Quasimodo, Tutte le poesie, recensione di Gerardo Santella

Ultimo aggiornamento:

Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie,

Mondadori, 2020, pp.660, euro 26,00

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Mondadori pubblica nella collana Oscar Moderni Baobab una nuova edizione di Tutte le poesie di Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959. L’editore aveva pubblicato varie antologie e anche un “Meridiano”, a cura di Gilberto Finzi, comprendente varie traduzioni, tutti i componimenti poetici (con le varianti), molti dei quali ben noti anche agli studenti di ogni ordine e grado per la loro presenza nei testi in uso nelle scuole. Ricordo bene che il terzo volume dell’antologia di Umberto Panozzo dell’ultimo anno di liceo, edito nel 1961 e dedicato all’Ottocento e al Novecento, si chiudeva proprio con una selezione delle poesie di Quasimodo tra le quali le immancabili Ed è subito sera e Alle fronde dei salici.

Quale il senso di questa riproposta dell’opera del poeta siciliano? Intanto direi che nella collana mondadoriana, dove sono stati ripubblicati vari autori del secolo scorso, al di là della necessità dell’industria editoriale di immettere sul mercato librario volumi che possano richiamare l’attenzione dei lettori e indurli all’acquisto, c’è anche una strategia, per dirla con termini sociologici, nello stesso tempo pedagogizzante e dell’intrattenimento: offrire a un prezzo decisamente basso un’opera che permetta di rinverdire la conoscenza di uno dei maggiori poeti della nostra storia letteraria attraverso un testo che abbia un carattere divulgativo e che possa catturare il pubblico sia per una veste grafica gradevole, sia, soprattutto, per una articolazione lineare e una analisi del testo aliena dalla logotecnocrazia (brutta parola ma non ne trovo una peggiore per indicare il linguaggio critico eccessivamente specialistico, frondoso di note in calce, che spesso diventa oscuro e pare essere scritto più per compagni di accademia che per lettori medi).

E siamo, dunque, al senso di questa nuova edizione, il cui merito maggiore è dato dalla curatela di Carlangelo Mauro, docente di liceo e dottore di ricerca in Italianistica, studioso di Quasimodo, alla cui attività di prosatore e giornalista ha dedicato due ampi volumi e un denso saggio. Dico questo perché, mettendo da parte qualche non affinato attrezzo di lettura e ponendomi semplicemente come un lettore “disponibile”, ho potuto trascorrere una settimana (la poesia richiede una lettura lenta) piacevole alla riscoperta di Quasimodo (confesso che i miei preferiti erano altri nomi) con la guida sapiente e gradevole del curatore nel mondo “altro” costruito dal poeta.

Cerco di esplicitare questa esperienza che dà conto del lavoro di Mauro e, attraverso di lui, del valore, sempre attuale perché universale, della poesia di Quasimodo.

Ho apprezzato anzitutto, come accennato, la struttura del testo e l’articolazione della materia. A parte l’omaggio iniziale al critico Gilberto Finzi, scomparso nel 2014, di cui si riprende l’Introduzione dell’Oscar Tutte le poesie, del 1995, interessante ma non necessaria, e in ogni caso da leggere alla fine, il volume si apre con le Notizie biografiche, che anche se divise per fasi determinate della vita del poeta, non si configurano come una cronaca arida di eventi disposti cronologicamente, ma hanno due qualità: la prima è che la storia della vita di Quasimodo è raccontata come se fosse un romanzo e, anche se naturalmente non c’è niente di inventato, ricco di colpi di scena: il rischio di morire a quattro anni per avere involontariamente ingerito arsenico, i continui spostamenti in vari paesi della Sicilia per seguire il padre ferroviere, gli studi superiori in un istituto tecnico (guardate un po’, Quasimodo geometra e Montale ragioniere! Sapete che questo fatto inorgogliva molto i miei studenti dell’istituto tecnico dove ho insegnato vari anni?); le prime poesie scritte a quindici anni, la fuga a Roma, dove vivrà in povertà, a 19 anni, in seguito a dissidi con il padre, assieme alla compagna Bice Donetti, che sposa a 25 anni; l’espulsione dalla scuola militare per insofferenza alla disciplina, il lavoro al Genio civile a Cagliari, la separazione dalla moglie per correre dietro ad una delle tante donne che hanno fatto parte della sua movimentata e inquieta vita sentimentale, alcune delle quali sono state anche sue Muse ispiratrici; i primi riconoscimenti poetici; due figli, Orietta e Alessandro, avuti da due donne diverse (Amelia Spezialetti e Maria Cumani); la vita semiclandestina per le sue opinioni antifasciste, per le quali viene anche incarcerato per un mese; il lavoro letterario postbellico, i viaggi, il premio Nobel, la morte ad Amalfi.

Mi dilungo su queste notizie biografiche non solo perché danno il senso di una vita ricca e varia, come non ci si aspetterebbe da un letterato che si immagina esclusivamente dedito alla tranquillità dei suoi studi, ma anche perché in Quasimodo vita e letteratura sono inscindibili, come sottolinea spesso Mauro, nel senso che il poeta prende sempre spunto dagli eventi e dalle persone della realtà e quindi anche dalla sua vita per fare poesie, nei cui versi si ritrovano frequentemente riferimenti concreti o allusivi a episodi, esperienze, persone reali, la cui conoscenza arricchisce la comprensione e l’intelligenza del testo in un percorso circolare dall’interno all’esterno. Per intenderci, il classico ma sempre essenziale testo e contesto della lettura della poesia a scuola.

Dopo le “Notizie biografiche”, suddivise nelle varie sezioni, le poco più di ottocento poesie di Quasimodo. Non ci sono note o commenti, ma esse campeggiano, come è vitale per parole che hanno bisogno di aria per respirare, con il loro corpo di caratteri neri sul bianco della pagina. Il lettore, dopo aver fatto conoscenza con il Quasimodo uomo, ora è libero di addentrarsi nel labirinto testuale, svolgendo il sottile (da intendere nei due significati del vocabolo) filo di orientamento datogli da Mauro. Certo non tutto gli sarà chiaro, soprattutto quando si troverà di fronte a parole espressioni metafore oscure, se non conosce qualche evento di storia o di cronaca cui si fa riferimento, ma considererà che la poesia non dice o spiega ma suggerisce, suscita domande piuttosto che dare risposte, è aperta alle interpretazioni del fruitore, alla sua lettura “proiettiva”, anche se non si fa “consapevole” e poi… le parole sono fatte di suoni, che nella poesia si fanno note musicali che visualizzano immagini, stimolano sensazioni e trasmettono emozioni. Non c’è alcun messaggio da capire, che, se ci fosse, sarebbe come l’etichetta del prezzo lasciata appiccicata ad un oggetto offerto in regalo.

La lettura dunque, innanzitutto. Il colloquio con il poeta. La disponibilità all’ascolto. Il tentativo di gettare una fioca luce su un oggetto avvolto in una spessa ombra, che può essere rischiarata solo in minima parte.

Ma allora a che servono i critici direte? Sono inutili? Dobbiamo dare ragione a Calvino quando dice che nessun testo critico che parla di un testo letterario dice più del testo in questione?

No. Calvino stesso era un raffinato critico e le sue parole vogliono solo evidenziare la centralità del testo rispetto alle sue interpretazioni. Non si può imparare a nuotare se non ci si tuffa nell’acqua. Ma leggere poesia non è solo un’avventura del corpo, dei sensi (vedere, udire, toccare, gustare, odorare) e neanche solo dell’anima (tutta la gamma dei vari sentimenti suscitati dalle percezioni sensoriali: gioia, dolore, rabbia, disperanza, empatia…); è anche un piacere cerebrale, un atto di intelligenza, di intus legere, che al lettore medio, che non ha particolari competenze, può essere offerto solo dall’ esperto curatore, che gli mostra gli attrezzi della sua cassetta del mestiere e gli dà prova del loro funzionamento facendolo così entrare nella bottega del poeta.

Ed è questo il merito del lavoro di Mauro, che ci offre la chiave (ma qualcuno comincia già a scrivere password!), che apre le porte della piena comprensione del testo.

Rilevo brevemente alcuni elementi che mi sono sembrati particolarmente funzionali alla lettura.

Interessante l’Appendice delle poesie disperse o non ripubblicate e delle raccolte giovanili, che appaiono significative proprio perché molte sono prove d’autore in cui il poeta sta imparando il mestiere e il prodotto non è ancora confezionato a perfezione; insomma, per dirla con Lawrence Ferlinghetti, “essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeta a quaranta anni vuol dire essere poeti”. Quasimodo riesce spesso (non sempre) ad essere entrambe le cose, ma anche le sue composizioni non felicemente risolte risultano essere lo stesso interessanti perché il lettore può verificare come il poeta non mette sulla carta di getto versi immediatamente ispirati dalla Musa, terrena o divina che sia, ma procede scavando, selezionando e combinando in modo personale e/o originale il materiale linguistico che gli deriva dalle sue esperienze di vita, dal suo sguardo e dal suo ascolto, dalle letture dei poeti su cui si è formato, dalle correnti letterarie che lo hanno influenzato, da umori e passioni, dalle sue sperimentazioni.. Un percorso difficile, lungo (in 50 anni di attività 800 poesie per uno che di mestiere fa il poeta non sono molte, se ho fatto bene il conto 16 all’anno), fatto di ripensamenti, correzioni, modifiche, rimozioni, tentativi non riusciti, abbandoni, riprese che sono il segno del lavoro del poeta.

Mi è piaciuto anche, non come dato epidermico ma estetico, il fatto che le traduzioni dei lirici greci non siano state messe in una sezione a parte in Appendice, ma inserite a pieno titolo nella sua opera. Non a caso esse sono simultaneamente poesie dei vari Alceo, Saffo, Anacreonte, Mimnermo… e di Quasimodo. “Che altro è il traduttore se non il doppio del poeta?” scrive Mauro. Prima dell’atto del trapianto da un corpo linguistico a un altro c’è l’immersione in quel corpo e una identificazione simpatetica di vedere e sentire. Potremmo dire, secondo una nota metafora, che se un traduttore in generale si trova a scegliere tra una bella infedele e una brutta fedele, Quasimodo è riuscito nel miracolo di realizzare una unione con una bella fedele. E il lettore di formazione classica trae dalla lettura un godimento pari se non superiore ai testi originali.

Ma come procede il “critico” Mauro? A passi lenti, ma non tardi. Come esperta ma cordiale guida di viaggio accompagna il lettore nel paesaggio storico e geografico che il percorso poetico di Quasimodo attraversa: mostra la corrispondenza tra paesaggio reale e paesaggio dell’anima, il legame tra esperienza reale che ne fa l’uomo e la trasfigurazione fantastica che ne fa il poeta attraverso immagini che non perdono evidenza sia pure nel ricordo, che spesso è sollecitato proprio da una percezione sensoriale presente. Come dice il curatore, lungi dal distruggere incanto e mistero della poesia di Quasimodo, questi riferimenti biografico- esistenziali servono piuttosto ad evidenziare gli elementi che stanno alla base della trasfigurazione poetica del vissuto. […] Geografia mitica ma concreta al tempo stesso. Un procedimento che risulta evidente anche nelle tematiche ricorrenti del corpus poetico: la memoria, il dolore, l’amore, e che investe anche il corpo della donna che, se pur idealizzato, parte sempre da elementi reali.

Un dato questo, che si accentua in una più spiccata tensione verso la parola realistica nella poesia della guerra e della Resistenza, dove a fare irruzione nel testo è la realtà storica del tempo con il suo portato di violenza e dolore che investe le cose e gli uomini, la persistenza del male suscitato dall’odio, dalla scienza piegata al genocidio, dall’avidità di potere e di ricchezza; e ancora i bombardamenti, la distruzione delle città, le profonde ferite dell’anima, il genocidio degli Ebrei ad Auschwitz, il rischio degli armamenti nucleari.

E non manca una enucleazione dei temi fondamentali della poesia di Quasimodo, discussi attraverso l’analisi di parole chiave nei quali essi trovano un segno specifico: la memoria, la terra nativa, la storia del suo tempo, l’emigrazione, il dolore, l’ amore, il vero Leitmotiv, esaltato nelle ultima raccolta sul piano pubblico e privato, come valore individuale e universale; e infine la morte cui si deve fedeltà come alla vita.

Una ultima notazione. Mi chiedevo, nel leggere le dense pagine dei percorsi di lettura del curatore, quale etichetta si potrebbe affibbiare a Mauro come critico, a quale scuola o corrente interpretativa potrebbe dire che appartenga, di quale materiale sono fatti gli attrezzi del suo mestiere. Per una risposta devo ricorrere alla non certo originale immagine dell’ape che succhia nettare da fiori di vari alberi. E, aggiungo, l’apicultore, visto che non c’è alcun succo prevalente, scrive sull’etichetta del barattolo di miele la parola Millefiori. Così nell’analisi di Mauro non si avverte intensamente nessun “sentore” di una particolare scuola ermeneutica, ma un amalgama di vari sapori che concorrono tutti a soddisfare i vari palati. E questo soprattutto quando il critico si sofferma ad analizzare sequenze di testi dove, a seconda di quello più adeguato, si avvertono, anche attraverso sobri richiami alla lezione di vari studiosi, osservazioni storicistiche, sociologiche, psicanalitiche, stilistiche, semiotiche che interagiscono tra di loro. Ma sempre mantenendo un linguaggio cordiale e fruibile. Un po’ come l’anatra che ci invita a osservare Raffaele La Capria per dare conto del lavoro letterario: un andare sull’acqua con fluidità, che però non è dovuto ad un movimento naturale ma al continuo zampettare sotto l’acqua, che non appare visibile alla superficie.

Che a distanza di duemila anni sia ancora valido per chi fa o scrive di letteratura l’affermazione oraziana che omne tulit punctum qui miscuit utile dulci? Traduzione parafrasata: chi scrive per i lettori raggiunge il suo obiettivo se dice cose utili ma con gradevolezza di stile.

È quello che si può dire del Quasimodo curato da Mauro.

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Gerardo Santella

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