Poesia italiana

Antonio Lillo - Tre prose poetiche

LILLOAntonio Lillo, nato nel 1977, vive a Locorotondo, in Puglia, dove è direttore editoriale della casa editrice Pietre Vive. Poeta di lingua italiana e dialettale, ad oggi ha pubblicato le raccolte poetiche L’innocenza del Male (2009), Viva Catullo (2011), Dal confino (2013), Rivelazione (2014) Bestiario Fiorito (2016), Inventario dei sogni (2017) e la raccolta di racconti La nostra voce non si spezza (Stilo Editore, 2018). È autore inoltre, per il teatro, dell’atto unico Fiat Umbra (2010) per la regia di Carlo Formigoni e del monologo Grasso (2011) per la regia di Elisa Gestri.
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Antonio Lillo
Tre prose poetiche


da Storia dei miei gatti e altre poesie



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Quando è nato Mao era così piccolo che abbiamo temuto a lungo per la sua vita. I suoi fratelli sono morti quasi subito, ma lui era deciso a resistere e si vedeva dal modo in cui spingeva con forza la zampina verso ogni cosa intorno. Così abbiamo riempito un calzino di pezzi di stoffa e glielo abbiamo affiancato perché stesse caldo e nella cecità dei primi giorni si sentisse meno solo. E lui si è aggrappato a quel fratello immaginario come a una scialuppa nel buio.



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Eppure non conviene sfidar troppo la natura. C’è un motivo se i gatti se ne stanno sempre soli e se si ammucchiano è soltanto per bisogno. Così trenta di loro nello stesso giardino può sembrare esagerato ad alcuni o all’opposto, per chi li adora, un piccolo paradiso gattesco. È invece un lazzaretto senza scampo. La troppa vicinanza fa male ai gatti, li rende preda di malattie sottili ma letali. Malaticci e gracili, con lo sterno in vista sotto il pelo rado, pieni di pus pronto a scoppiare in sternuti oppure in cisti, grossi bozzi dolorosi sul collo o sulle zampe, attraverso gli occhi strabici od opachi dei gatti nati ciechi, mentre si trascinano pigri con gli altri in attesa del prossimo pasto, grati e pronti a una carezza sul pelo unto, ma incapaci di salvarsi perché cresciuti in cattività, e per questo incatenati all’orario degli avanzi o dei loro croccantini. In più, lì dove si concentrano – e con loro gli odori pungenti, gli amori estremi, la violenza degli amplessi e dei duelli, dei massacri notturni – si annidano anche gli umani già pronti al veleno. Li ritrovi, i mici, sbavanti, col muco nero e denso che gli sporca i musi e le zampe mentre provano a lavarlo via, e sai che è già tardi.
Seppellire un gatto non è facile, ti strazia il cuore, così come ritrovarlo sulla strada, dopo ore di ricerca affannosa, ucciso da un’auto o peggio, storpiato o sanguinante, con le budella appese, mentre si trascina verso di te con le zampe anteriori, perché ha riconosciuto la tua voce e ti chiama col poco fiato rimasto. Un lungo gemito allarmato, perché morire lo terrorizza.



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Delle miriadi di cucciolate sfornate nel nostro giardino, una che ricordo meglio ci portò un micio color caffellatte, la coda storta, le orecchie e il naso scuri e gli occhi di un azzurro intenso nonostante lo strabismo. Lo chiamai Matisse perché per me aveva qualcosa di artistico, anche se secondo mio padre era solo scemo. Era un gatto perennemente raffreddato ed emetteva di continuo degli starnuti che rimbombavano per la cucina come spari. Questo perché mi amava e gli piaceva dormire sulle mie ginocchia, in special modo nelle sere d’inverno quando mi mettevo a leggere davanti al camino. Indifferente al fatto che prima o poi sarebbe dovuto uscire, lui si infilava sotto il libro, accoccolandosi col suo sguardo strabico e il naso gocciolante fra le mie gambe e la copertina del volume, oppure al calduccio ai margini della coperta di lana, e cominciava subito a ronfare sereno e a emettere, per il piacere, delle puzzette acide che gli sopportavo unicamente per affetto.




Fotografia di proprietà di Massimo Romanazzi.
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