Poesia italiana

da Atelier 86: Chiara Bernini legge "Telepatia" di Gian Mario Villalta

A86 VILLALTA
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da Atelier 86
"L'identita di Atelier oggi



Dicendo “io” di me. Telepatia tra identità e moltitudine

Chiara Bernini

Telepatia [Gian Mario Villalta, Telepatia, Lietocolle, 2016, “Gialla Oro di Pordenonelegge”] si inserisce nel suo cammino in modo coerente e maturo, una tappa, appunto, che nel ribadire alcuni topoi poetici caratteristici dell’autore lascia aperte ancora molte domande e fa pensare a un discorso che non può avere conclusione, che negli anni si è alimentato di sé e di altro inserendo incisi, parentesi (sempre liriche) e lutti, con una genesi che, rispecchiando l’esigenza dialogica che muove lo scrivere di Villalta, può definirsi ipotattica. In una nota di chiusura a Vanità della mente, pubblicato nel 2011, lo scrittore parla di un «conflitto tra la costante volontà di tracciare una mappa e il suo ricorrente rarefarsi» per spiegare il motivo per il quale all’interno dell’opera fossero inseriti testi o sequenze già appartenenti ad altre raccolte che, per la loro carica di vitalità e problematicità ancora pressante, non potevano essere considerati definitivi e non rimaneggiabili. Pare questa tensione essere propria dell’autore, nel momento in cui anche Telepatia si conferma un’opera dentro la quale confluiscono molti dei lavori precedenti, certo questa volta non nella loro forma originaria, ma molto chiaramente nella loro dimensione di lingua e di significato. [...] Identità e polifonia sembrano essere, pur nella loro contraddittorietà etimologica, le due direttrici che muovono i racconti di Telepatia, tutte sempre dialogate in una grande partecipazione paesaggistica [...]


Telepatia

I.

Uno stormo di istanti, per sempre
curvò nella luce dell’una, innalzò il respiro
con tutte le radici.
Sarebbe un modo di dirlo.
Un altro è che avvenne,
lasciò una scia attraversò
senza ferita, senza cicatrice
fu giorno per notte per sempre:
divise il sangue, smise di essere
di qualcuno, e pensammo il nome detto
nostro una volta per tutte.
Prima persona plurale,
modo incondizionato,
tempo perfetto.

II.

Quando ti penso, perché
so che un esistere vero
è dove mi porta a te,
a me ti porta, il pensiero?
Pure se nulla afferro, nulla è,
cosa tra cose, corpo tra corpi, perché
occupi spazio, profumi, sei causa
di decisioni, e rinunce: lo sai che non posso
chiedere, né avere altra risposta – eppure
sei tu che parli, fai l‟amore
e la morte?

III.

Dico che ti penso.
Penso che sia il pensiero
di te, che io invento
nella mia mente,
che sono io, cioè, a trovarti
in me stesso e a portarti in un luogo
e in un tempo, perderti di nuovo.
Ma sei tu che mi pensi, forse,
perché sei tu che vieni
e il pensiero che ti porta è già te:
quell’io che ti pensa, può essere che sei tu
che lo crei?
So che esisto fuori di me.
Le prove? Lasciamo perdere.
Ma so che persiste
l‟irrevocabile.
Forse l‟oscuro di ciò che chiamiamo
essere è appartenere
agli altri, a molto altro (anche luoghi, date, vuoti
di noi stessi) e non sapere dove
stiamo ancora insieme, dove siamo altri, o gli stessi.

IV.

Il pensiero di te, che ha origine
in me stesso, viene da altrove,
suppongo, e lontano, per questo mi chiama,
o è come se lo facesse,
e spesso sorprende la mente
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa
nel riflesso che rigira il presente.
Rigira l‟origine, il pensiero,
e quando arriva ci trova già
rivoltati verso il futuro, in fuga
da noi stessi, pieni di desiderio
di essere stati: “Celeste
è questa...” ...facoltà, che hanno gli umani
di rivivere rimorire
lontani, celeste...
è il colore del cielo,
a volte, quel colore inventato da noi
umani, forse da uno rimasto solo
e nel pensiero vicino all‟amore
come vicino all‟amore nessuno.




(l'intervento integrale è leggibile nel nr. 86 della rivista Atelier
)


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