Prisco De Vivo: Il lume della follia

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Il lume della follia” di Prisco De Vivo

(Oèdipus 2019)

Il titolo del libro di De Vivo guida con evidenza il lettore all’interno del labirinto che si crea all’interno dei versi. Per lume noi intendiamo di solito quello della ragione, il lumen rationis dell’illuminismo. Può la follia essere dotata di un qualche tipo di lume? Il senso comune presuppone di no, perché, per un verso, per definizione di senso comune soltanto la ratio è guida all’uomo. In realtà, un’altra parte di ciò che ormai è divenuto senso comune – grazie a un’abbondante letteratura, che non include soltanto scrittori e poeti ma anche saggisti, psicologi ed esploratori del profondo – argomenta che, senza le emozioni, la vita dell’uomo non è, o sarebbe povera cosa: bene, la follia non è che una versione del mondo delle emozioni, come hanno visto i padri della psicoanalisi e gli altri, ovvero la mente, intesa non solo come ragione ma come complesso mare dei movimenti psichici, quell’immateriale che infine ci muove all’azione e al pensiero. Il confine tra sanità mentale e malattia mentale è quanto mai labile.

Nella follia il mondo umano ha trovato una propria strada, quindi un proprio lumen, una luce che però è singolare nel singolare, se mi è consentito dire così. Intendo che, se la mente dei sani, ovvero di ognuno, è davvero singolare, cosa di cui ci avvediamo ogni giorno anche guardando noi stessi, mentre per alcuni versi abbiamo un mondo universale, cioè comune con gli altri, la mente dei folli è ancor più singolare, tanto che, nei cosiddetti psicotici, essa può aver perduto ogni contatto con quella sfera della realtà che, in qualche misura, è condivisa dagli altri, i nevrotici e i sani.

Mi toccava la precisazione, proprio perché questa è opportuna per valorizzare il lavoro di Prisco De Vivo. Questo libro è dunque un racconto del mondo dei matti, in fenomeno. Immagini vive, qualche volte veri simboli. Si cerca di descrivere questo mondo attraverso le parole, usate, che intendo siano state desunte e quasi verbalizzate – così mi sembra –, messe a verbale dalle espressioni dei personaggi di cui si parla. I “soggetti” qui sono reali, non mi sembrano “creati” ma “trovati”. D’altro canto, un altro modo di rappresentare la follia, qui presente, è descrivere come appaiono i folli nei loro usuali contesti di vita.

De Vivo ha lavorato in entrambi i modi. Ha compiuto una registrazione di immagini, fatti e parole, li ha messi in un suo ordine, li ha nobilitati in arte. Il libro è e resta un libro di verità. Epigrafe del libro potrebbero essere i versi – che comunque hanno una valenza lirica – a p. 25: “Nelle fredde mattine / cresce in me / un immenso canto caduto”. Ecco, si tratta di un canto, anche per come viene espresso: il canto è “immenso”, senza fine, come Giordano Bruno qualificò l’universo post-copernicano – e al tempo stesso suscettibile di crescere indefinitamente, al mattino di ogni nuovo giorno, un crescere dei giorni; d’altro canto, ancora, si tratta d’un canto “caduto” perché la nostra rappresentazione della parola e della visione della follia ci può ben dare l’immagine della rovina – d’una costruzione che è crollata.

Se la follia è a noi spesso incomprensibile, la presentazione che qui ne vien fatta è assai chiara. L’artista è un viaggiatore del mondo della follia, che la conosce, perché l’ha guardata, anche da sano. De Vivo sembra accreditare, senza dirlo, tale immagine dell’artista borderline, che non è sempre stata vera – o così crediamo, benché noi non possiamo, a rigore, ad esempio, stare nella mente di un Rembrandt, un campione della normalità in pittura. Il simbolo del viaggio è dato dalla stazione, che è luogo di arrivi, di soste e di partenze. Ma non per tutti: qualcuno è giunto per non più ripartire, o per viaggiare senza spostarsi, tanto che le immagini dei clochard e dei matti che dormono nelle stazioni è ormai di dominio comune. Così l’immagine della stazione ricorre: a p. 14 (“Le tetre fanciulle/si baciano al buio / di infiniti binari / e io so che sei lì / ad attaccare nastrini colorati / sulle reti delle stazioni”); p. 21 (“Nella buia stazione: / fiori di stracci. / Un copertino giallo / copre una donna ulcerata”); a p. 27 (“Da / un / urlo / sotterraneo / provengono le ferite di questi uomini /… urlo dalla finestra delle stazioni / e delle fogne…”).

Le immagini ricorrenti appartengono alla crudezza del mondo stravolto, al linguaggio degli stracci e degli escrementi, della decadenza dell’umanità delle donne e degli uomini sorpresi dal raggio della follia. Non c’è composizione o immagine, nel libro, che non ne testimoni. Ma, a titolo d’esempio, valga Il copertino giallo (p. 21, cit.). Lascio al lettore l’esperienza del libro. D’altro canto, l’arte è sempre presente: la poesia a p. 19, davanti al cancello di casa, presenta versi che richiamano molto l’immaginario di Chagall: “Immagino di danzare su strade bagnate / con l’umiltà e il desiderio / di fluttuare come una piuma. / In questa malinconia/mi sento accarezzare / la nuca da una fragile Santa”.

L’ultima sezione è, in modo del tutto coerente, quella dedicata ai grandi della letteratura e dell’arte in genere, che furono in odore di eccentricità o di follia: da Céline a Van Gogh, a Rimbaud, a Nietzsche. Se i normali sono anche sani e i folli sono insani, tuttavia chi commette il male lo fa nella pienezza delle sue facoltà, ovvero è sano, o altrimenti è riconosciuto non colpevole, benché messo in condizioni di non nuocere. Anche la giurisprudenza ha accettato, in qualche misura, questo modo di pensare. Allora tutto il male vero e consapevole che corre nel mondo dipende dai sani di mente? La domanda e il dubbio sono legittimi. Oppure dalla malattia. Forse un folle che fa del male non se lo sognerebbe nemmeno, se non fosse guidato dai propri fantasmi? O forse coloro che crediamo sani sono “ben” dotati di follia?  Se guardiamo alla storia, vediamo come siano complesse le cose, e la mente umana. Cos’hanno fatto di male i personaggi dei versi di De Vivo, viene da domandarsi? Solo che, guidati dal loro diverso lume, hanno optato – o sono stati scelti – da una via diversa. Una specie di trasvalutazione dei valori, del tutto comprensibile e coerente, che vede la follia come innocente, o addirittura santa follia (p. 18: “Ispida lingua / bagnami ancora la nuca / fammi piegare / alla tua santa follia / abbraccia questi stracci / venera queste scarpe / questo cappello di vagabondo”).

Le illustrazioni che accompagnano il libro, facendone una specie di mega-plaquette, mi sembrano per un verso molto affini alla poetica (dovrei dire: all’estetica?) dell’autore, poiché ne conosco altre produzioni; d’altro canto esse si rivelano perfettamente coerenti, nella loro cruda e quasi disperata ricerca dell’essenziale e della verità, nell’uso del segno come graffio e ferita della materia nello spazio. Coerenti alle parole, ai versi che leggiamo.

Carlo Di Legge

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