“Nessuno di noi è veramente libero” – Intervista ad Umberto Maria Giardini, a c. di Eleonora Rimolo

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1) Leggendo i testi delle tue canzoni, alcuni di questi – quelli appartenenti al progetto Moltheni – da poco raccolti forse non a caso in una edizione a stampa (“L’ombra del pavone”, Mada editrice, 2021), viene spontaneo chiederti qual è per te la natura del rapporto tra musica e poesia, ammesso che tu ritenga che ci sia un rapporto, e come definiresti la forma “poetico-musicale”?

Esiste un evidente e preciso rapporto tra la poesia e la musica, anche in virtù del fatto che, la poesia è musicale in sé. Esistono numerosi percorsi in cui la scrittura si intreccia in simbiosi alla forma canzone, ma non sempre il risultato garantisce quella armonia che molti ricercano. Tuttavia bisogna anche ammettere che non sempre questo mix di bellezza è così necessario e richiesto; viviamo in un’epoca in cui si sente sempre meno la necessità di cercare e trovare la bellezza nelle cose e di conseguenza nell’arte. Io nel mio piccolo se pur in un continuo processo di rinnovamento, cerco e tento di far sposare sempre la scrittura con quello che compongo musicalmente: diversamente confesso che mi annoierei a morte.

2) Secondo le riflessioni di M.A. Laugier, cantare e parlare sono due espressioni della voce tanto lontani che non si può conciliarli in alcun modo, neanche pensando di crearne un terzo che appartenga a tutti e due e in qualche modo li riunisca. Qual è il tuo pensiero in merito, tenendo conto del fatto che sei considerato un cantautore “dalla scrittura trasversale e sempre riconoscibile”?

Non ho mai riflettuto su un quesito di questo genere, fatto sta che mi trovo in disaccordo con questa teoria, per il fatto che non considero il canto e il parlato rappresentazioni della nostra voce, così lontane. Quello che conta è emozionare, spesso a me capita di essere attratto da una voce narrante molto più che da una voce cantata. Ogni forma è diversa e può emozionare in modo diverso.

3) Come avviene il tuo processo creativo, a livello testuale? Il tuo è un vocabolario eterogeneo, ricco, raffinato, mai scontato, teso alla moltiplicazione di immagini, di metafore, di simboli che molto ha a che fare con la poesia: non a caso nella Postfazione de “L’ombra del pavone”, Mauro Petruzziello parla di “costellazione delle liriche” e di “forza poetica pietrosa e densa” a proposito dei tuoi testi. Come si concilia questa evidente vocazione al linguaggio poetico con la composizione musicale? Quale delle due nasce prima, o, se nascono assieme, come avviene il loro incontro e la loro fusione in canzone?

Da sempre ho un mio metodo, al quale sono sempre rimasto fedele e con il quale mi trovo molto bene, sia nella fase compositiva che in quella di correzione di quello che scrivo e poi canto. Generalmente scrivo i brani strumentali senza occuparmi né della voce, né tantomeno del testo. Tutto ciò che ho scritto in vita mia nasce esclusivamente strumentale, ma l’esclusione delle parole è voluta, poiché a brano terminato tutto viene vomitato velocemente, e più facilmente, ispirato proprio dalla musica. Come se la mia persona fosse sdoppiata: una si occupa della parte musicale, una di quella relativa al testo e poi al definitivo canto. Funziona.

4) Entrando nel merito del tuo ultimo disco, targato Moltheni, a cui parallelamente si è aggiunta l’antologia dei suoi testi musicali, appare chiara una delle tematiche di fondo che legano il progetto: la libertà. Nel brano intitolato “la mia libertà” parli di “bene collettivo” e di “mettere in fila indiana le mie colpe”. Come si conquista, se è possibile farlo, oggi, la libertà? E in che cosa consiste per te?

La libertà oggi secondo me è essere scollegato da tutto. Chi mi conosce lo sa, sono e sarò sempre un cane sciolto, dal quale non ci si può aspettare né eterna fedeltà, né perenne considerazione. Ho i miei princìpi e coltivo la morale e l’etica in maniera ossessionante, ma ciò non toglie che do poco retta a chiunque; faccio sempre e comunque di testa mia. Osservo in silenzio quello che mi circonda anche quando sembro apparentemente distratto. Nessuno di noi è veramente libero oggi, il concetto e il significato di libertà è cambiato tantissimo negli ultimi decenni, senza che ce ne accorgessimo. Forse essere liberi significa essere consapevoli di quanto non lo siamo più.

5) Il disco si intitola “Senza eredità”: quasi una dichiarazione di verginità, con accenti di abbandono che sembra però alludere ad uno spazio da riempire. Il libro, invece, intitolato “L’ombra del pavone”, sembra mettere in relazione l’esteriorità e l’interiorità di un Io che intende raccontarsi, attestarsi, per poi rifugiarsi nel proprio oscuro mondo solitario, ombrato. C’è un legame carsico tra questi due titoli? E perché hai sentito l’esigenza di raccogliere su carta i testi di Moltheni?

Innanzitutto più che un’esigenza è stato un gesto di carineria per coloro che lo aspettavano da anni. “Senza eredità” è un atto finale che andava raccolto anche in un volume assieme a tutti i testi della carriera Moltheni. Non credo molto né ai legami, né alle apparenze riferite agli insegnamenti e ai messaggi che la musica può dare all’ascoltatore. Quindi tutto nasce e muore in piccoli gesti, raccontati con dolcezza in questo ultimo tributo alla carriera firmata Moltheni.

6) Su Spotify il tuo brano più ascoltato, firmato Umberto Maria Giardini, è “Il trionfo dei tuoi occhi”. Personalmente trovo che sia un pezzo perfetto, in quanto la fusione tra musica e testo gode di un’armonia e di una eleganza, nonché di una raffinatezza, mai banali e nello stesso tempo mai eccessivi: c’è una rara forza vitale in quelle note e in quelle parole che irrompe e apre ferite dentro l’anima, in forma quasi di preghiera (“Chiedendo all’acqua che ti dia la fatica mia”). Posso chiederti quanto c’è di Umberto Maria Giardini c’è in questo brano, e qual è la sua genesi?

La genesi è dimenticata poiché fu scritto nel 2011 e non ho una buona memoria per risalire a cosa pensavo in quei giorni in cui lo scrissi. “Il trionfo dei tuoi occhi” è un brano molto autobiografico, tuttavia descrive quello che in molti pensiamo, ovvero che la solitudine ci appartiene sempre, anche quando siamo amati e quando non siamo soli. Tutto qui. È solo una canzone romantica, nulla più.

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Foto di Avida Dollari

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