Franca Alaimo legge ‘La notte oscura di Maria’, di Giuliano Ladolfi

La notte oscura di Maria - Giuliano Ladolfi

Giuliano Ladolfi

La notte oscura di Maria

Puntoacapo, 2021

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Secondo il poeta Rilke la caratteristica che “il mistico ed il poeta condividono è quella di poter miscelare, nella stessa coppa, visibile ed invisibile, trascendenza e immanenza, teodicea e nichilismo”.

Bisogna partire da questa asserzione per comprendere l’operazione compiuta da Giuliano Ladolfi in questa appassionata versificazione poematica, nella quale la figura di Maria entra nella dimensione tutta terrena dello smarrimento e della negazione, pur nella consapevolezza, risvegliata dal ricordo dell’Annunciazione, della sua missione spirituale e del mistero dell’Incarnazione di Dio. Del resto è lo stesso scivolamento, sia pure temporaneo, del divino e dell’incorruttibile nel buio della morte, a permetterle uno scoramento così totale da approssimarsi al nichilismo. Di Maria sembra, infatti, rimanere, in questo testo, soltanto quell’accorata disperazione, quella lamentazione che ne definiscono la sua terrestrità, mettendo in scena una donna che si sente ingannata dall’annuncio dell’Angelo. In lei, adesso, c’è solo la madre, come nella bellissima Laude di Jacopone da Todi, straziata dalla morte del figlio, incredula, che soffre per lo strazio inflitto al corpo di suo figlio, e ormai del tutto legata al visibile, all’immanente.

E però in quelle sue domande che si rincorrono nei versi si squadernano e tutto il mistero dell’Invisibile e la relazione tra Uomo e Dio e quella tra finito e infinito, così come viene toccato quel punto di approssimazione e insieme di incolmabile distanza che rimane fra l’indice di Adamo e quello di Dio nel celebre affesco michelangiolesco: quegli indici che mostrano l’uno all’altro le due dimensioni (umana e divina) che anelano l’una all’altra, senza congiungersi mai.

Solo il mistero dell’Incarnazione potrebbe colmare quel piccolo-interminabile vuoto, se non fosse che nel momento in cui Dio, fattosi carne, è costretto a sperimentare la morte, perde nel momento del trapasso la sua sostanza terrena. In questo gap si colloca il grido di Cristo, lo strazio dell’abbandono di Dio nei confronti di se stesso e degli uomini, il dissolvimento dell’Amore che lega le sue tre persone nella smorfia della morte.

In quello stesso scarto si colloca la lamentazione di Maria, il suo tremendo dubitare, la sensazione di una caduta nell’oscurità della negazione, quel “dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprime”, come scrive Johannes Tauler, ricordato in esergo dall’autore.

Ed è molto interessante l’uso del termine “estensione”, che sottolinea la solitudine dell’Uomo posto di fronte all’abbandono di Dio, che svuota di ogni significato la realtà esterna e quasi la cancella, desertificando gli occhi e l’anima. Maria è caduta in questo dolore strano: il futuro non offre nessun appiglio e perfino quei ricordi che dovrebbero essere i più dolci, come la nascita di Gesù e la sua infanzia e i suoi sorrisi sono come guastati dall’incomprensibilità che divide i fatti dalla provvidenzialità che li rese necessari.

Si sente in questi versi la presenza di numerose letture, come quella di San Juan de la Cruz (la notte oscura è espressione che viene ripetuta tre volte all’interno dei testi, a parte il titolo stesso), di Qohélet, che offre “figure di sconnessione, figure del titanico, incivile Assurdo che è la vita” come scrive Citati, di molti mistici che hanno conosciuto e narrato la lacerazione dell’aridità, e di Rilke del Marien-Leben, che nei testi sulla Passione raffigura una Maria pietrificata dal disumano del dolore.

Il dolore di Maria è feroce, terribile, senza scampo dal primo all’ultimo verso. Nel testo di chiusura il seme resta infecondo, sul terreno non c’è che un masso, lo stesso che ha chiuso Cristo nella sua sepoltura. Eppure è in quell’incalzare esasperante delle domande che si può individuare la sete ancora intatta d’Assoluto, la brama dell’anima di non infrangersi contro il limite del morire, consapevole, nonostante tutto, così come scrive Dionigi, che “in materia divina le negazioni sono vere e le affermazioni sono inadeguate, ovvero non convenienti”.

La materia del libro, la qualità accorata delle argomentazioni, potrebbero distogliere il lettore dalla musicale e raffinata bellezza del tessuto verbale, un impasto di filosofia, teologia e poesia che vivificano una narrazione originale e coinvolgente.

Franca Alaimo

3 Ottobre 2021

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Giuliano Ladolfi (1949), laureato in Lettere, ha diretto nove istituti di scuola superiore. È stato anche docente in otto master per l’abilitazione degli insegnanti delle scuole superiori e docente a contratto alla Scuola Interateneo di Specializzazione SIS delle università di Vercelli e di Torino in Elementi di Sociolinguistica e Dialettologia. È stato titolare di Pedagogia e Didattica di Storia dell’Arte e di Tecniche di scrittura all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Queste le raccolte di poesia: Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque (1988), Il diario di Didone (1994), L’enigma dello specchio (1996) e Attestato (I 2005; I e II 2015, tradotto in georgiano, inglese, spagnolo, francese e rumeno). Nel 1996 ha fondato la rivista di poesia, critica e letteratura «Atelier». Tra i suoi lavori ricordiamo L’opera comune, antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (Atelier, 1999); l’antologia Così pregano i poeti (San Paolo, 2001; Per un’interpretazione del Decadentismo, Guido Gozzano Postmoderno e il saggio di estetica Per un nuovo umanesimo letterario (Interlinea). Del 2015 è il lavoro di saggistica La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà (5 tomi). È giornalista; collabora con la pagina della cultura del quotidiano Avvenire. Nel 2010 con Giulio Greco ha fondato la casa editrice “Giuliano Ladolfi”. È organizzatore di numerosi convegni letterari.