Mara Venuto, La lingua della città (Anteprima editoriale, Delta3 – collana Letture Meridiane 2021)

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Mara Venuto è nata a Taranto, vive a Ostuni. Tra le sue pubblicazioni: i monologhi teatrali Leggimi nei pensieri (2008) e The Monster (2015, testo finalista al Mario Fratti Award 2014 di New York per la drammaturgia italiana); le raccolte poetiche Gli impermeabili (2016, menzione di merito al Premio internazionale Piero Alinari 2014) e Questa polvere la sparge il vento (2019, opera segnalata al Premio Bologna in Lettere 2018 – Sezione Raccolta inedita di poesie; menzione speciale al Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro 2020 – Sezione Raccolta edita di poesie). Ha curato e pubblicato numerosi volumi, tra cui un ciclo di pubblicazioni al femminile. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in polacco, inglese, russo, hindi e albanese.
È inclusa in una trilogia di monografie dedicate alla poesia italiana femminile contemporanea(Macabor Editore, 2017). È stata ospite di Festival internazionali di Poesia, tra cui il IX Festival di Poesia Slava a Varsavia nel 2016. Suoi testi e corti teatrali su tematiche sociali – The Monster; Gli Eroi; Faith; Zitti zitti; Miché; N.N.; Gli Argini di Spoon River – sono stati premiati in ambito nazionale e internazionale e rappresentati con buon riscontro di pubblico e critica.
A maggio 2021 è uscita la sua ultima raccolta poetica La lingua della città (Opera segnalata al Premio Bologna in Lettere 2020 – Sezione Raccolta inedita di poesie) nella collana Letture meridiane diretta da Eleonora Rimolo per Delta3Edizioni.

*

Si fa notte nel vicolo stretto,
dove si passa da santi
con le braccia della resa in croce sul petto.

Opporsi al senso di inutile,
sotto il padrone che dice grazia o morte.

Capire la vita il suo passare da parte a parte,
nel vicolo dalla postierla al mare
nel vuoto e ciò che è stato
quando nessuno aveva un nome,
il nome e chi lo chiama, innocente in utero.

*

Si rovescia nella terra dal bordo di un abisso
la tenerezza infuocata in cui sono nata,
il nido della placenta strappata con le mani.

Là dove non si osa guardare esistono comandi
che hanno fatto gli uomini, hanno sepolto i parchi,
i frutti stesi come una coperta sotto gli alberi.

La notte viene, viene febbrile
nessuno l’attende.

Muovere un dito, poi il lobo di un orecchio,
la radice scura dei capelli, e tutt’attorno la morte del sogno,
l’affranta liberazione del primo vagito.

Anima mia anima ferina bestia
che appartiene e fugge al cacciatore,
vive quando i nemici hanno gli occhi chiusi
muore ai crocevia dei folti passanti.

*

Il buco nello specchio della nascita
la lenta misura dei pesci gettati nel secchio.

Le cantilene dei piccoli a spiegare l’insufficienza
le ragioni di un sottofondo dove dirsi altro,
l’epica della miseria spezzata in una seppia morta,
riconoscibile dall’osso.

Sapere senza vedere, dimenticare
ciò che tacevamo, tacevamo sempre.

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