Massimo Del Prete – Inediti

Massimo Del Prete (1993) viene da Martina Franca, in Puglia: è laureato in Ingegneria Chimica e in Storia della Lingua Italiana. Nel 2018 pubblica “Soglie”, la sua prima raccolta poetica (Giuliano Ladolfi Editore) di cui compaiono estratti e recensioni su vari lit-blog come “Poetarum Silva”, “Margutte”, “LaRecherche”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Carteggi Letterari”. È incluso nell’antologia “Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta” a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello (Giuliano Ladolfi Editore, 2019). Alcuni inediti sono comparsi su “Medium Poesia” e sulla Bottega di Poesia de La Repubblica. Per il blog “Menti Sommerse” cura la rubrica di approfondimento poetico ‘Camera Oscura’. Abita a Milano.

LE FONDAMENTA

L’analisi attenta delle calli
qui non serve: si finisce sempre
chiusi nel recinto di un campiello
a riposare i piedi esausti.
Qui mi piace”
dentro un cielo che respira
in soffi rosa azzurri e viola,
distratta finalmente, slegata
a te che importa (io invece
già pronto a farne una tragedia)
se ti casca l’accendino nella pozza
alta due dita d’acqua marcia
– l’acqua che sprofonda questo eden
e ne fa umana la bellezza –
ti basta affondarci le mani
senza paura, senza ribrezzo
asciugarlo sulla sciarpa
e tutto torna a posto come prima
come molto tempo fa.
Questo è il tuo esempio che semplifica
che svuota la parete delle immagini:
io
ci scrivo sopra nomi di città
le vie di casa.

*

ESERGO

I miei versi erano questo
o questo suggerivano
nel maggio che ho scritto a malapena
se la parola non rivolta la zolla
e il vomere si incastra nell’inverno –
eppure i miei versi sono questi ancora
negli intermezzi di acquazzoni
alla finestra spalancata
come bocca urlante –
di fronte
la vita che si ostina, si tramanda
in povere inconsce resistenze:
il vecchio in tuta si difende
dalla breccia del sole e
due bambini saltano sul letto
come piccoli bioccoli di riso
come altri fiocchi
in questo vortice di polline
lui fecondandomi
di nuovo oggi
la mente la mano la matita

*

FEBBRAIO

venticinque anni, venticinque
prima di vederti per intero


Ormai non piangi più quando riparto
il tempo ha barricato le tue lacrime
o forse l’esperienza tua del tempo
– che è un’altra cosa.
Per questo sovrabbondi di parole
– tu non le temi e perciò vivi –
nei saluti ripetuti in coro, nei post-it
multicromi scoriandolati in pioggia
tra i maglioni che sanno
di lavanda e la carta che avvolge
i panini per il viaggio.
Sopra
nomignoli impressi cuori schizzati
parole semplici che sai dire al posto mio.
Forse sbaglio a conservarli tutti quanti
alle soglie dei miei libri, riassunti
di molte solitudini, estratti
di assorti e sterili silenzi.
Meriteresti altro ma tu sola incombi
vertiginosa sulle mie paure, tu sola
schermi e forse
forse mi fai grande
nell’aria di febbraio, in questo vasto
tempo liminare, celeste polvere
nella remissione dei giorni
e in imprevisti sprazzi
le accensioni ripide di luce
nella franta nuvolaglia.
C’è un’aria numinosa oggi, splendida
un’irrealtà tangibile
a cui prestare fede.

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