,

sempre ammirando guardo il cielo buio

senza luna trafitto dalle stelle,

e mi figuro l’ultimo orizzonte

che mi nasconde le altre stelle, il buco

invisibile dentro cui si espande,

e sempre più veloce, l’universo;

dal mio punto di microbo disperso

a quell’intatto e ignoto panorama

di mondi discostati, invano accesi

anelano i miei sensi, ma richiuse

sul bulbo le mie palpebre, nessuna

luce residua, né da immaginari

e saltellanti lacci luminosi

sento della mia retina percossa

la parete, perché dovunque ficchi

l’occhio, nell’inattinto e buio spazio

oppure dentro il mio muto cervello,

è nulla ciò che vedo, è mio silenzio

il silenzio inudibile del mondo.

 

Mi è bastato, stanotte, oltrepassato

il termine del giorno, a mezzanotte,

guardare un grande fisico, Edward Witten,

spiegare, raccontare, ed illustrare

nuove teorie del tutto, dalle stringhe

a una supersimmentria che associa

il macrocosmo al microcosmo, il mondo

indefinito delle stelle al mondo

irrequieto, e in gran parte inafferrato

ancora, degli infinitesimali

elementi che ordiscono le cose.

Il sonno che m’avrebbe separato

dalla vita di fuori, non distolse

dal mio cervello il movimento inquieto

delle figure, dei collegamenti

tra le figure, dei punti, dei lacci,

e l’infinitamente inavvertito

moltiplicarsi d’ombre, riprodursi

di sintesi e fusioni tra elementi

diversi, o dagli stessi, ma in diversi

modi congiunti. Vidi in sogno il sogno

di oggetti rotolanti in dimensioni

più varie delle nostre dimensioni

dello spazio e del tempo. Combinarsi

in undici dimensioni e tempo

e spazio e l’attrazione dei pianeti,

quasi essi scivolassero tranquilli

su tappeti di morbida materia.

Figure che significar per verba

non si poria2. Ma, desto, infine, dico

che non ho che parole. Le parole

faranno veci e faranno funzioni

dei numeri, si disporranno a trarre

dal calcolo equazioni, e poi da queste

ipotizzarne qualche soluzione.

 

Ma c’è, una soluzione? Mentre scrivo,

vedo attraverso i vetri, che già piove,

là fuori nel giardino. Quelle bianche

nuvole che avanzare piano piano

vedevo su nel cielo, fatte nembi

scuri, adesso scatenano tempesta,

scrosci di pioggia e vento, sulle piante,

sugli alberi, le case, chicchi grossi

di grandine per terra. Sembra un caos

d’acqua e di vento, furia di rumori,

ciò che appariva quiete silenziosa,

è fatta turbinio di strida e rabbia.

Si muovono lassù, si torce dentro

quest’altro infinitesimo inattinto

mondo di particelle elementari,

altri simili inferni? E torna il sole,

torna la luce, e con la luce torna

la quiete anche lassù, anche qua dentro?

Forse non è per i sopravvissuti

la parola, e nemmeno l’equazione.

Forse, con più realtà, l’interrogarsi

stesso non chiede una risposta, chiede

non per chi sopravvive, o per chi vive,

ma chiede e basta. Non può farne a meno.

E allora, chi lo sa, tutta la nostra storia,

quel minimo frammento di esistenza

dentro l’innumerato permanere

delle cose, non è, rispetto al mondo,

rispetto all’indecifrabilità

del mondo, che l’oscuro, inavvertito

bruscolo che nessuna scarpa avverte

solleticargli l’alluce o grattargli

scompostamente, il ruvido calcagno,

di nessun dio, di nessun’erma3 che alta

e solitaria vegli la foresta

equatoriale, di nessun fantasma

che immoto guardi la follia dell’uomo.

 

1Come un disco finito / che gira e gira e gira / ormai senza musica / testardo e muto / e dimenticato. / Bene / così. Idea Vilariño, No, 47.

2Allusione a un passo del Paradiso di Dante, I, 70-71: vi allude anche Pasolini nel titolo di una sua raccolta di poesie.

3La Natura, in un famoso dialogo leopardiano delle Operette Morali: il Dialogo della Natura di un Islandese.