Maria Marchesi, “Non sono + mia”. Recensione di Gisella Blanco

 

DI SESTA E DI SETTIMA GRANDEZZA – Avvistamenti di poesia – a cura di Alfredo Rienzi

Maria Marchesi

Non sono più mia

Vague Edizioni/WhiteFly Press 2014

pagg. 60, euro 10,00

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Nota di lettura di Gisella Blanco

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L’esistenza del mistero che rende improbabile la competenza umana su qualcosa che sfugge alla conoscenza, reca in sé fascino e orrore. Ci sono personaggi letterari che si scindono completamente dalla persona scrivente diventando il simbolo dell’imprescrutabilità dell’individualismo: Maria Marchesi è un’ombra consolidata nella finzione e una immaginazione che adombra il reale. Lo sconosciuto autore dei suoi versi è e non è. L’ultima raccolta inedita di Marchesi la si può leggere grazie alla coraggiosa pubblicazione postuma da parte della casa editrice Vague Edizioni/WhiteFly Press del 2014. Il titolo scelto, “Non sono più mia”, è tratto da una delle poesie contenute nella raccolta e, già dalla copertina, si intuisce la tempra struggente dell’opera: “Non sono più mia ormai e vorrei sbaraccare,/portarmi dietro le cose invisibili/che sono i pensieri, però ancora intatti/e qualche residuo di panorama”. Un’identità molto articolata si palesa in versi crudi, iperrealistici e, manifestandosi tra perversi lessemi, si nasconde nella sua intangibilità: “Non domandatemi chi sono:/c’è qualcosa del vostro odio in me/qualcosa/della vostra indifferenza, /e una dose omeopatica di ciclamini/che camminano nel sangue/e mi danno brividi irrisolti/e ansia di trovare la via giusta/per avviarmi in quella direzione”. Non si sa chi sia stata Maria Marchesi, nessuno l’ha mai vista, nessuno le ha mai parlato direttamente. E, forse, è proprio per via del mistero che avvolge la sua identità che l’ultima delle sue tre raccolte contiene la prefazione di Nicola Ghezzani, uno psicoterapeuta. Forse non sempre è necessario conoscere la biografia dell’autore (reale o d’invenzione che sia) per apprezzarne le opere ma, in alcuni casi, è il mistero che entra a far parte del corpo dell’opera stessa. Marchesi potrebbe essere stata una donna, vissuta tra il Friuli e Roma, che è stata realmente internata in ospedali psichiatrici e che è stata vittima di ripetute e oscene violenze psichico-sessuali: “Ti darò la morfina se non cedi,/ e poi a me il sangue dà piacere./Te ne riempio un bicchiere?/E poi ricordati che il sangue è Cristo/e tu così offendi il Creatore./ Me ne fotto di tutti, apri le gambe, troia”. Oppure l’autore di questi versi truculenti e spietati potrebbe essere stato un uomo affetto da gravi disturbi narcisistici e convinto dell’onnipotenza della sua mente innalzata idealmente sopra il corpo, disprezzando la vita quotidiana e le normali interazioni sociali: “Sia morte all’universo/e io possa penetrare/nel punto esatto/dove potrò incontrare/la melma con la sua fisionomia intatta, questa volta però da pari a pari/e consapevole,/e anch’io con la spada in pugno/ben affilata”. Non bisogna trascurare, tuttavia, l’ipotesi suggerita da Ghezzani che le due figure non si escludano a vicenda, coincidano nei meandri di una psiche contorta e volutamente imperscrutabile e, forse, nascondano altre subdole ipotesi cliniche. La mente di Marchesi, con la sua vocazione all’analisi e alla polemica indotte dai traumi vissuti, si divide dal corpo e ne acquisisce una convinta indipendenza per assumere la posizione morale di osservatrice in disparte, di cinico giudice super partes confinato, dal popolo degli estranei, nel suo tribunale d’assise dall’impronta psico-linguistica: “Io conosco le profezie e sono amica/dei poeti e so che la tua notturna boria/(lo so, sono io ad assegnarti una funzione)/si disfarebbe dinanzi/all’infinito fluire delle promesse” e ancora “Io spesso non c’ero nel mio corpo/e loro prendevano l’involucro, non me,/per carità,/io viaggiavo con la poesia in un altrove radioso”. Tra i versi ricorre un tu non identificato che dialoga ferocemente con l’io, oppure è l’io che si rivolge a se stesso per accennare alla narrazione dell’incompiutezza, allo sgomento della crudeltà introflessa, all’horror vacui dell’inaccettabile fragilità creaturale: “Così l’ampia cresta dei fulmini s’adombra/del tuo passo, getta fiamme al sordo/palpito dell’inconsistenza./Non t’appartiene neppure la perversione”. La lingua ispida di Marchesi è pregna di risentimento (“vi prego, non confondetemi mai,/vi prego,/con quelle tre stronze iconizzate/che sono Beatrice, Laura e Silvia./Tre coglionazze mai state vive”), in apparenza sfugge a qualsiasi autocensura formale e contenutistica (“erano uomini tutti uguali,/tutti con le stesse idee,/tutti farabutti e senza anima,/porci battezzati,/alieni che cercavano una fessura calda”) e si inerpica nella narrazione delle sue grottesche esperienze attraverso la nominazione e il ricordo di uomini (e di qualche donna) abusanti nella loro funzione sociale e nella relazione intima.

Lasciando al lettore la ricerca dell’armonia di tutto l’orrore scritto ed elaborato da Marchesi (o da chi per lei), residua la riflessione sull’interezza dell’opera: siamo davanti a un thriller psicologico che inizia con i misteriosi scambi di e-mail tra l’autrice e grandi intellettuali del Novecento, riportate narrativamente sulle copertine, si svolge attraverso l’introduzione di Ghezzani stabilendo la residenza del mistero nella parola poetica e si conclude con il racconto (reale o verosimile) di Gabriella Montanari, editrice e curatrice della raccolta. L’operazione intellettuale dell’autore potrebbe essere proprio quella di trasfondere l’inconoscibilità della donna e dell’uomo contemporanei in una identità insuperabile in quanto non riconoscibile. E la poesia sarà il linguaggio in cui esprimere l’esattezza del dolore che sopravvive alla plasticità ontologica dell’unica creatura capace di socializzare anche attraverso l’abiezione. L’eteronimia si spossessa della plausibilità di qualsiasi nome per riappropriarsi del vincolo all’incertezza. Se ogni dettaglio di questa raccolta poetica fosse finzione e artificio, forse si potrebbe scoprire, con sommo stupore e un pizzico di indignazione, quanto possiamo essere collettivamente reali.

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Per sentito dire

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Dove passo fioriscono crisantemi

e si fa buio all’improvviso.

Perciò non verrò a visitare il Colosseo

quel vecchio ormai ridotto al lumicino

dopo i saccheggi, li mortacci loro.

Dicono che faccio smuovere i muri

e gli ontani se passo fanno a gara

per toccarmi il seno. Dicono e poi arriva

un vento caldo di miseria, arrotola

le pergamene della mia anima, le dissesta

subito dopo e le infetta di fuliggine

e di sperma secco. E il dolore si propaga

per l’inguine, arriva al cervello,

allo stomaco ed è naturale che rutti

e mandi fuori rospi con l’aspetto della morte, lapidi

le cui scritte sono abrase.

Perduti tutti i gabbiani,

tutti i cardellini, e le farfalle.

Io sono adesso un’ombra del saccheggio,

un colosseo che non ha più

nemmeno l’ombra al tramonto.

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Avrei dovuto

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Avrei dovuto fare la puttana.

Mi sarei divertita e avrei guadagnato.

E il magnaccio te l’avrebbe permesso?

Le puttane non appartengono a Dio.

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La clessidra

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Agisci nel silenzio

come una biscia insidiosa

convinta che nessuno s’accorga

della tua libidine e della tua avidità

e convinta che il tempo sia assenza

e invece è rumore assordante,

fiele e voce maleodorante di Narciso.

Il tempo con la sua malattia degli addii,

con la sua facoltosa fanfara di residui,

con il suo vorticoso e dirompente grido

ti ha schiavizzata, oh povera,

oh incatenata

al tuo compito di ragioniere,

oh sperma amaro della solitudine.

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Maria Marchesi, di lei non si ha biografia attendibile né esistono immagini, qualche ipotesi l’azzarda nella postfazione Gabriella Montanari. Questa è la sua terza silloge (dopo L’occhio dell’ala, Lepisma 2003, vincitrice del Premio Viareggio 2004 e “evitare il contatto con la luce”, Lepisma 2005). Sembra sia morta a Roma nel gennaio 2012 ma la morte, in questo caso, è il mistero meno significativo di tutta la vita.