Melopea dei miei due centimetri di altezza in più – Cienfuegos, Cuba, 1980

La gente diceva che avevo gli occhi senza asse

che nei giorni in cui il coltello di alloro, dipinto dal sangue della mia croce

al mondo, sfumava in un indaco dalle bocche nere

sapevano anticipare la sorte

e vedere gli spiriti quando pregavano

perché potessimo sentirli

mentre il cuore stretto da una piuma di veleno 

scacciava il malocchio 

e dall’umore del mare, tenace e inafferrabile, la mia sorte 

si tramutava nella scia di un rossetto 

dopo l’esercizio di una promessa 

senza luna piena.

 

Leggevo tantissimo, e qualcuno diceva troppo, per difendermi dalla mia terra 

quando mi mordeva con le unghie umide di sogni 

come una feroce dea senza perdono 

per essere un figlio malato

mentre insistevo nella mia urgenza

e questo mio desiderio senza nodi si allungava inconciliabile 

verso corpi che fuggivano, lasciandosi dietro 

le loro ombre, crude e tremanti,  in una processione dagli echi di pelle

che dal petto degli uomini 

restavano molli

come un pianto tremulo e silenzioso.

 

Ero alto due centimetri in più di mio padre 

e non gli assomigliavo —

dove lui con i pugni a farsi il segno della croce, io con la parola

a partorire la mia fenice di Cassandra

mentre bruciava la vocazione dei fantasmi, la melopea della fame

a scavarmi dentro, al mio nome nudo  

dove le mie costole sanavano il cielo e premeva, al presente, senza ossa, il dolore della Rivoluzione. 

1 Poesia ispirata al romanzo Chiamatemi Cassandra di Marcial Gala, Sellerio Editore, settembre 2022