Eleanor Wilner – da “The Girl with Bees in Her Hair”


WILNER TO USEEleanor Rand Wilner è nata in Ohio nel 1937, e vive a Philadelphia. Poeta, traduttrice, saggista e docente universitaria ha pubblicato sette raccolte di poesia (maya, University of Massachusetts Press , 1979; Shekhinah, University of Chicago Press, 1984; Sarah’s Choice, University of Chicago Press, 1989; Otherwise, University of Chicago Press, 1993;Reversing the Spell: New and Selected Poems, Copper Canyon Press, 1998;The Girl with Bees in Her Hair, Copper Canyon Press, 2004;Tourist in Hell, University of Chicago Press, 2010). Ha inoltre pubblicato il saggio Gathering the Winds: Visionary Imagination and Radical Transformation of Self and Society, Johns Hopkins University Press , 1975. Schierata da sempre su posizioni pacifiste e a difesa dei diritti dei più deboli, nella sua scrittura rifugge dal taglio personalistico adottando una visione culturale e collettiva della memoria, con un’attenzione particolare a tutto ciò che esiste. Spaziando dal mito classico alla Bibbia, dalle fiabe all’arte, dal diluvio universale alle guerre contemporanee, Wilner individua nuove prospettive, ribalta luoghi comuni, dà voce e dignità a chi non ha avuto la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, privilegiando sempre i sommersi ai salvati. In traduzione italiana è uscito Voci dal labirinto, a cura di Eleonora Chiavetta, Plumelia edizioni, 2011. Alcuni suoi testi compaiono inoltre in Nuovi Nuovissimi Mondi; Antologia di Poesia Americana Canadese e Australiana, a cura di Maria Cristina Biggio, Raffaelli Editore, 2012, e in Una turista nell’inferno della storia, a cura di Fiorenza Mormile ( in “ Leggendaria” n.111, maggio-Giugno 2015).  

Eleanor Wilner
da The Girl with Bees in Her Hair (Copper Canyon Press, 2004)
traduzione a cura del Laboratorio di Traduzione si Monteverdelegge

 

la redazione ringrazia l’autrice e l’editore per la concessione alla riproduzione e pubblicazione

 
The Girl with Bees in Her Hair
wilner 01
came in an envelope with no return address;
she was small, wore a wrinkled dress of figured
cotton, full from neck to ankles, with a button
of bone at the throat, a collar of torn lace.
She was standing before a monumental house
on the scale you see in certain English films:
urns, curved drives, stone lions, and an entrance far
too vast for any home. She was not of that place,
for she had a foreign look, and tangled black hair,
and an ikon, heavy and strange, dangling from
an oversize chain around her neck, that looked
as if some tall adult had taken it from his,
and hung it there as a charm to keep her safe
from a world of infinite harm that soon
would take him far from her, and leave her
standing, as she stood now- barefoot, gazing
without expression into distance, away
from the grandeur of that house, its gravel
walks and sculpted gardens. She carried a basket
full of flames, but whether fire or flowers
with crimson petals shading toward a central gold,
was hard to say – though certainly, it burned,
and the light within it had nowhere else
to go, and so fed on itself, intensified its red
and burning glow, the only color in the scene.
The rest was done in grays, light and shadow
as they played along her dress, across her face,
and through her midnight hair, lively with bees.
At first they seemed just errant bits of shade,
until the humming grew too loud to be denied
as the bees flew in and out, as if choreographed
in a country dance between the fields of sun
and the black tangle of her hair.
                                            Without warning
a window on one of the upper floors flew open–
wind had caught the casement, a silken length
of curtain filled like a billowing sail– the bees
began to stream out from her hair, straight
to the single opening in the high facade. Inside,
a moment later–the sound of screams.

The girl– who had through all of this seemed
unconcerned and blank–all at once looked up.
She shook her head, her mane of hair freed
of its burden of bees, and walked away,
out of the picture frame, far beyond
the confines of the envelope that brought her
image here–  here, where the days grow longer
now, the air begins to warm, dread grows to
fear among us, and the bees swarm.

 

 

La ragazza con le api nei capelli
wilner 02
arrivò in una busta senza mittente;
era minuta, portava un vestito stropicciato di cotone
fantasia, lungo fino ai piedi, con un bottone
d’osso alla gola, un colletto di pizzo lacero.
Era ferma davanti a una casa maestosa
come se ne vedono in certi film inglesi:
urne, viali curvi, leoni di pietra, e un’entrata
troppo grande per qualunque casa. Non era del posto,
perché aveva un’aria forestiera, e capelli neri arruffati
e un medaglione, pesante e strano, che pendeva da
un’enorme catena attorno al collo, sembrava che
un uomo alto se la fosse levata dal suo,
e l’avesse appeso là come un amuleto per proteggerla
da un mondo infinitamente malvagio che presto
l’avrebbe allontanato da lei, lasciandola
là, come ora, scalza, lo sguardo
perso  nel vuoto, lontano
dalla grandiosità della casa, i suoi sentieri
di ghiaia e i giardini scolpiti. Portava un cesto
pieno di fiamme, ma se di fuoco o di fiori
dai petali cremisi che sfumavano verso un  centro d’oro,
era difficile dire- anche se certo, bruciava,
e la luce all’interno non aveva altro posto
dove andare, e così si nutriva di se stessa, intensificando il suo bagliore
rosso acceso, l’unico colore della scena.
Il resto era in toni di grigio, luci ed ombre
si alternavano lungo il vestito, sul viso,
e fra i suoi capelli di mezzanotte, brulicanti di api.
Dapprima sembravano solo macchie d’ombra vaganti,
finché il ronzio si fece troppo forte per essere negato
quando le api presero a volare dentro e fuori, come eseguendo
una danza campestre tra i campi di sole
e il nero groviglio dei capelli.
                                       Senza preavviso
una finestra ai piani alti si spalancò–
il vento aveva afferrato l’imposta, una lunga tenda di seta
si gonfiò come una vela al vento– le api
cominciarono a uscire fuori dai capelli, dirette
all’unica apertura sull’alta facciata. Dentro,
un attimo dopo– il suono di urla.
wilner 03
La ragazza– che in  tutto questo era sembrata
indifferente– a un tratto guardò in su.
Scosse la testa, liberando la massa di capelli
dal peso delle api, e se ne andò,
fuori dalla cornice, ben oltre
i confini della busta che aveva portato qui la sua
immagine– qui dove ora si allungano i giorni,
l’aria comincia a scaldarsi, il terrore diventa
paura in mezzo a noi, e le api sciamano.


Eleanor Rand Wilner è nata in Ohio nel 1937, e vive a Philadelphia. Poeta, traduttrice, saggista e docente universitaria ha pubblicato sette raccolte di poesia (maya, University of Massachusetts Press , 1979; Shekhinah, University of Chicago Press, 1984; Sarah’s Choice, University of Chicago Press, 1989; Otherwise, University of Chicago Press, 1993;Reversing the Spell: New and Selected Poems, Copper Canyon Press, 1998;The Girl with Bees in Her Hair, Copper Canyon Press, 2004;Tourist in Hell, University of Chicago Press, 2010). Ha inoltre pubblicato il saggio Gathering the Winds: Visionary Imagination and Radical Transformation of Self and Society, Johns Hopkins University Press , 1975. Schierata da sempre su posizioni pacifiste e a difesa dei diritti dei più deboli, nella sua scrittura rifugge dal taglio personalistico adottando una visione culturale e collettiva della memoria, con un’attenzione particolare a tutto ciò che esiste. Spaziando dal mito classico alla Bibbia, dalle fiabe all’arte, dal diluvio universale alle guerre contemporanee, Wilner individua nuove prospettive, ribalta luoghi comuni, dà voce e dignità a chi non ha avuto la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, privilegiando sempre i sommersi ai salvati. In traduzione italiana è uscito Voci dal labirinto, a cura di Eleonora Chiavetta, Plumelia edizioni, 2011. Alcuni suoi testi compaiono inoltre in Nuovi Nuovissimi Mondi; Antologia di Poesia Americana Canadese e Australiana, a cura di Maria Cristina Biggio, Raffaelli Editore, 2012, e in Una turista nell’inferno della storia, a cura di Fiorenza Mormile ( in “ Leggendaria” n.111, maggio-Giugno 2015).  Sulla sua poesia si è incentrato il Laboratorio di Traduzione di Monteverdelegge 2015.

Fotografia dell’autrice di Catherine Jansen

Maria Adelaide Basile ha insegnato letteratura italiana presso la John Cabot University. Ha tradotto il poeta francese Alain Bosquet, Poeta in Francia (Milano, Scheiwiller, 1990) e ha pubblicato un estratto della sua traduzione di The Glass Essay di Anne Carson (Gradiva, 41-42, Spring/Fall 2012), ambedue con introduzione critica. Suoi saggi e poesie sono presenti in varie riviste. Nel 2014 è uscito il suo primo libro di poesie, Viaggi, per Campanotto Editore.

Fiorenza Mormile, coordinatrice del laboratorio, ha insegnato italiano e latino nei Licei. Ha pubblicato due sillogi poetiche: Le calibrate spine (Fermenti Editore,?1999) e Variazioni sul Lausberg (DARS, 2003). La sua silloge Percorsi di rarefazione è uscita
nell’antologia poetica Cajorata 3, profili scoscesi, Buckfast Edizioni, 2015. Coordina il Laboratorio di traduzione di Monteverdelegge e ha curato (con Loredana Magazzeni, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli) le antologie  Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, Le Voci della Luna 2009 e La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua  inglese, La Vita Felice, 2015.

Anna Maria Rava ha insegnato italiano e latino nei licei romani ed è stata lettrice di italiano  alla Justus-Liebig-Universität di Gießen (Germania). È vicepresidente dell’Associazione Alzheimer Uniti Onlus, della cui rivista trimestrale è caporedattore e coordinatore editoriale.

Anna Maria Robustelli, poeta e traduttrice, ha insegnato inglese nei Licei. È presidente dell’Associazione Donna e Poesia; suoi saggi e traduzioni appaiono in svariate riviste e siti di poesia. Suoi testi poetici tradotti in inglese sono presenti nel sito Free?Verse. Ha curato, (con L. Magazzeni, F. Mormile e B. Porster ) le antologie Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, Le Voci della Luna, 2009) e La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua  inglese, La Vita Felice, 2015.

Paola Splendore,  ha insegnato letteratura inglese all’Università di Roma Tre. Ha curato varie antologie poetiche: Passaggi a ovest. Poesia femminile anglofona della migrazione (Palomar 2008); Isole galleggianti. Poesia femminile sudafricana 1948-2008
(con Jane Wilkinson, Le Lettere 2011). Per la collana Poesia dell’editore Donzelli ha curato le antologie: Sujata Bhatt, Il colore della solitudine (2005), Ingrid de Kok, Mappe del corpo (2008), Karen Press, Pietre per le mie tasche (2012), e Moniza Alvi, Un ?mondo diviso, 2014. Nel 2015 ha tradotto per Donzelli il memoir La mia dislessia di Philip Schultz, e per Del Vecchio la raccolta poetica: Jo Shapcott, Della mutabilità.

Jane Wilkinson ha insegnato letteratura inglese all’Università di Napoli “L’Orientale”. Tra i numeri curati per la rivista “Anglistica”, che ha diretto fino al 2012: Texts in Transit, dedicato alla traduzione (2001), e con Simon Gikandi Re-imagining Africa: Creative Crossings (2011). Autrice per Bulzoni dei volumi The Cripples at the Gate. Orson Welles’s ‘Voodoo’ Macbeth (2004), Remembering ‘The Tempest’ (1999) e Orpheus in Africa (1990), e per Heinemann di Talking with African Writers (1992). Con Paola Splendore ha curato Isole galleggianti. Poesia femminile sudafricana 1948-2008 (Le Lettere 2011).