Sparauli ovvero l’innamoramento, di Giuseppe Cinà – Maria Nivea Zagarella

Sparauli ovvero l’innamoramento, di Giuseppe Cinà
Maria Nivea Zagarella

La chiave di interpretazione del volumetto poetico “A Macchia E U Jardinu” di Giuseppe Cinà (Manni ed., 2000) la fornisce lo stesso autore quando parla di innamoramento. Innamoramento per Sparauli, o meglio per i suoi tesori, con riferimento a un tratto di territorio all’interno della Riserva naturale dello Zingaro nel trapanese, specimen di una natura selvaggia e parzialmente umanizzata in passato, macchia e jardinu appunto – come recita il titolo – ma che si innalza nei testi, conservando gli specifici caratteri mediterranei (infinitu nustrali), a simbolo dell’universale bellezza e vitale energia della Natura, che sutta i nostri peri sempre zagarìa (fiorisce) e nella quale Tuttu esti, tuttu va (Tutto è, tutto va).
I “tesori” naturalistici ed etici bisogna imparare a “ri-conoscerli”, sembra dire il poeta, e in questa direzione, programmaticamente lontana dalla città e dai suoi rumori, si muovono le due sezioni del libro: Cuntu ri Sparauli (Racconto di Sparauli) nell’oggi, e Za Rosa (Za Rosa), racconto di Sparauli di ieri. Nella prima sezione l’autore “colto”, in un ritorno fisico e ideale alla sua terra, se ne riappropria sentimentalmente, intellettualmente, antropologicamente, vivendola, attraverso un linguaggio lievitato di metafore e di vivide suggestioni realistiche, come rivelazione di un equilibrio ritrovato fra uomo e natura (equilibrio nel quale tutti siamo re), fra sana operosità rurale e vitalistica selvatichezza, fra un agire soggettivo e collettivo sgombro di mali fantasimi umani e lo “stupore” rinato del mondo, ciarmati (ammaliati) i sensi del suo fascino/mistero. Nella seconda, è la terra stessa attraverso il dire semplice, spoglio, paratattico, e il rammemorare “casalingo” di una contadina, l’anziana za Rosa, a narrare di sé e di un senso etico dell’esistere.
Nell’un caso e nell’altro il dialetto originario (palermitano quello dell’autore, castellammarese quello della contadina), sottilmente e liberamente lavorato all’interno della variegata e stratificata tradizione linguistica del siciliano colto e popolare, fa da tramite a un messaggio di efficace intensità poetica ed esistenziale. L’incanto/innamoramento della Natura si sviluppa nella prima parte attorno alla contemplazione/maravigghia dell’io del poeta che, avvolto dal paesaggio naturale fra macchia mediterranea, mare, cielo, ne osserva le forme diverse secondo le ore (alba, notte, sole a picco) e le stagioni, indugiando e addentrandosi nella trama di suoni (voci del vento, rumore di colombacci…), odori (di macchia nsunnacchiata, di terra vagnata, di aria salmastra), colori (petali bianchirrosè del mandorlo, favari ri luci rosa dell’alba, la zagara bianca nne jardina scurusi…), continuamente attratto dal manifestarsi innumerevole di creature viventi, grandi e piccole: animali (vipera, conigli, lucertole, istrice, lumache farfalle…), alberi, erbe (sulla, ferula, ampelodesma, cardo selvatico…), e ogni volta con la stessa gioia/entusiasmo della nominazione puntuale di ognuna di esse, che è anche nominazione in dialetto (ddisa, spina bianca, alastra, ugna ri jattu, purrazzi, jina, ruvetti, scupazzu, caprineddi, fastucheddi, ilici, rizzu, babbaluci, baddottula, nuviddari, cululuchira…).
Un processo cioè consapevole di reciproca reintegrazione fra io, cose, e parole (na sta terra amurusa … mi perdu e m’arritrovu), e felice “consistere” del soggetto fra tanti e tali alferi ri beltà (alfieri di bellezza)! E la descrizione liricamente partecipe si diversifica, spaziando dalla visione della falesia a picco sul mare alla notturna fanfara ri stiddi pinsirusi, dalle canne vintusi che segnalano la presenza di acqua al macramè del mandorlo in fiore, dalla linzuliata pagghiarina di spighe d’avena allo scialle della salsapariglia/ugna ri jattu che pende sapuritu da un ulivo, dai colombacci ntrunati di blu alla farfalla che nella calura suona sui tasti di fiori invisibili na musica ri luci e ri silenziu, dall’argento vivo delle acciughe che, luminaria ballerina ri sfrazzusi festi marini, saltellano nell’acqua liggeri comu carusi a scola ai lampi argentebblù dei delfini che capitombolano fusi a un mare sttiddiatu ri scumi, ai venti infine stravacanti che, mentre contribuiscono a fecondare la terra, ora fanno “scampanellare” le foglie trimulusi dei frassini che suonano fistalori, ora “slittano” sulle praterie di ddisa fischiando e fuggendo verso il bosco, ora “frangono“ la ramaglia degli ulivi contro i tronchi citrigni e grinzusi, ora afferrano i rami pussenti dei carrubi “frustandoli” prima in alto e poi tuffandoli giù. E sullo sfondo di tanta vitalistica potenza e rigogliosa dominanza della Natura chiude la sezione il chiaroscuro, volutamente a contrasto, dei testi che oppongono all’uomo di “rispetto”, che ha sbancatu a muntagna senza addumannari pirmissu a nuddu e vuole ancora lucrarvi, sia il pastore valenti, che a testa alta continua a condurre il suo gregge di pecore e agnelli con frischi ri aquila e gambe salde nello scavalcare petri e macchiuni, sia il padre morto dell’autore, il cui ricordo/presenza è tuttora operante e vivo nel suo giardino/santuariu di aranci e mandarini, alla pari del vecchio albicocco/varcocu che se non da più i frutti dolci di un tempo insiste a produrre le marze/brocchi (alias eredità di esperienze e valori) per sempre nuovi innesti/nziti di vita.
E il padre è emblema centrale nel poemetto Za Rosa, nel quale Rosa, poco incline ai sirbizza (lavori) di casa, da nicaredda stava sempre dietro alla figura paterna. Sapeva il padre scherzare con lei, ma veniva anche quotidianamente trasmettendole esempi positivi di fatica, pazienza, previdenza, rapporto collaborativo con gli altri, amicizia festosa, amore/tenerezza, onestà: nel costruire la casa, la stalla, i pozzi, nel curare cicli e varietà dei raccolti, scambiare visite con gli amici, accudire e rispettare gli animali (a la fini puru l’armali nna stadda parevanu signuri), e nell’avere saputo trasformare la terra comprata a Sparauli, prima solo petra e macchia, in un giardino produttivo. Avevano ortaggi, orzo, frumento, mandorli, frassini da manna, peri di otto qualità, uva, meli, carrubi, azzeruoli, melograni, limoni, fichidindia, fichi, e alla fine il padre, con la determinazione che vuole “costruire” il domani, impiantò pure un uliveto. Dopo una giornata di lavoro -ricorda za Rosa- quando si calmava anche il circu degli animali domestici (mulo, cavalla, cani, galline, tacchini, colombi, caprette) e livavanu manu le cicale, cominciavano il canto dei grilli, lu cuccùviu dell’assiolo, i versi dei rospi, delle volpi, di li tanti masculi e fimmini ca di notti si cercanu, e a volte si sentiva l’abbramari di armali scannati. La piccola vita della casa rurale dunque dentro quella più vasta e perenne della Natura selvatica col suo misterioso, immutabile, ingranaggio di vita e morte, amore e dolore, che accomuna tutti gli esseri viventi. E nella contadina ormai anziana e tutta torta nel corpo che afferma di avere lasciato Sparauli appena sposata, per andare a vivere in paese, risorge mitico il ricordo del giardino di montagna affacciato sul mare chi guardava a livanti, unni fui -dice- filici e spinzirata, picchì dda avìa tuttu, aria, frutti, gioventù…. Più che un idillio/fuga verso il passato, pure la seconda sezione, per la complicità nell’intimo fra autore e personaggio, si rivela come uno sguardo anche esso rivolto al futuro. Il poeta sembra inseguire attraverso il narrare di za Rosa solo un sogno/utopia, ma è una utopia cresciuta su un fondamento di realtà storica: l’autosufficienza secolare di tanti piccoli borghi di montagna e di campagna vissuti per generazioni in sapiente simbiosi con le leggi della Natura senza gli sprechi assurdi e le devastazioni ambientali dell’epoca presente, in cui agli altri mali e danni si aggiungono gli incendi dolosi anche delle zone protette, come denuncia con accoramento la stessa za Rosa: Poi pensu a li cosi tinti/ chi succèrinu di sti tempi… e m’addannu./ Ma iu dicu, santu Ddiu, picchì dunanu focu a la muntagna? Picchì? Genti sarbaggi sunnu, vigliacchi!
Un’opera organicamente costruita -come si vede- risulta essere il volumetto “A Macchia E U Jardinu” di Giuseppe Cinà, e con una sottesa finalità pedagogica, che non raffredda, anzi arricchisce l’afflato lirico delle belle visioni naturali e delle immagini rurali, e nella quale si corrispondono e si integrano reciprocamente il rammarico della contadina (Poi lu munnu cangiau) e la speranza invece inscritta nel tenace viaggio di crescita dei quattro nobbili (sic!) e piccoli lecci della prima sezione, che scampati ai fuochi degli incendi e a un aratro insipiente, fieramente armati c’un stinnardu ri na picca ri fogghi smiraldu puntano a diventare arbusti, di nuovo a capu ra macchia. Rivincita dell’umano buon senso e della Vita!

*

Arbicedda

Cuddati ri ùmmiri attrassati
ca luntanu s’affùnnanu rarreri u mari scuru,
sbrizzi lagnusi
e ciàuru ri terra ùmita.

È a notti, chi s’a lunnìa nne matinati,
u tempu ri pigghiàrisi l’ùrtima vuccata ri friscu
mentri u munnu s’arruspìgghia
supr’o passu ru babbaluci e du lestu rizzu.

Nno puddaru i addini ’un si sèntinu
sminnittiati ra baddòttula e straminati;
supr’a terra fridda ancora ucchìa
na tana a vìpera silenti.

Arburi. Pizzuddu a pizzuddu i segreti ri sonni
si sbapùranu e u sirenu cummògghia
ogni cosa, porci e cristiani.
Tuttu s’appirimenta.

*

Prima dell’alba

Tramonti di ombre tardive
che lontano sprofondano dietro il mare scuro,
gocce svogliate
e odore di terra umida.

È la notte, che indugia al primo mattino,
il tempo di prendere l’ultima boccata di fresco
mentre il mondo si sveglia
al passo della lumaca e del lesto istrice.

Nel pollaio le galline non si sentono
straziate dalla faina e sparse intorno;
sopra la fredda terra ancora sogguarda
una tana la vipera silente.

Albore. Poco alla volta i segreti dei sogni
si dileguano e la rugiada copre
ogni cosa, porci e cristiani.
Tutto s’apparecchia.

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