Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista

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Guglielmo Aprile

Il talento dell’equilibrista

Giuliano Ladolfi Editore, 2018

(Resistere al mare?) recensione di Carlo Di Legge

Un libro generoso di versi, questo, come anche l’altro, più recente: circa 80 pagine di poesia (in questo caso, pp. 15-98) e di verità, la verità dell’autore. A contenuti di verità deve corrispondere un linguaggio veritativo: pertanto il linguaggio usato è, come nota anche Ladolfi nella prefazione, asciutto ed essenziale. L’idea di questo linguaggio è, mi pare, che non debba esserci una parola in più del necessario, e nemmeno una particolare enfasi nell’uso dei termini che descrivono le cose come sono. Si tratta di un assunto della buona poesia, fatte salve alcune notevoli eccezioni, in cui lo stile o le parole sanno prescindere da questo canone: ma sono eccezioni. Invece per chi fa poesia il compito, nella scelta del linguaggio, consiste nell’essere “essenziale” e nel “dimagrire” le composizioni, per quanto esse possano all’autore sembrare già del tutto a punto. Interessa sapere quale verità ha da proporre l’autore, dato che, com’è noto, la visione autentica di ogni uomo, fatte salve alcune costanti, è diversa da quella di un altro.

La domanda si precisa allora: in che cosa l’autore ci mostra l’universo che lo accomuna (possibilmente) a ogni uomo, e in quali aspetti si presenta del tutto diverso? Leggo trattarsi d’un equilibrio tra “fascino della vita” e “amara considerazione della mortalità della condizione umana” (Ladolfi, pp. 5-6). Certo, affiora qui tutta la tradizione poetica: e la considerazione della caducità accomuna Aprile a tutti gli uomini, per cui ognuno può riconoscersi nella sua poesia; ma, ancora, in che modo ciò avviene? Il modo dell’Ecclesiaste o quello del carpe diem? (cfr. p. 9). Questi ultimi due non sono identici ma il primo può implicare il secondo.

Il mio parere è che questo equilibrio tra senso della bellezza e avvertimento della caducità non v’è, qui. A mio avviso, nella visione dell’autore, certo si presenta il fascino della bellezza , di “questa grazia breve…” (91), verso la fine del libro, giusto come flebile brillare (“non dovrei amarla… lo so che sbaglio ma non so correggermi”, p. 91), giusto un accenno, o un errore. O almeno, a ben leggere, così sembra: “il sarto dell’arcobaleno bluffa” e il poeta, almeno in parte rimasto bambino, ha il coraggio e il candore di dirlo: il re è nudo (p. 90). Difatti non c’è proporzione, qui, tra il tema della caducità e il balenare dell’effimera promessa, la bellezza, che si esaurisce nel suo risplendere una volta. La realtà come ci si presenta è così ma potrebbe essere diversamente: ciò che i filosofi hanno chiamato “contingenza”.

La bellezza dell’ ”una volta” che molti poeti hanno esaltato, l’autore la vede, ma infine l’ “una volta” va a scomparire, a uniformarsi nella notte. Nulla di veramente esaltante, sul grigiore dei giorni. L’ “una volta” non è la musa di Aprile, sua ispirazione ma appare come “sopravvalutazioni” e “inspiegabile smania/di affacciarsi, di bere alla sorgente” (p. 48). All’opposto, “sono impietoso/con tutti i chioschi di granite/in cui cercai sollievo al solleone…” (p. 52). Fors’anche solitudine? Sarebbe un azzardo affermarlo, ma qualche parola sicuramente vi rimanda: “se fosse anticipata già a domani/la data di partenza del traghetto/ non avrei chi salutare”.

Non un’età incantata, l’infanzia e la fanciullezza, ma età meritevole di compassione: “quante volte, povera piccola,/resterai delusa…” (p. 46): e, nonostante tutto, eppure, “Eppure cosa/pagherei per riaprire, almeno un’ora,/il libro degli animali illustrato…/a dodici anni” (p. 53). La compassione, a mio avviso è un sentimento nobile. In tal senso vale anche per me quel che dice Ladolfi in chiusura, ovvero che il lettore venga provocato dall’autore verso un senso più profondo: ma quale altro, se non la compassione?

Aprile, si direbbe, è un confezionatore di metafore della contingenza e della decadenza, le sa vedere e confezionare. Le vediamo tutti: perché le lasciamo andare? L’autore le ferma a suo modo. In questo è originale, oltre che nel linguaggio scelto, beninteso.

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