Letteratura della catastrofe. Su Dendrarium di Alexander Shurbanov di Antonio Merola

Letteratura della catastrofe. Su Dendrarium di Alexander Shurbanov

di Antonio Merola

C’è un fatto, che ci riguarda tutti: la nostra specie è ormai dentro fino al collo in una enorme crisi ambientale e climatica. Ci sono autori che affrontano apertamente questo argomento con opere di denuncia. C’è poi però un altro gruppo di autori che, anche se non fa della propria opera uno strumento di aperta denuncia verso la crisi ambientale, tuttavia non può fare a meno di sentire la crisi… e perciò di risentirne. Francesco Muzzioli, critico e docente universitario, ha proposto il termine di «catamodernità»1. Per entrambi i casi, qui useremo invece la categoria della «letteratura della catastrofe». La catastrofe ha a che fare con il campo semantico del disastro e della fine. La letteratura della catastrofe però non è una letteratura distopica. Se la distopia infatti riguarda qualcosa che potrebbe accadere, ma che ancora non è accaduto e non è detto che accada per forza, la catastrofe ambientale è invece, almeno per ora, qualcosa di certo.

Con Dendrarium del poeta bulgaro Alexander Shurbanov proponiamo un esempio di letteratura della catastrofe esplicita. Pubblicato per la prima volta dall’editore Scalino di Sofia (ed. bulgara 2017, ed. inglese 2019), oggi possiamo leggerlo anche in italiano grazie alla traduzione di Valentina Meloni e di Francesco Tomada, con testo a fronte d’autore in inglese (Musicaos Editore, 2021). Dendrarium potrebbe essere tradotto dal greco come arboreto: tutta la raccolta infatti è dedicata agli alberi. Quello tra natura e poeta è un dialogo che è cominciato più o meno da quando esiste la poesia. Ciò che fa la differenza, però, è che oggi scrivere di alberi significa confrontarsi con il climate change. Piantare alberi è infatti una delle soluzioni più urgenti per diminuire le nostre emissioni di CO2. «Sopra di me si librano le foreste di domani/ racchiuse in questi minuscoli semi» scrive Shurbanov. Gli alberi potrebbero salvarci e per questo è giusto cominciare a guardarli con occhi diversi. La letteratura, in questo, non può essere da meno.

A questo proposito, è utile leggere le poesie di Shurbanov con accanto la produzione divulgativa di uno scienziato come Stefano Mancuso, tra i primi a considerare gli alberi «intelligenti». Dendrarium si muove tra oltre venticinque specie di alberi diversi, mostrando una acuta conoscenza della natura da parte del poeta. Ma, sempre, l’albero è rappresentato come creatura viva, le cui «foglie secche presero a bisbigliare». Alberi intelligenti. Più intelligenti dell’essere umano, che al contrario ne minaccia l’estinzione di intere foreste, con la sua presunzione: «Cosa ci rende più alti dell’albero?/ L’ascia?» Capovolgere questa idea di superiorità è necessario, altrimenti «Questo regno/ non durerà a lungo». Al contrario, Shurbanov immagina e ci augura un mondo verde in cui «Sopra di me non c’erano altro/ che foglie, foglie, foglie, foglie, foglie…» Foreste a dismisura, ovunque.

Leggendo le poesie proposte, il lettore potrà notare una lingua semplice. Shurbanov scrive non a caso che «la mia lingua è illegnita». È una scelta consapevole, perché la letteratura della catastrofe deve per forza di cose arrivare al maggior numero possibile di persone. Deve essere in grado di fare cambiare idea. C’è bisogno di ri-creare un intero habitat. Peter Robinson, in una nota all’edizione inglese del libro, citò un aforisma di Keats, che per questa raccolta suona più saggio che mai: «Se la poesia non nasce spontaneamente come le foglie su un albero, è meglio che non nasca affatto».

http://www.atelierpoesia.it/alexander-shurbanov-tre-inediti/

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