18 – Tramonto d’estate

Frettolosa s’affolla sulla rena rovente

un tramestio di gente che intorba

la quiete solare: sagome pallide, aduste o ramate

vengono, vanno, sprofondano rapide

nel gorgo lucido dei miei occhi scuri

che confusi sogguardano e quasi vengono meno.

Solo nel limpido azzurro del cielo

trova riposo il frastuono estivo.

Un cerchio d’ombra mi protegge un poco dall’arsura.

Ma attedia questo tempo fermo, spento,

che stretto al polso da un cinturino

in una formula dice

muto l’inavvertito giro d’ore

dell’esistenza e il ritmo di vita del mio cuore.

Senza riguardo, tu,

irriverente e altera Annina, violi

della mia pace l’ombria monotona e sicura.

Trilustri o poco più, le estati tue

nulla per te valgono; e non t’accende

il sole ardente di Romagna quanto

l’empito verso il tanto desiderato primo bacio.

Per i tuoi anni ‘bambina’ ti chiamano gli amici,

ma con un ghigno sdegnoso li irridi tu che non vuoi

esser protetta, e spavalda non sai

quanto presto si penta chi ha fretta di crescere.

Allora di movenze, gesti, parole altrui

ti vesti, e in ciò riveli un desiderio ch’appartiene anche a me:

apparire davvero per chi non si è.

Non t’importano i troppi discorsi

che gli adulti, per te infanti, declamano Vero;

te sola affascina il mistero d’amore,

i dolori del cuore. Osservi il mare

e nei sogni t’immergi. Non pensi. Poi mi dici:

«Siamo diversi. A che mi serve il tuo filosofare? Io voglio solo vivere».

Pure non celano i tuoi occhi un velo di malinconia,

un’espressione senza voce, che sperdi

nel luccichio dei raggi riflessi tra le onde.

Già approssima la sera. Ma anche tu, come me, non sai ancora

dire quel che senti. Così lasciamo che parli, per noi,

lontana e silenziosa, la traccia equorea che lenta indora.

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