Carlo Ragliani – Lo stigma (italic, 2019) – Nota di Alfredo Rienzi

“La caduta dalla grazia, ovvero Lo stigma”

A cura di Alfredo Rienzi 

 

Che la poesia contemporanea, almeno quella che non sia rappresentazione stantia e vacua emulazione, abbia via via sgretolato radici e tralicci e si presenti come uno sciame di corpi indipendenti e molto spesso singolari trova un’ulteriore e poco opinabile testimonianza nell’opera di esordio di Carlo Ragliani (1992), Lo stigma (italic, 2019). Opera, come vedremo, severamente progettata, che non può che iscriversi nella (paradossalmente?) affollata categoria degli unica, a cominciare (anche se questo aspetto da solo non basterebbe) dai titoli di sezione e – soprattutto – dal sottotitolo, corrispondenti a lettere ebraiche. Il sottotitolo – אֺת – , composto dalle lettere ebraiche Aleph, col puntino masoretico, e Tau, si legge “Ot” e significa “segno”. Nella tradizione veterotestamentaria, è ciò che connota Caino, e lo destina alla punizione che lo rende tale: “Il Signore mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse” (Genesi 4:15).[i]

L’ultimo dei versi o distici di chiusura di ogni sezione – in pratica gli ultimi versi dell’opera – retroilluminano tutto l’insieme: «La disciplina richiede sacrificio./ Il sacrificio sei tu» (p. 109). Getta un ponte, tale affermazione, tra l’opera e la vita, ché il sacrum facere che sostiene il percorso o il disegno concettuale è, contestualmente, sacrificio e disciplina che governa la costruzione rigorosissima della raccolta. Alcuni elementi: sette sezioni (e tra le tante valenze del sette, privilegio qui quello insito nello stesso versetto biblico testé citato, cioè «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui»), ognuna delle quali titolata da una lettera ebraica, translitterata in alfabeto latino e sottotitolata da un elemento lessicale, più spesso un sostantivo (Vagito, Radici, Luce nascosta, Nullificare, Privo, Caduta, Uomo), che non viene riportato nell’indice.

Ogni sezione è composta da dieci testi, omogeneamente compatti, brevi e verticalizzati, il cui titolo è rigorosamente di un solo lemma preceduto da un trattino; ogni sezione ha in epigrafe citazioni vetero- o neo-testamentarie (Marco, Salmi, Deuteronomio, Matteo, San Paolo ai Filippesi e, significativamente a chiusura della prima e ultima sezione, Giobbe). Ancora: ognuna delle sette sezioni è chiusa da uno o pochi versi, la cui semplice lettura consequenziale fornisce, nelle sue enunciazioni spesso estreme, una densità, cui, peraltro, ogni segmento della silloge non si sottrae:

  1. «Stiamo precipitando in un gorgo d’ansia e spossessamento.»
  2. «Il senso del peccato/ Il sentimento dell’indelebile. »
  3. «Distruggi le tue felicità, ché sono da poco davvero/ Percepisci la miseria di questa vita, di tutta la vita./ Fallo per amore. Non cambierà nulla. »
  4. «La vita non ha nulla per noi.»
  5. «Ciò che rimane di me è un suicida imbecille, che ha fallito anche nell’uccidersi.»
  6. «Lo stigma è il segno che divide; il segno di chi diparte. Lo stigma è malattia, un vizio.»
  7. «La disciplina richiede sacrificio./ Il sacrificio sei tu.»

Date, necessariamente, queste coordinate architettonico-strutturali, che non possono essere espunte o divelte dal contenuto dell’opera, ci troviamo, anche solo considerando gli elementi esposti, di fronte a un possibile bivio interpretativo, la cui formulazione include sia una componente di banalità che di essenziale importanza (come spesso capita con le domande fondamentali ma che hanno in nuce una risposta relata a categorie almeno parzialmente indissolubili): si tratta di un volume d’impronta religiosa o filosofica? Il discorso andrebbe affrontato, ma dargli primazia farebbe torto al lavoro del poeta, che dovrebbe prima di tutto essere valutato come tale. Gli farebbe torto perché andrebbero messe in conto esplorazioni e tesi troppo ampie e probabilmente non risolutive. Aggiungo, quindi, un solo dato e, probabilmente, in esso sarà facile cogliere il mio pensiero.

L’elemento centrale su cui si sviluppa la poetica di Lo stigma, si fonda sull’evento biblico-mitologico della cacciata dall’Eden e su quanto ad esso, nel breve relativo della narrazione biblica, conseguì. A dire il vero sia il sottotitolo della sezione Tav, Caduta, che alcuni passaggi, come il «sonno della materia», «il regno», «l’esilio» ecc, rimandano finanche ad un prima, alla dimensione dell’Adamo Celeste – Adam Qadmon, prima della caduta nella terrestrità dell’Adamo biblico. E ancora, per restare nella sponda cosmologico-filosofica, va considerato, almeno secondo la mistica ebraica, che i primi cinque libri della Bibbia, cioè il Pentateuco o Torah, compreso ovviamente Genesi, sono da considerare, letteralmente, “pre-religiosi” o, semplificando e approssimando, riconosciuti dalle tre grandi religioni monoteiste. Ultimo, ma fondamentale elemento a favore della prevalenza dell’aspetto simbolico-filosofico è la struttura basata sulle, verrebbe da dire segnata dalle, lettere ebraiche, che recano in sé, da millenni e nei svariati usi, tutta la forza a-razionale del simbolo.[ii]

Torniamo però, doverosamente, ai versi di Carlo Ragliani, con un approccio diretto e progressivo, ovvero spogliandoci, per un tempo di lettura, dalle impressioni e dalle speculazioni riflesse da quanto già noto dall’interezza della raccolta.
La prima sezione contiene in sé già molti elementi che orientano il percorso: il sottotitolo, Vagito, allude ad una sorta di pre-esistenza, ma già pre-destinata, inesorabilmente, come infisso nella carne del testo dalla citazione di Giobbe 5:7: “Ma l’uomo nasce per soffrire come la favilla per volare in alto”. Uno spinoso e dolente vocabolario del dolore e dell’abbandono lo pronuncia: «solitudine», «abbandono», «assenza», «congedo», «ansia», «afasia», «impotenza», «persecuzione», «inganni», «umiliazione» ecc.

La domanda che, a questo punto della lettura, ci si pone è: questo “calice amaro” che il poeta evoca (mai, precisiamo, la voce poetica è declinata in prima persona, né singolare né plurale, ma procede impersonale e poggiata sull’infinito verbale) è il prodromo penitenziale, la necessaria fase al nero, la catabasi necessitante? Ci sarà, nel divenire dell’opera, a un certo punto, l’apertura salvifica, la svolta anabasica, il “medicamento dolce”? Il “sacrificio” sarà premiato?
Il grido contenuto nel terzo testo della seconda sezione, che riporto per esteso, sarà ascoltato come spera l’orante nel suo de profundis?

 

– Padre
dal profondo
a te gridiamo
osiamo
la supplica
ancora
noi
di bestia in bestia
morte impilata
su morte.

(pag. 31)

 

– Miserere[iii]
nel silenzio
l’infrangibile sentenza
all’altezza di un aiuto
inconcesso
per fissare l’attimo sterile
e perdere tutto
nella liturgia
dell’assenza.

(pag. 60)

 

No, così non pare: lo stigma, il marchio non può essere revocato, pena la dispersione del concetto stesso: «Il danno/ indelebile/ si compie/ nello stigma» (p. 38). La condizione umana, secondo il poeta, non può prevederlo, perché «la sorte dei vivi/ non glorifica nome/ alcuno» e il «miracolo/ […] non avviene»: «il frapporsi della carne», «lo stomaco cianotico», il «sonno della materia», «l’ansimare dei muscoli» orchestrano «la ballata/ della sconfitta», rendono impensabile un ritorno dalla «vela nera», sanciscono la «condanna all’inabilità […] ci mantengono/ inutili».

Mentre in tutte le sezioni prosegue un dolente salterio penitenziale – non soggettivo, ma della stessa condizione umana («indegnità», «vergogna», «spine», «iniquità genetica», «fallimento della vita», «esilio», «colpevolezza», «esercizio delle futilità» ecc), e s’accentua il tono cupo d’irredenzione, si estremizza l’inno alla dissoluzione («il dovere è dissolversi», «prosciugare l’esistente», «spezzare la soma/ delle ossa», «liturgia dell’assenza» ecc). Un clima da vanitas vanitatum et omnia vanitas è coerente fondale:

 

– Pelle
la sindrome
a ricordare
che nulla di quanto
stretto
al poco che rimane
è sufficiente
per sorridere
per ignorare
che spariremo
come tutto.

(pag. 48)

 

Scrive l’eccellente Mario Famularo nella sua densa prefazione: «Ma non basta. Ragliani intende andare ancora più a fondo, e dopo avere annientato le radici, il desiderio e l’aspirazione, mette in discussione anche la percezione del tempo, della memoria e delle aspettative del futuro, vanificando persino la possibilità del suicidio, che spesso si insinua tra i testi («un insetto /all’angolo /che muore/ solo/ per sospendere/ la caduta» (p. 57); «lutto»; «esistere/è privarsi») fino all’inquietante «…tempo/ marcito tra dialogo/ ed attesa/ del suicidio» (p. 22) ed all’inesorabile sentenza lineare in coda alla Sezione Gimel – Privo, a pag. 81: «Ciò che rimane di me è un suicida imbecille, che ha fallito anche nell’uccidersi». Fin qui, coerentemente, si spinge la «prospettiva negativa (o meglio ablativa)» e il «procedimento di privazione e di negazione di ogni cosa» come bene enuncia Famularo.

Si chiede Roberto Corsi in uno scritto del 7 dicembre 2019[iv], in relazione al secondo aspetto della raccolta: “quale salvezza?”, riproponendo la stessa domanda da me formulata in precedenza (“Ci sarà, nel divenire dell’opera, a un certo punto, l’apertura salvifica, la svolta anabasica, il “medicamento dolce”? alla quale avevo risposto negativamente). Ritiene Corsi che tale interrogativo «riceva una risposta composita, a volte oscura, probabilmente in fieri» e che «per il poeta, annullamento del sé e silenzio sono due possibili risposte. […] Probabilmente, prima ancora che con la fede, con un rigoroso esercizio ascetico di frustrazione dei propri istinti».

Mi sia concessa, in conclusione, una domanda retorica e “aperta” – come lo è, di fatto la discussione sull’originale esordio di Ragliani: quale senso ha ricorrere allo strumento creativo per eccellenza, la poiesis, per compiere il cupio dissolvi che i versi annunciano? Costruire la distruzione? Creare per distruggere? Non è Lo stigma, forse, una costruzione nella quale cercare ancora senso, un altro senso: oltre, dentro, negli interstizi ancora esplorabili tra verso e verso?

 

[i] La Sacra Bibbia, Edizioni Paoline, 1964. La citazione in Lo stigma (“Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato” mi risulta aver fonte nella versione C.E.I. è la traduzione italiana cattolica ufficiale e non nella Nuova Riveduta. Mi restano pertanto dubbi sulla attribuzione che fa Luigi Cenacchi in “La passio di Carlo Ragliani ne ‘Lo stigma’…” su Niedergasse circa una “biblioteca immaginaria” dai riferimenti protestanti ed evangelisti. Nella nota verrà chiarito, peraltro, che non ritengo che l’aspetto religioso sia quello principale.

[ii] La questione della Caduta – dalla grazia, è in realtà un punto nevralgico dell’opera. La cacciata dell’Eden determina in primo la mortalità dell’umanità e, conseguentemente, la natura peccaminosa e irredimibile dell’essere umano. Tale condizione patologica, in termini di pura dottrina cristiana, è identificata secondo Agostino come “culpa felix”, e quindi “serena colpa”, in quanto è una condizione di colpevolezza che sarà mondata dal sangue dell’Agnello.

[iii] Non casualmente il “De profundis” (Salmo CXXIX) e il “Miserere” (Salmo L) sono tra i sette Salmi tradizionalmente considerati “penitenziali”

[iv] Roberto R. Corsi, Carlo Ragliani. Lo stigma. https://robertocorsi.wordpress.com/2019/12/07/carlo-ragliani-lo-stigma/

 

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© Fotografia di Dalila Rosa Miceli

 

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È redattore in Atelier Cartaceo, Atelier Online, e Laboratori Poesia. Ha pubblicato Lo stigma (italic, 2019).