Su “Monte Stella” di Luigi Fontanella, lettura di Carlangelo Mauro

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LA «VERDE SENILITA’» DI LUIGI FONTANELLA. IN MARGINE ALLA RACCOLTA POETICA MONTE STELLA

DI CARLANGELO MAURO

Dovrai saper riconoscer

il punto in cui incontrerai

l’altro te stesso

(Avrai i tuoi anni, in L’adolescenza e la notte)

L’ultima raccolta di Fontanella, Monte Stella (Passigli, 2020, pref. di S. Aglieco) nasce dal desiderio di un’ascesa che non si è mai realizzata, se non simbolicamente. Come informa nelle note d’autore a fine volume, il poeta nell’infanzia guardava dalla propria abitazione a Salerno il monte Stella «che non h[a] mai scalato», sulla cui cima c’è un grande altopiano verde. Di una scalata alla “montagna interiore” si tratta con tutto il suo corollario di archetipi, cui da tempo la poesia di Fontanella ci ha abituati. Geografia dell’anima in un cammino a ritroso che ripercorre tutta la sua esistenza e lo riporta ai luoghi originari. Questo andare a ritroso lo si ritrova nei precedenti libri di Fontanella; in L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015, pref. di P. Lagazzi) l’io lirico osserva le gocce che battono alla finestra, sorta di ticchettio che scandisce la vita e il tempo che in Fontanella è pienamente novecentesco nella sua circolarità, nel suo eterno ricominciare:

In certe domeniche lente e lunghe

io m’attardo a osservare

le gocce d’acqua ai vetri

una pioggia che si ripete

all’infinito, ogni volta,

nel mio percorso a ritroso.

In una bella prosa di Oblivion (Archinto, 2008) queste «gocce d’acqua» battono più violentemente alle «imposte», come correlativo oggettivo del rimescolamento impetuoso dell’introspezione di fronte al tempo che consuma, brucia gli «anni», ma sempre spinge l’anima alla memoria dell’infanzia: «Ieri, durante una notte insonne, sentivo nelle falcate impetuose del vento e nella pioggia che ticchettava impazzita alle imposte il senso centrale e oscuro della mia infanzia». In Ceres (Caramanica ed., 1996) nella sede strategica dell’epigrafe, troviamo un verso di Hölderlin: «Difficilmente il suo luogo / abbandona ciò che abita vicino all’origine». Verso che si potrebbe porre ad epigrafe non solo di tutta l’opera poetica di Fontanella, ma perfino di quella critica, dello studioso e docente di letteratura italiana in America, sempre alla ricerca, andando a ritroso, del «suo luogo» e dell’«origine». Basti qui ricordare suoi interventi critici come La parola transfuga. Scrittori italiani in America (Cadmo, 2003) o l’edizione di poesie di Pascal D’angelo (Il grappolo, 2001) come anche il romanzo Il dio di New York (Passigli, 2017), sempre ispirato alla vicenda di D’Angelo, uomo emigrato in America dall’Abruzzo, che si dedica alla poesia in uno strenuo esercizio e in circostanze avverse, da migrante che deve buscarsi il pane, ma cerca disperatamente la poesia nella nuova lingua, pur vivendo nella miseria più nera. Un ritratto che fa onore ad una generazione di migranti italiani, “uomini del piccone e della pala”, manovali negli scali ferroviari che cercano di ascendere, tra grandi difficoltà, ad una diversa condizione di quella da cui sono partiti. Un ritorno alle origini italiane che sono anche dell’autore e alla sua “scalata”, certo molto più agevole in quanto ad opportunità di ambasciatore culturale in America, ma sul piano psicologico non meno impervia, come è testimoniato dalla lacerante ‘rabbia’ trasposta sul piano linguistico nei primi libri o più specificamente in una poesia come New York in Simulazione di reato (Lacaita, 1979), in cui l’io lirico si sente come «gabbiano smarrito sull’acqua / che cerca la sua casa d’un tempo». Un testo questo da cui si possono evincere i problemi di ambientazione nella prima fase di integrazione dell’intellettuale e del poeta nella società americana (lo stesso autore ha dichiarato che questa poesia «quintessenzia tutta la mia rabbia linguistica ed esistenziale derivata dal mio primo impatto con l’America»).

Fontanella nel ritratto che ci dà di Pascal D’Angelo in prosa e in poesia, come nella critica, esprime al fondo parole di solidarietà a questo suo particolare, per così dire, ‘doppio’. Mi è rinvenuto in mente il grande Brecht, anche per il comune ambito lavorativo, quello ferroviario, anche se le mansioni e i tempi del manovale Mike, di cui parla lo scrittore tedesco, e quelle del pick and shovel men Pascal D’Angelo, di cui parla Fontanella, sono diversi:

Questa poesia è dedicata ai compagni

del frenatore Mike McCoy

(morto perché troppo debole di polmoni

sui treni di carbone dell’Ohio)

per solidarietà.

Voglio dire che si avverte una sorta di fratellanza ideale, nei «dolori» e nei «respiri» da parte di Fontanella, ad esempio con Pascal e con i migranti, nelle poesie almeno in cui si può ritrovare l’immagine di chi ha dovuto lasciare la sua terra e non smette, però, di sognare un destino diverso, come nella bella poesia La città celeste (corsivo mio):

Questi luoghi sono stati i vostri cammini,

quelle lotte-speranze i nostri dolori,

diverso il mare visto dalla riva

da quello visto dentro un bastimento.

[…]

Questi luoghi sono stati i nostri respiri,

[…]

Questi luoghi ci sono ormai dentro e vicini,

qui dove tutto e nulla avrebbe rimescolato

le carte del gioco e del bisogno, trasformato

in un coacervo l’inganno, la nostalgia, il sogno.

 

Questa lirica si può leggere come un intertesto di Monte stella. Tutto infatti in questa raccolta è trasposto sul piano del sogno e della nostalgia delle proprie radici, nostalgia dei luoghi dai quali ci si è dovuti distaccare. Fontanella è nato a Carifi e vissuto a Salerno nell’infanzia e nella prima adolescenza. Le «fantasticherie» (p. 13: «qualche mio viaggio / in totale fantasticheria») accompagnano verghianamente la regressione di Fontanella all’origine, il libro, dice anzi Lagazzi, è un «prolungamento di quelle fantasticherie». Alla difficile scalata verso la “montagna interiore” si alterna la catabasi, la discesa negli spazi più profondi della memoria: uno scendere e salire che era tipico delle stradine, dei luoghi dell’infanzia: «Così ripasso gli attimi anni, / di corsa, come lungo le salite e le discese / della ripida scalinata che mi portava a casa» in Monte Stella; oppure si leggano i seguenti versi in L’adolescenza e la notte: «Nessuno scende per quella / stradetta che ci conduceva a Fratte». Si tratta anche di una discesa agli inferi che include l’invocazione dei propri lari familiari, nel solco di una tradizione letteraria meridionale, come rito di esorcismo contro la dispersione, il tempo che cancella ogni cosa, ogni memoria, ivi compreso la presenza dei propri cari, della marginalità di cui la scrittura vuole lasciare testimonianza.

«Tra memoria e immaginazione» si ripercorrono nomi e luoghi che riconducono a casa. In «Ho rivisto il mio verde», un testo significativo, nel volume Oblivion, questo ritorno è il filo di Arianna nel labirinto di un percorso altrimenti «a moscacieca»: «come per un percorso a moscacieca / tradito traditore, sono ritornato / non ero mai partito». Un testo che reca un incipit da memorizzare, con il sintagma «mio verde» e l’enjambement, con il verso successivo costituito da una sola parola: l’aggettivo «intatto». Verde intatto è l’essenza di questo ritorno all’infanzia e alla giovinezza; «verde» più volte richiamato nell’ultima raccolta, che riporta a quello dell’altopiano del Monte stella (il che implica dopo la salita, la difficile ascesa, la quiete di un’altra, equilibrata condizione interiore, ricercata negli ultimi libri).

È fondamentale questo ritornare ad uno spazio marginale per riconoscersi, ritrovarsi nei labirinti di case e piazze, indirizzi delle dimore d’infanzia, come già in L’adolescenza e la notte: «Salerno, Via Parmenide 30: / cinque anni della mia adolescenza». Si tratta di un riconoscersi per ritrovarsi, ricostruire i frammenti di una identità altrimenti scissa: «In quel margine un ritrovo a ritroso» in Monte stella. Il senso di spaesamento è ancor più tipico del migrante, ambasciatore culturale o manovale che sia: «e improvvisamente le strade / si riempiono di persone bendate. / Nessuno riconosce nessuno». Più che con Proust, che ovviamente viene alla mente («il tempo ritrovato»), c’è dietro la poesia di Fontanella il Sud di Alfonso Gatto e Rocco Scotellaro. Il personaggio della vecchina incontrata dopo aver rivista la propria casa di un tempo «di via Sabato de Vita» a Salerno che chiede «vicino al cancelletto»: «Ma vuie a chi appartenite», contrassegna questa discesa per ritrovare i propri Lari in senso volutamente localistico. È la domanda («Chi fuor li maggior tui?») che in senso più ampio Fontanella pone a se stesso, anche in senso letterario. Lo scrittore del Sud dalla propria provincia, dalla propria marginalità, cerca di collegarsi ad una dimensione più universale, nazionale – nel caso di Fontanella internazionale – ed ha ben presente però quel limite, quel «cancelletto», quella gelosa chiusura nei propri confini.

Lo studioso, inoltre, del surrealismo (Il surrealismo italiano, Bulzoni 1983) della scrittura semi-automatica in certi parti della sua produzione, se negli ultimi libri riprende la tradizione, il discorso lirico o le forme della poesia in prosa, non tralascia mai, sulla base del vissuto, di dare spazio alle sue «fantasticherie», il suo dialogo con le «ombre», con la freudiana «Gradiva» – e mi riferisco alla seconda parte del volume Disunita ombra – con i fantasmi della psiche in Monte Stella:

una coppia di fantasmi

fissano il tempo

e guardano il nulla che resta.

Fantasmi che perennemente ritornano nella sua scrittura onirica. La scrittura da taluni è stata definita un rito medianico, una evocazione di presenze larvali che fa del poeta una sorta di sciamano che parla ai suoi fantasmi interiori; tale discorso si attaglia perfettamente alla poesia G. F. di Disunita ombra: «Oggi i morti risorgono in quest’aria / costiera, ed io padre, nella tiepida / luce di una primavera / verrò a trovarti a Salerno / prima che faccia sera».

Il medium della scrittura permette al poeta di evocare, quindi di ritrovare, anche in Monte Stella i fantasmi del padre Gennaro Fontanella e della madre Nedelia che risorgono, gli parlano in una dimensione temporale sospesa in cui il passato presente e futuro («verrò a trovarti») sono indistinti: «Raccogli la voce di tua madre». Sono figure che ritornano ciclicamente nei suoi libri. Innanzitutto la madre morta ancora giovane, la «sposa bambina» – nella realtà parecchio più giovane del padre – è già evocata, ad esempio, in Disunita ombra come nume tutelare del borgo di Carifi dove si rifugiò con il marito nel ’43 per i bombardamenti alleati sulla vicina Salerno. Il poeta richiama, con un omaggio al contrasto di Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima, il proprio concepimento, in un letterale controcanto al tema del citato verso di Hölderlin. Davvero qui il luogo abita vicino all’origine:

Questa, in effetti, l’unica

gloria della mia angusta contrada,

fatta di un’unica stradetta

che tutta la taglia a metà

ove mio padre nel settembre del ’43

trovò rifugio insieme con la sua

sposa bambina, una diciottenne

fresca e aulente cresciuta

nel Cilento ma di origine vaporina

sùbito incinta del suo

Luigi Augusto e molto poco Guerriero…

La variazione neonatale di questa regressione fino all’origine prenatale di Disunita ombra è in Monte stella: «Tu, neonato / nelle braccia di una madre bambina. Nedia Nedelia morte. Il sangue sulle case». Questo senso di morte («quella morte in lampi / che come luce ci assedia») è particolarmente intenso in Monte stella, come una maturazione, un nuovo possesso perenne; il poeta per contrasto con la memoria ritorna alla giovinezza, alla sua vitalità che si vuole eterna, proprio attraverso la pagina che la fa rifiorire fissando i ricordi, evocando quei tempi e quei luoghi:

Un accrescimento di morte

che rinasce ogni volta

nella fissità della tua giovinezza,

della tua eterna giovinezza.

«Il sangue sulle case», cui riporta la morte della madre, la «sposa bambina» scomparsa prima di raggiungere la vecchiaia (Nedelia Polverini, cfr. le note d’autore), sangue che quasi come un sacrificio biblico contrassegna la sacralità di quei luoghi del passato, è accompagnato dalle immagini dei «mandorli in fiore». Tutta la poesia di Fontanella si fonda su questa polarità, contro la morte e il tempo si vuole affermare il valore della vita, di una intatta vitalità. Solo fermando l’attimo nel ricordo, nella evocazione tramite la scrittura, si può annullare la corsa del tempo, l’angoscia del senso di morte: «Il tempo / è fermo nei capelli di questa giovane madre», così nella struggente poesia dedicata a Nedelia.

Quando le braccia della sera si protendono alla montagna, l’io lirico dice rivolto a se stesso che la scala «ogni giorno con gli occhi». Ma la salita alla ricerca del proprio lib[e]rarsi, dimesso l’inessenziale nella solitudine interiore del distacco – poiché questo è proprio «un canto del distacco», come viene detto» in apertura del volume – è anche ad un passo dal precipizio. La vitalità sempre ricercata, di cui è esempio la «piccola figlia», la «figlia maramalda» in Monte stella, fiorisce da una morte perennemente ritrovata. Brancale ha potuto titolare un suo intervento sul libro «poesia sulla soglia verde del ‘Monte Stella’». Ed è vero che questa poesia sembra apparentemente rimanere sospesa, tra la vita e la morte, rimandando or all’una e all’altra dimensione, ma riesce a trovare la sintesi proprio in questa polarità, in questa ambivalenza. Il «verde» rimanda alla vita, all’immagine dei bambini dominante nel libro e si alterna con l’adolescenza: «Siamo solo bambini, / conchiglie dimenticate al vento»; «C’è un bambino che dorme / disegnando nell’aria il suo nudo / mistero».

Il silenzio dei luoghi d’infanzia, rivisti, è «mortale» poiché non è interrotto dalle «grida di bambini e madri»; una «terrazza», tra i fantasmi e le «ombre» che «salgono» rivive invece tra le colline, tra le «grida di bambini carambolano/ da una pietra all’altra. Ancora i desideri e i sogni che fuggono sono «gocce di vita», e questa analogia viene spiegata con un’altra che segue, quella dei bambini «in fila» che «schiamazzano in gesti e parole».

L’io lirico ricerca suoni, percezioni, colori legati ai luoghi che rimandano all’infanzia, poi all’adolescenza, a quel «giardino», un Eden seppellito sotto la soglia della coscienza, che ritorna in vita attraverso la scrittura: «Vado cercando ancora quel giardino. / Ragazzo, vi rubai i primi mandarini». Conta non solo il ricordo del passato («Io sono stato quel ragazzo…») ma l’attimo presente, immobile, in cui «tutto è fermo», come viene detto, «tutto è terribilmente esatto». Si avverte con paura ed angoscia che il tempo può distruggere ogni cosa quando si guarda tutta la propria vita nel susseguirsi delle sue fasi e delle sue stagioni, una volta che si è arrivati alla vecchiaia, più vicini alla morte, ad una dimensione grigia che tutto cancella. I «vecchi ingessati e dimentichi, / seduti in silenzio» in Piazza Matteo Galdi a Fratte sono figure della morte. Ma è nell’avventura della scalata alla ‘montagna interiore’, nella «fantasticheria» che recupera lo spazio del sogno e della nostalgia che può rivivere il puer, «eterno osservatore» della vita e del «verde», che non si lascia vincere, che resiste al tempo, che rende «vivo» il «passato» che niccianamente sempre ritorna:

Ammiro i fiori del ciliegio selvatico

il verde irresistibile dei rami

il loro movimento, il loro frusciare

che annuncia il tempo

presente vivo passato.

Il ritrovamento più prezioso di questa ascesa al Monte Stella è questa dimensione di «verde senilità», poiché «dalla pietra nasce un bambino, ridente, tenero, inerme», per dirla con l’Hillman del Puer aeternus (Adelphi,1999) . Il sintagma «verde senilità» si ritrova in una poesia intitolata Ricordo di un ricordo, poi confluita con varianti in Disunita ombra (Archinto, 2013):

Ricordo di un ricordo
in questo treno trabiccolo
che sbrindella di nuovo
la mia verde senilità
la mia umile vigile scorza…

Ma in Monte Stella, la «scorza di fuga» in cui il poeta è «nato, come scrive nel testo di apertura della raccolta, è un felice ritorno all’origine, all’«irresistibile verde» dell’infanzia, alla terra in cui sono i «bambini / che ruzzolano incoscienti ed eterni». Gli estremi, il puer e il senex, si ricongiungono finalmente in unità, l’io ritrova l’armonia perché il luogo assegnato è quello; nella «fissità» dell’«eterna giovinezza» le angosce come le tre Erinni o le tre Parche, che possano minare l’anima, si placano:

non più sangue

non più fine

non più morte

Nel «folto verde» del Monte Stella l’io rinasce e vive (p. 103), ritrova quel «fiato» capace di rubare «la distanza» (Olimpia, in L’adolescenza e la notte) che lo separa dall’altro se stesso, ritrova infine il suo «respiro», la sua parola originaria.

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