Anne Stevenson, poet, London, 5.3.2010 photo © Joanne O'Brien

Ricordo di Anne Stevenson – a c. di Carla Buranello

Ultimo aggiornamento:

RICORDO DI ANNE STEVENSON

Il 14 settembre, all’età di ottantasette anni, ci ha lasciato la poetessa anglo-americana Anne Stevenson, dopo una lunga vita interamente dedicata alla poesia. Ci ha lasciato un lavoro poetico ricco e vario, caratterizzato dalla molteplicità dei temi e dal comune denominatore di un’intelligenza penetrante, che guarda con curiosità e attenzione al mondo degli uomini e della natura, e lo esprime in forme ritmiche sempre sostenute da un impulso musicale. In Italia è stata pubblicata una sola raccolta di sue poesie, Le vie delle parole, nel 2018, editore Interno Poesia, nella traduzione di Carla Buranello. Quest’anno è apparso in Inghilterra quello che lei stessa prevedeva essere il suo ultimo libro, dal titolo profetico Completing the Circle, che ha voluto dedicare alla sua traduttrice italiana. Il titolo proviene dalle Elegie Duinesi di Rilke e, come lei stessa dice, esprime il lungamente meditato convincimento che “la morte è il giusto e naturale completamento del cerchio che accettiamo e riconosciamo essere la vita”.

Molte sue poesie sono di riflessione sul trascorrere della vita, sulle mutazioni subite nel corso degli anni dalla mente e dal corpo, sul come viviamo la nostra impermanenza. Anche le tre che seguono, inedite in Italia, sviluppano questi temi. La prima nasce dalle impressioni, quasi uno shock, suscitate in lei dal ricevere, dalle mani di un corriere, un plico di foto scattate alcuni giorni prima da un’amica, in cui improvvisamente vede sé stessa così come appare agli altri, con un volto di settant’anni. Nella seconda una nonna parla a una nipote con tutto lo smarrimento di una persona anziana di fronte alla perdita non dell’aspetto fisico ma della mente, che si chiude in sé stessa senza più trovare l’uscita sul mondo. La terza, infine, le venne ispirata dalla personalità molto particolare della suocera, la madre del marito Peter Lucas. Come fosse questa personalità, lo apprendiamo dalla viva voce della protagonista.

*

Chi voleva prendere in giro il fotografo?
(Fotografie di me stessa prossima ai settanta)

Non la mia faccia finale, ma una mappa per arrivarci.
Sette età, sette strati irreversibili, ognuno
più sottile e flessuoso della pelle di un serpente.
Nessuno si mostra sorpreso quando sgusciamo dall’uno
per entrare ad abitare nell’altro.
Li cambiamo tutti interi nel sonno, oppure
vengono lavati via a pezzetti, la guancia poi la fronte poi il mento,
dalla abrasione costante del getto solare?
Tiri il primo respiro, e il tempo ritorna sui suoi passi.
Nessuna meraviglia che la faccia minuscola del neonato si incrini e pianga:
gelo, e una collisione tagliente con la luce,
la disperazione della bocca per il capezzolo sconosciuto,
e usi nuovi di occhi, orecchie, mani, ancora tutti da apprendere
prima che l’io si dilati nella sua vescica di pelle tesa
ed affronti da solo la geologia tettonica dell’infanzia.

Immagina, nello spazio-tempo madri irredimibili mentre osservano
quei pensionati che i loro bambini sono diventati.
“Beh, è la vita, non possiamo farci niente, ormai”.
Non ci amano più come un tempo, e
perché mai dovrebbero? Abbiamo preso il loro posto. Proprio come
noi veniamo rimpiazzati da ragazzi grossi e insolenti vestiti tutti uguali.
Nel frattempo, Fed-Ex ha consegnato la mia sesta faccia –
quella della nonna, brandelli di me innestati nelle sue ossa.
Non posso crederci. Chi ha combinato questo pasticcio,
chi ha costruito questa distesa di strade che non si possono ripercorrere,
e cavi dell’alta tensione che corrono pericolosamente sotto la pelle?

Cos’è che gli occhi scettici dicono alle labbra contorte:
che l’ambizione è un cliché, la bellezza una banalità? Sia come sia,
questo viso vi ha rinunciato – vecchi amici di cui legge i necrologi
allo specchio con appena una punta di rammarico.

Insomma, chi voleva prendere in giro il fotografo?
E cosa mai credeva di fare,
fotografare l’impossibile? C’era forse un radioscopio
applicato alle sue lenti? Qualcosa di fastidioso nel cranio
si è infiltrato fino in superficie, qualcosa che non puoi vedere
se non guardando altrove, solo allora sbuca fuori e ti solletica.
Potresti chiamarlo anima o spirito, ma sarebbe troppo serio.
Cerca una parola che mescoli affetto e ribellione,
frivolezza, gioco fanciullesco, curiosità beffarda,
la disponibilità a sollevare il settimo velo e accogliere Yorick.
Questo dicono le foto, in parte. Il resto è privato,
una colpa che risveglia la memoria alle quattro del mattino,
verità come quelle usate da Amleto per torturare sua madre,
tutti gli scuri semi-toni del sensuoso indicibile
che ritrovano tutt’intera una donna, nella sua unica faccia.

*

Who’s Joking with the Photographer? from A Report from the Border, 2003
(Photographs of myself approaching seventy)

Not my final face, a map of how to get there.
Seven ages, seven irreversible layers, each
subtler and more supple than a snake’s skin.
Nobody looks surprised when we slough off one
and begin to inhabit another.
Do we exchange them whole in our sleep, or
are they washed away in pieces, cheek by brow by chin,
in the steady abrasions of the solar shower?
Draw first breath, and time turns on its taps.
No wonder the newborn’s tiny face crinkles and cries:
chill, then a sharp collision with light,
the mouth’s desperation for the foreign nipple,
all the uses of eyes, ears, hands still to be learned
before the self pulls away in its skin-tight sphere
to endure on its own the tectonic geology of childhood.

Imagine in space-time irretrievable mothers viewing
the pensioners their babies have become.
“Well, that’s life, nothing we can do about it now.”
They don’t love us as much as they did, and
why should they? We have replaced them. Just as we’re
being replaced by big sassy kids in school blazers.
Meanwhile, Federal Express has delivered my sixth face—
What is it the skeptical eyes are saying to the twisted lips:
ambition is a cliché; beauty, a banality? In any case,
this face has given them up—old friends whose obituaries
it reads in the mirror with scarcely a regret.

So, who’s joking with the photographer?
And what did she think she was doing,
taking pictures of the impossible? Was a radioscope
attached to her lens? Something teasing under the skull
has infiltrated the surface, something you can’t see
until you look away, then it shoots out and tickles you.
You could call it soul or spirit, but that would be serious.
Look for a word that mixes affection with insurrection,
frivolity, child’s play, rude curiosity,
a willingness to lift the seventh veil and welcome Yorick.
That’s partly what the photo says. The rest is private,
guilt that rouses memory at four in the morning,
truths such as Hamlet used, torturing his mother,
all the dark halftones of the sensuous unsayable
finding a whole woman there, in her one face.
grandmother’s, scraps of me grafted to her bones.
I don’t believe it. Who made this mess,
this developer’s sprawl of roads that can’t be retaken,
high tension wires that run dangerously under the skin?

*

Buco nero

Sono diventata piccola
dentro la mia casa di parole,
vuote e dure,
ciottoli che risuonano in un barattolo.

Gente intorno a me, gente.
Forse li conosco.
Così giovani tutti
e indistinti, non… non reali.

Non riesco a non essere
il buco in cui sono caduta.
Vorrei poterti dire
come mi sento.

Pesante come il fango, i visceri
mi succhiano la testa.
Vengo digerita.
Ricordi quelle talpe,

prati pieni di talpe in Aprile,
mucchietti di terra che scavavano
dai loro tunnel. Anch’io.
Anch’io. E’ così che

sarò ricordata. Mucchietti,
di parole, certo, a indicare
dove ero. Ma niente di vero
su di me, ragazza mia.

*

Black Hole from Four and a Half Dancing Men, 1993

I have grown small
inside my house of words,
empty and hard,
pebble rattling in a shell.

People around me, people.
Maybe I know them.
All so young
and cloudy, not…not real.

I can’t help being the hole
I’ve fallen into.
Wish I could tell you
how I feel.

Heavy as mud, bowels
sucking at my head.
I’m being digested.
Remember those moles,

lawn full of them in April,
piles of earth they three
out of their tunnels. Me, too.
Me, too. That’s how I’ll

be remembered. Piles
of words, sure, to show
where I was. But nothing true
about me left, child.

*

Dannazione dannata

Chi sono io? Prima,
dimmi chi sei tu,
un po’ di educazione. E non gridare.
Ci sento benissimo.

Oh. Una psicologa.
Dunque pensate ch’io sia pazza.

Ah, solo infelice.

Bisogna essere stupidi
per pensare che l’infelicità sia pazzia.
E’ questo che vi insegnano
all’università al giorno d’oggi?

Sono sicura che sei bravissima, dannazione.

Dannazione? Una parola utile.
Cosa diresti tu, perbacco?

E’ dannazione dannata,
ti assicuro,
dover restare seduta davanti
a una psichiatra –
scusa, psicologa comportamentale,
conosco la differenza –
quando l’unica cosa che voglio è
distendermi e dormire.

L’unica cosa sensata,
alla mia età, sarebbe,
e lo sai bene, essere
morta, ma poiché
qui non possono o non vogliono
organizzare la cosa,
considero sacro
il mio diritto a dormire, dannazione.

Non ti sento,
mi si stanno chiudendo gli occhi.
Per favore, non aprire le tende.
Ti ho detto di lasciare chiuse le tende!
Grazie.
Se ti odio?
Certo che ti odio,
ma non posso, onestamente,
dire che ti biasimo.
Stai facendo il tuo lavoro.

Ecco.
E’ il mio telefono.
Che fortuna.
Ne approfitterai,
vero,
per filartela con discrezione.

Pronto? Si,
due buone notizie.
La prima,
è che hai giusto interrotto
una visita inutilissima,
una tipa psicologica
sta togliendo il disturbo.
La seconda,
apprenderai con sollievo
che sto peggio, molto peggio.

*

Bloody Bloody from Four and a Half Dancing Men, 1993

Who am I? You tell me
first who you are,
that’s manners. And don’t shout.
I can hear perfectly well.

Oh. A psychologist.
So you think I’m mad.

Ah, just unhappy.

You must be stupid if you
think it’s mad to be unhappy.
Is that what they teach you
at university these days?

I’m sure you’re bloody clever.

Bloody? A useful word.
What would you say, jolly?

It’s bloody bloody,
I assure you,
having to sit up
for a psychiatrist –
sorry, behavioural psychologist,
I know there’s a difference –
when I want to
lie down and sleep.

The only sensible thing,
at my age, is to be
as you well know
dead, but since they
can’t or won’t manage
anything like that here,
I consider my right to sleep
to be bloody sacred.

I can’t hear you,
I’m closing my eyes.
Please don’t open the curtains.
I said keep the curtains shut!
Thank you.
                     Hate you?
Of course I hate you,
but I can’t, in honesty,
say I blame you.
You have to do your job.

There.
That’s my telephone.
How fortunate.
You’ll avail yourself
of this opportunity, won’t you,
to slip tactfully away.

Hello? Yes,
two pieces of good news.
One,
you’ve just interrupted a most
unnecessary visit,
a young psychological person
is seeing herself out.
Two,
you’ll be relieved
to hear I’m worse, much worse.

(traduzione di Carla Buranello)

*

ANNE STEVENSON

Nata a Cambridge, in Inghilterra, nel 1933, cresciuta in America, nel New England e in Michigan, Anne Stevenson studiò musica (pianoforte e violoncello), storia e letteratura europea, presso la University of Michigan, dove in seguito ritornò per conseguire una specializzazione in letteratura inglese. Dal 1964 si stabilì in Gran Bretagna, risiedendo a Cambridge e a Oxford, in Scozia, al confine anglo-gallese e ultimamente nel Galles del Nord e a Durham. Ottenne molte literary fellowships da università sia britanniche che statunitensi e fu la vincitrice inaugurale dell’importante premio letterario inglese The Northern Rock Foundation Writer’s Award, nel 2002. Nel 2007 le furono assegnati tre importanti premi negli Stati Uniti: The Lannan Lifetime Achievement Award for Poetry, dalla Lannan Foundation di Santa Fe, il Neglected Masters Award, dalla Poetry Foundation di Chicago e l’Aiken Taylor Award in Modern American Poetry, da The Sewanee Review in Tennessee. Nel 2008, The Library of America ha pubblicato Anne Stevenson: Selected Poems, a cura di Andrew Motion, Poeta Laureato del Regno Unito dal 1999 al 2009, nell’ambito di una serie dedicata alle maggiori figure della letteratura americana. Pubblicò oltre venti raccolte di poesia, principalmente con la Oxford University Press e dal 2000 con Bloodaxe Books, e numerosi saggi critici e biografici, in particolare su Sylvia Plath e Elisabeth Bishop. L’ultima sua raccolta poetica, intitolata Completing the Circle, è apparsa nel 2020.

In Italia, una scelta di sue poesie è stata pubblicata nel 2018, con il titolo Le vie delle parole, dall’editore Interno Poesia, tradotta e curata da Carla Buranello.

Carla Buranello, nata a Venezia, si è laureata presso l’Università Ca’ Foscari Venezia in Lingue e Letterature Straniere, facoltà di Anglo-Americano. Ha lavorato presso un’azienda commerciale internazionale con ruolo dirigenziale. Ha intrapreso per passione un’attività di traduzione di poesie dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano. Ha stretto amicizia con la poetessa anglo-americana Anne Stevenson e ha iniziato a tradurne le poesie. Stevenson ne apprezzò il lavoro invitandola ad approntare una raccolta da pubblicare in Italia. La raccolta è stata pubblicata nel 2018 dall’editore IP Interno Poesia con il titolo Le vie delle parole. Ha tradotto anche un libro inglese di racconti ispirati alla scienza, non ancora pubblicato.

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