Gennaro De Falco, Lo spaziotempo di una carezza (recensione di Gabriella Montanari)

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Gennaro De Falco, Lo spaziotempo di una carezza

La Vita Felice, 2020, pp 68, euro 10,00

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Il titolo dell’ultima raccolta di Gennaro De Falco, Lo spaziotempo di una carezza (La Vita Felice, 2020), mi ha provocato subito un’associazione di pensiero di ordine più scientifico che letterario. Quello dello spaziotempo è un concetto cardine della teoria della relatività ristretta sviluppata da Einstein. Per farla semplice: il fisico, constatando l’esistenza di fenomeni di dilatazione del tempo e di contrazione delle lunghezze, era giunto alla conclusione che lo spazio tridimensionale e il tempo sono uniti in un’unica entità quadridimensionale nella quale hanno luogo gli eventi. Ed ecco definito il cronotopo, ossia lo spazio-tempo. 

Ed è esattamente questo che accade tra le pagine della silloge di De Falco: nel gesto di una carezza, dal sapore universale, sono concentrate tutte le dimensioni spaziali e temporali di un’intera esistenza, costellata di tappe e momenti dilatatisi in un presente denso di passato.

Divagazioni scientifiche a parte, quest’opera del poeta può essere considerata alla stregua di un “road book”, genere solitamente più frequentato dai narratori in prosa, ma che annovera tra i più illustri pionieri in versi niente meno che Baudelaire, in particolare nei suoi Tableaux parisiens. Ma facciamo un passo indietro, ossia in direzione dell’inizio.

Nel viaggio di De Falco, caratterizzato da una doppia geografia (interiore e urbana), a parte qualche incursione tra le vie di Trieste, Parigi e Berlino, a farla da padrone sono due città italiane spesso considerate agli antipodi: Napoli, dove il poeta è nato e ha trascorso l’infanzia e la giovinezza, e Milano, la metropoli in cui è avvenuto il passaggio alla vita adulta. Non si tratta di due antagoniste che si contendono il suo cuore, non vige una gerarchia affettiva tra di loro: l’autore, figlio naturale della città partenopea e adottivo di quella lombarda, è riuscito magistralmente a fonderle in un cronotopo (eccolo qua!) letterario corposo e compatto, in cui spazi e tempi si rincorrono e si raggiungono, senza mai farsi lo sgambetto.

La forma e il contenuto delle liriche assumono varianti che sono godibili deviazioni da una metaforica “strada maestra” che dal Sud conduce al Nord, dai ricordi all’attualità, dal ragazzino all’adulto, da un tipo di società a un’altra. Del resto, sia in materia di narrazione che di urbanistica, le strade non sono forse il nostro riferimento? Per non perdersi, per tornare a quella che chiamiamo casa. Non sono forse le tante connessioni a cui il nostro GPS emotivo si affida per orientarsi?

Per De Falco Napoli è padre (soprattutto padre), ma anche madre, primi giocattoli made in China, spesa nei piccoli supermercati. Milano, in quanto metropoli, è per definizione un po’ mamma, un po’ matrigna (mai prendere sotto gamba l’etimologia: méter +pólis, la “città madre” dell’antichità). Da una parte prende forma la carezza tenera di cui si nutre il bambino, dall’altra quella energica che affascina l’uomo. Il luogo, molto più del tempo, diventa simbolo dell’età.

Possiamo dunque definire l’autore un poeta “urbano”? Sì, ma a condizione di immaginarlo nelle vesti di un moderno flaneur (un nostrano Jacques Réda, per intenderci), appiedato più che motorizzato, perché l’attenzione al dettaglio non si addice alla velocità, alla fretta. Il viaggio in cui De Falco fa da guida al lettore esige lentezza e sguardo avvezzo all’introspezione.

Il sole di Napoli sembra velato dalla nostalgia e dal rimpianto (sono le stelle ora ad accogliere l’amato genitore), emana una luce d’alba, è il sorgere dei primi amori, quelli familiari. Il sole di Milano ha sfumature chiaroscurali, è agosto che disegna onde tremolanti sull’asfalto, è il tramonto di un’epoca. Napoli è casa. Milano è fabbrica. Fabbrica dismessa che diventa dormitorio, ma anche fabbrica in cui il poeta-sindacalista esercita il suo credo nella solidarietà sociale.

Breda, Bicocca, Bovisa. Capannoni, sirene, ciminiere. Vestigia di distretti in vorace trasformazione, paesaggi urbani e umani colti nell’ormai definitivo passaggio dal secondario al terziario. Il poeta, che fotografa con le parole in serbo e l’obiettivo in mano, non giudica questa evoluzione, se ne fa testimone. Nel progresso è insito il regresso, l’homo modernus lo ha messo in conto da tempo.

Percorrendo con il poeta le tangenziali e le circonvallazioni milanesi (calandosi magari nei panni della Zazie nel metrò di Queneau), il lettore non si troverà davanti immagini di degrado urbano e sociale alla Roth di American Pastoral. E nemmeno vi leggerà tra le righe quelle sferzate e critiche di cui Dickens non si privò in Tempi difficili. Semmai potrà imbattersi in quella domanda (giustamente mai resa esplicita) che già Baudelaire, osservando la sua Parigi assumere altri connotati, si poneva tra il malinconico e il curioso: la forma di una città cambia più velocemente del cuore di un uomo?

La città, le città, soprattutto le periferie, sono loro a prendere il poeta a braccetto, si ritagliano d’ufficio il ruolo di coprotagoniste. In fondo chiedono di essere accettate, così come sono diventate oggi. Non lo chiediamo forse anche noi?

De Falco, in tutta coerenza, sceglie un linguaggio che del quotidiano ha la comprensibilità, non certo la banalità. Finalmente parole scovate con il cuore e non con il dizionario alla mano! I versi mostrano, non esibiscono. Se mai il poeta avesse un’intenzione, non sarebbe certo quella di stupire, d’impressionare il lettore, male comune a buona parte dei lirici contemporanei.

Il lessico del ricordo e quello dell’istantanea attingono a una stessa fonte in cui tutto, inesorabilmente, scorre. Il figlio saluta il proprio padre nel momento esatto in cui desidera, a sua volta, diventare un buon padre. E le parole affiancano il poeta senza tradirlo, gli sono fedeli, ormai da tempo, e insieme percorreranno i giri della ruota che va. Cresceranno insieme, senza imbastardire la loro natura. Entreranno nella Storia, quella di tutti, quella fatta di offerte 3X2, partite di calcio contro i “crucchi” e muri che crollano.

La città è una scrittura, ribadiva Victor Hugo. La scrittura è ricerca di identità, di tempo e di memoria. Proust non potrebbe che confermarlo. Quella di Gennaro De Falco è una scrittura che si avvale della metafora della città per costruire la propria, personalissima fabbrica della memoria. È poesia per immagini, è viaggio fuori e dentro di sé, è generosa condivisione di un album di famiglia, di scatti di polaroid, è attenzione verso chi il cambiamento lo subisce.

Consiglio di avvicinarsi a questa silloge di De Falco comodamente seduti alla terrazza di un bar. In un quartiere della vostra città a cui non avete mai dedicato troppo tempo. Armati di curiosità e occhi d’ingrandimento. Osservate i bus, i tram, i loro temporanei abitanti. Saltate sul primo ricordo che passa. Incontrerete il poeta, è già lì ad aspettarvi.

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Gabriella Montanari

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