Anteprima editoriale di Jonata Sabbioni, “Cosmoscopio” (Arcipelago Itaca, 2020)

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Jonata Sabbioni nasce ad Amandola (FM) nel 1985 e vive ad Ancona. E’ ingegnere edile e architetto. In ambito poetico, ha esordito con il libro Al suo vero nome (L’Arcolaio, 2010 – introduzione di Filippo Davoli), cui ha fatto seguito Riconoscenze (L’Arcolaio, 2015 – introduzione di Adelelmo Ruggieri). Sue poesie sono incluse in antologie, riviste e pubblicazioni online. Redattore di “Nuova Ciminiera” e della Radio on web “Radio Incredibile”, ha fondato e diretto il periodico di cultura e attualità lAforisma. Scrive di architettura, ambiente e città per vari spazi online di approfondimento culturale. E’ autore di recensioni e commenti critici sulla poesia contemporanea per alcune riviste online e si occupa di promuovere la poesia attraverso iniziative pubbliche e reading.
Le seguenti poesie sono tratte da “Cosmoscopio”, in uscita per Arcipelago Itaca nel dicembre 2020.

 

*

 

Eravamo in viaggio lungo
l’autostrada, ad ovest.
Il tramonto basso di dicembre
ci impediva, a tratti,
la vista e ci faceva ridere
quell’andare ad occhi chiusi,
improvvisamente abbagliati
alla deriva. La condizione
riguardava entrambi: non potevamo
darci il cambio né compensarci,
disperatamente ciechi
nelle intermittenze della chioma
di un albero o nell’ombra
di un mezzo in senso contrario.

 

*

La sera tornammo a parlare
di luce, cercando Sirio
nel Triangolo Invernale.
Lo sguardo schiarì nello spettro
delle stelle, che sono lontane
e innocue. Ho pensato allora
al respiro di un oltremondo
in cui, se anche il tempo
e lo spazio sono frammenti
relativi, io potrò guardare
la luce viva di una stella
come un uomo
vecchio di milioni di anni.

 

*

 

Quasi mai le mie parole producono allarme, precipitano dentro gli altri. Le mie parole non producono urti, non sono pezzi, parti utili. Le mie parole, quelle che compongono il mio monologo esterno, il mio pensiero sugli altri – sui corpi esposti, le auto, i rifiuti sui cigli stradali, le teorie sui figli degli altri, il terrore di solitudini pure e mortali – sono cose. Sono cose le parole che dico a te e al mio corpo che pure non è mio perché lo sento staccato, separato da me come in una vita autonoma, che non amo né odio e che mi è indifferente come ciò che vedo e sento nelle smeriglie dei dettagli che mi circondano e su cui mi soffermo. Ho preso a tenermi a distanza. Solo quando parlo in me, diviso da me stesso, arrivo a capire di cosa sono fatto. Separo gli oggetti, li tengo in ordine, staccati, per non confonderli. Non debbono contaminarsi. Li creo autonomi. Qui, sono dentro, nel mio monologo interno. Scompongo me stesso, adesso, quando smetto di vivere dentro le parole, quando allontano gli altri, la loro minaccia, la loro alterità irrisolvibile. Mi tocchi la schiena lascio la mia impronta, dici. Un’impronta, un’orma in superficie.

 

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