Andrea Gibellini (con presentazione di Elisa Vignali) – da ATELIER 75

Ultimo aggiornamento:

GIBELLINI LE REGOLE DEL VIAGGIO

 

Elisa Vignali introduce  Le regole del viaggio di Andrea Gibellini

 

Da Atelier 75 (Settembre 2015)

  

 

È un importante acquisto in termini di qualità, per una rivista come Atelier, ospitare i versi di una voce riconoscibile e matura della poesia contemporanea italiana, punto di riferimento per una scelta costellazione di autori. I testi che presentiamo, in parte già editi in rivista e in parte inediti, vanno a comporre la prossima raccolta di poesie di Andrea Gibellini, intitolata Le regole del viaggio, e rappresentano una selezione abbastanza cospicua da cui traguardare la nuova direzione intrapresa da questo poeta. Dopo La felicità improvvisa (2001), il libro della conquistata sicurezza del dire unita all’allargamento dell’orizzonte esperienziale, seguono anni di decantazione poetica, significativamente interrotti dalla stesura degli ottimi saggi raccolti nel volume L’elastico emotivo (2011). Le poesie qui proposte si muovono nel segno di una diversa disposizione emotiva e stilistica, che pur recuperando modalità già presenti nell’ultimo libro, arricchisce la visione di altri elementi. Ciò varrà soprattutto per i versi scritti in tempi meno ravvicinati rispetto alle prime due raccolte e dunque più legati all’esplorazione di ulteriori territori possibili; e se è vero che l’elaborazione in un arco temporale lungo della silloge è un dato di cui tener conto, nondimeno emerge con più evidenza il carattere versatile di questo poeta, capace di tendere le corde della sua intonazione, come per metterne alla prova le potenzialità inespresse.
A indicare il nuovo passo è soprattutto una delle poesie più riuscite fra quelle qui presentate, Coltivo, ma ancora per poco, in cui ritroviamo alcune costanti tematiche e formali di questo poeta – l’oscillazione tra sereniana tentazione della prosa e accensione lirica, la rilettura personale della tradizione novecentesca, la ricerca della propria identità nel contatto viscerale con la realtà – insieme ad alcune nuove, importanti situazioni. Anzitutto è indicativo che il ritrovamento della propria voce coincida con un tentativo di autorappresentazione in cui la consueta vocazione realistica si unisce alla dimensione apparentemente diminutiva dell’affabulazione ironica, dell’abbassamento di marca crepuscolare, preservando tuttavia la dizione dal rischio dell’autobiografismo compiaciuto. Nel complesso, rispetto ai libri precedenti, si registra una poesia più disponibile a cogliere su un piano percettivo l’evidenza delle cose, connettendole a una mutata temperatura interiore, e dunque un’estroflessione verso l’esterno, anche a rischio di qualche eccedenza prosastica.
Strettamente connessa a questa direzione è un’altra delle soluzioni convincenti che emergono dalla silloge proposta: la ricerca di un rapporto maggiormente interlocutorio e dialogico con la realtà, e quindi l’approdo a una dimensione meno autoreferenziale e più partecipata. In tale prospettiva, appare interessante il dialogo aperto con i poeti eletti quali interlocutori privilegiati e qui scopertamente omaggiati, da Fernando Bandini a Remo Pagnanelli. Un altro dei possibili rimandi allusi dal titolo è al Viaggio d’inverno di Bertolucci, da sempre termine di riferimento primario per questo poeta, non solo per la rappresentazione impressionistica del paesaggio o la tensione produttiva tra poesia e prosa, ma qui anche per la figura del viandante di ricca tradizione novecentesca, italiana ed europea. Ma di là da possibili debiti e affiliazioni, il vero nucleo generativo è tutto interno a questa poesia, mossa dalla necessità di restituire ad un io spaesato e perennemente in fuga  (“A volte non sono neanche me stesso./ Sono solo uno che viaggia/ da un luogo ad un altro”: così leggevamo nei versi di In treno) regole del viaggio riconoscibili, intese “come recinto e protezione” in cui incanalare positivamente l’istinto di spingersi oltre l’orizzonte visibile.
Tenuti fermi i termini di questa poesia tra i due poli della presa di realtà e del lirismo, si potrebbe dire che in questi nuovi scritti Gibellini scelga di insistere più sul fatto emotivo che sulla musicalità cantabile. Ne consegue che i risultati migliori andranno rintracciati nel fermo equilibrio tra le due componenti, come accade nei versi di Dove ogni cosa, prossimi alle atmosfere della Felicità improvvisa, eppure convincenti per la tenuta del verso, la precisione delle immagini e la chiusa efficace. In altri casi il rischio, perlopiù evitato, è invece la ricaduta in una lingua non sufficientemente mediata, ancora in parte ancorata alla situazione esistenziale da cui ha tratto fermento. E d’altra parte la nuova modalità di cantato quotidiano, filtrato da un’acquisita saggezza e dall’ironico disincanto, insieme alla tendenza a offrire credibili proiezioni autobiografiche, dischiudono larghi margini per ulteriori sviluppi di questa poesia in  direzione di una più sempre più convinta maturità e sicurezza.

 

Elisa Vignali

 

COLTIVO, MA ANCORA PER POCO

Coltivo, ma ancora per poco, con futile
esibizionismo i miei anni qui
adagiato come una foca in un luogo ai più
sperduto, sconosciuto, malfamato. L’iris
selvatico mi sorride come per dire cerca, trova,
io che non so neppure il nome definito delle
piante, delle cose e degli animali nascosti:
giovannino col suo fucile da caccia sicuramente
mi avrebbe sparato e il suo cane avrebbe lasciato
il mio corpo moribondo sullo sterrato con
indifferenza, con indolenza quasi. Così, coi
pochi bagnanti, con qualche coppia libera
di giostrare finalmente i propri marmocchi, con la
sabbia che ha smangiato parte della spiaggia
— aspetto vivamente i reticolati invernali, il freddo,
le piante semidistrutte dal vento furioso — inseguo

il tramutarsi delle onde in spume scheggianti,
la sagoma della petroliera lontana, gli echi
del disfarsi orientale di case squarciate in due,
dei soldi che non ci sono, o per pochi — così
dicono — i fotogrammi dei politici canaglia.
Mi tengo stretto l’esibizionismo, gli araldici
occhi di chi guarda il futuro,
le ombre della magnolia sulla strada. 

 

 

 

(l’introduzione è in versione accorciata e adattata per le pagine di Atelier online. La versione integrale è leggibile in rivista assieme alle 11 poesie inedite)

 

 

Andrea Gibellini è nato nel 1965 a Sassuolo. Ha pubblicato: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, “Premio Montale”). Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «Antologia Vieusseux», «La Rivista dei Libri», «Poesia», «Oxford Poetry», «Agenda», «Poetry Review». Ha curato un volume della rivista «Panta» dedicato alla poesia (Bompiani, 1999) e l’almanacco Stagione di poesia (Marsilio 2002). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio Ricercando Auden (2003).  Sue poesie sono state pubblicate nell’«Almanacco dello specchio» (Mondadori, 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice, 2011). Il suo ultimo lavoro è il quaderno in prosa Diario di Vaucluse (Edizioni Psychodream, 2014).

 

Fotografia dell’autore tratta dall’archivio fotografico online del PoesiaFestival

 


 

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