FLASHES E DEDICHE – 1.12 – L’ALTROVE E LE FOGLIE DI MICHELE PAOLETTI

Conosco la scrittura di Paoletti ormai da diversi anni e seguo la sua evoluzione poetica sempre con piacere. “Foglie altrove” è uscito lo scorso anno per Arcipelago Itaca ed. di Danilo Mandolini e da subito ha trovato riscontro nei lettori. Il libro è decisamente bello e  piacevole, apparentemente lineare (tipico del dettato paolettiano). In realtà non ci dobbiamo fermare o soffermare sulla pulizia contenutistica ma necessita focalizzare il punto, anzi i punti, di costruzione che costituiscono la chiave di volta dell’architettura. La sua semplicità è spesso apparente (con accostamento azzardato direi Penna docet) ma l’azzardo riuscito dell’autore è nel rendere leggero ciò che è profondo e ingombrante. Il libro si impernia su due verità, due punti, due travi portanti : la luce e l’infanzia, temi questi cari al nostro poeta già nei lavori precedenti (in particolare Breve inventario di un’assenza Samuele ed.2017) e credo lo saranno nei progetti futuri.  Paoletti inganna, sembra trattenere invece dona e ti conduce nelle varie tonalità di luce, ti seduce con i ricordi mnestici e ti immerge in concetti d’infanzia e di memoria non personali ma ad personam; rende universale con il tocco magico della sua parola. E questa qualità la chiamerei semplicemente  bravura. Da ricordare anche il mini saggio introduttivo di Maria Grazia Calandrone che entra nel vivo delle sezioni del libro.

 

 

 

 

Di notte gli alberi respirano con noi,
conservano i gridi rapaci degli uccelli.
Nella rete dei rami stringono la luce
che si trattiene
poi precipita di colpo sulle cose
e benedice il loro solido respiro
con una mano immortale, spalancata.

 

 

Ho sciolto un po’ di sangue dentro il tuo
e sentivo risuonare la voce di Domenica
mentre rammendava le calze
con l’orecchio teso oltre la porta,
le dita di Graziano affaccendate,
Margherita dai capelli intrecciati,
padri vedove madri figli di secondo letto,
Anita e Luigi e Margherita ancora.
Poi nomi conosciuti solo dalla pietra
e dalle strade livide di una città di mare
nomi pronunciati da altri nomi,
affogati nel grigio delle foto.
Ti affido anche il nome di mio padre
perché non riesco a pronunciarlo
senza sentire tutto il mare addosso.
E nella tua voce questo coro si spande,
una luce che non dice dove andare
ma benedice il nostro stare fermi
nel tempo a braccia tese
a chiederne ancora

 

 

 

Ci credi quando dico
che le parole avevano un odore
anche se non le capivo anche se
restavano appese, capovolte.
La lingua era quella della nuca
poggiata nel cavo della mano,
del pugno che scattava intorno al dito.
Non sapevi nulla e già mi conoscevi
per intero.

 

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