Poesia estera

Poesia estera

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campbellRoy Campbell nasce in Sudafrica nel 1901, viene bocciato all’ammissione di Oxford, poi gioca a fare l’esule in Spagna perché i salotti letterari in UK gli fanno mancare l'aria.
Nella penisola iberica e pentagonale arriva il maltempo quando Campbell si mostra capace di tifare Franco durante la sua permanenza a Toledo durante la guerra civile. D’altronde, dopo essersi fatto terra bruciata attorno mandando a quel paese il patrio establishment (Auden, Woolf, Isherwood) schierarsi per la violenza nera al posto che rossa non costava troppo in termini di reputazione: per impegno, invece, eccome se costava di più.
Per l’eminenza grigia del cosiddetto pensiero conservatore, Roger Scruton, “al tempo che i traditori comunisti si crogiolavano nelle loro belle nicchie del servizio diplomatico lavorando per il fascismo rosso che - per Campbell - era tanto minaccioso per l’Inghilterra quanto il socialismo nazionale alla Hitler; mentre Stephen Spender si era accasato al civil service e Louis MacNeice stava in BBC, l’unica cosa che Campbell potesse fare in segno di protesta era rampognare con fierezza 'la bolsa superbia di Auden, Spender, / e altri di stessa pasta e stesso gender, / che tengono per astuzia il fortino delle lettere per signori / finché verrà il trionfo finale dei veri migliori’”.
Con gente del calibro di Campbell è troppo forte la tentazione di infiorare la vita di aneddoti. Infatti la sua è brevissima, muore (come Svevo) in un incidente d’auto nel 1957 in Portogallo. Ma fa a tempo a vedere estinto il contingente di Bloomsbury coi suoi compañeros.
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Negli anni spagnoli Campbell si dava allo scavo d’archivio scoprendo le lettere di san Giovanni dalla Croce, del quale (non contento) si mette a tradurre le poesie. Ancora con le parole di Scruton: “Quando morì in un incidente d’auto la sua reputazione era ottima quanto quella degli altri poeti. La sua personalità da diamante grezzo e la sua tessitura verbale senza macchia erano ben accette nell'ambiente letterario di una Londra sottomessa e sottotono. Una volta Campbell salì sullo stesso palco dove si trovava Spender e stava per farci a pugni. Per Evelyn Waugh, era ‘un selvaggio naturale - grande e meraviglioso, semplice e dolce'. Per Laurie Lee era invece ‘uno dei nostri ultimi poeti byroniani, di quelli che stanno prima di ogni tecnologia e si buttano tutti nella ressa, scrittori di liriche squisite e capaci di poesie che siano parte del loto impegno fisico e vitale'. Fu ammirato da Eliot che gli pubblicò il primo libro di poesie: eppure oggi lo si stampa poco, i suoi libri sono introvabili, la sua Londra letteraria è sparita così come si è dissolta la Spagna mistica che Campbell voleva ricostruire (...) Doveva venire qualcuno cresciuto con gli Zulu in Sudafrica per capire che il narcisismo britannico era lo stesso del nichilismo bolscevico in azione nella guerra civile spagnola: entrambi i moti sarebbero passati insieme. L’intuizione di Campbell vale anche oggi: ortodossia leftist e sensualità sibaritica dominano la cultura e ora come allora è rischioso gettarsi a sfregiarle".
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Su questo punto di morale sarebbe spregevole esporsi. Meglio celebrare Campbell col suo Flaming terrapin, la sua poesia sulla Tartaruga fiammante del 1924, a soli 23 anni. Aveva lasciato il Sudafrica da un quinquennio e ancora lo portava negli occhi.
Al suo sguardo la cricca di Bloomsbury doveva essere insopportabile. Nel 1931 riusciva a castigarla nel poema satirico Giorgiade – per Campbell i vari Auden e Woolf erano letterati da impero, manco degni di rientrare in uno stile dal nome proprio, fin nel nome obbedivano al re regnante di turno. È una satira potente che in un passo dice: “e ora la primavera, che dolce lassativo i treni sotto re Giorgio, quando si affrettano e portano per le arterie la letteratura, / quella di casa nello Stato d’Inghilterra che dischiude le sue porte / ai fanciulli effeminati che suonano il piffero e si scuotono, annoiati, / mentre il trenino li conduce fuori porta per il fine settimana / dove questi spazzini letterati si radunano per masticare roba grassa, a buon pro... / fin qui affluisce la folla abbandonata dall’amore / intellettuali ma senza intelletto / gente senza un sesso i cui sessi si trovano a metà”.
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Al nostro uomo espatriato dal Sudafrica questi raffinati studiosi dovevano apparire tutti come vulcani, niente di diverso, dei crateri scoppiati in perfetta sincronia col momento quando invece gli introversi cominciano ad avere l’acne e attraversano con lo sguardo le pianure di un altro continente, dove le forme in cielo si confondono e pare di vedere le tartarughe in mezzo alle nuvole, ma avvolte dalle fiamme.


Andrea Bianchi

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CASTELLANOSFreddy Castillo Castellanos (1950). Avvocato, scrittore e docente nato a Barquisimeto (Venezuela), dove risiede. Rettore-Fondatore dell’Università Nazionale Sperimentale di Yaracuy (1999-2011). Direttore e professore di seminari e di laboratori di poesia presso la Casa de las Letras “Antonio Arráiz”. È stato membro del consiglio direttivo della casa editrice Biblioteca Ayacucho ed è stato membro del consiglio dei lettori della casa editrice Monte Ávila, Caracas. Autore dei seguenti libri di saggi letterari: Incisioni; Sucre, il più sereno degli eroismi, La scienza della cavalleria andante; La gastronomia come patrimonio immateriale. Ha fondato e diretto le riviste letterarie Letra Continua e Papel Abierto. 

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tamim al barghouthiTamim Al Barghuti nasce al Cairo nel 1977, figlio del poeta palestinese Murid Al Barghuti e della scrittrice egiziana Radwa Ashur. Giornalista e analista politico, con un dottorato in Scienze Politiche dall’Università di Boston, è autore di alcune pubblicazioni accademiche, tra cui The Umma and the Dawla: The Nation State and the Arab Middle East (Pluto Press, Londra, 2008). Ha insegnato all’Università di Georgetown, all’Università Libera di Berlino e all’Università Americana del Cairo. Attualmente vive a Beirut, lavorando alla Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale. Al Barghuti ha pubblicato sei raccolte poetiche, in cui affronta problematiche sociali, politiche e storiche dei Paesi arabi: Mīğanā (House of Poetry, Ramallah, 1999), al-Manẓar (Dar al-Shuruq, Il Cairo, 2002), Qālū lī bit-ḥibb Miṣr (Dar al-Shuruq, Il Cairo, 2005), Maqām ʿIrāq (Dar Atlas, Il Cairo, 2005), Fī’l-Quds (Dar al-Shuruq, Il Cairo, 2008) e Yā Maṣr hānit wa bānit (Dar al-Shuruq, Il Cairo, 2012). È uno dei più celebri poeti palestinesi contemporanei, apprezzato per il magistrale uso della lingua nelle sue varianti standard e colloquiali (arabo egiziano e palestinese) e per le sue performance pubbliche. Fī’l-Quds, che dà il titolo alla stessa raccolta da cui è tratta alQahwà (Caffè), è diventata, specialmente in Palestina, una vera e propria poesia di strada e gli ha valso l’appellativo di “Poeta di Gerusalemme”.

 

Laura Cecchin si è laureata in Lingue e civiltà dell'Asia e dell'Africa mediterranea all'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi dal titolo Intertestualità e traduzione letteraria dall’arabo: il romanzo storico di Ben Sālim Ḥimmīš. Dopo un primo esordio, nel 2014, come traduttrice di cinque inediti del poeta curdo siriano Golan Haji, nel 2019 ottiene il Master di Traduzione LetterariaEditoriale dall'Arabo di Vicenza con la traduzione della poesia di Barghouti. Appassionata di libri per bambini, ha avviato un progetto di letture bilingui in arabo e tedesco in Germania, dove vive attualmente, in collaborazione con il centro rifugiati e la biblioteca civica di Kassel.
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FOROUGHForugh Farrokhzâd è stata una poetessa iraniana. Nata a Tehran nel 1935, terza di sette figli di una famiglia borghese attenta alla loro istruzione, inizia a comporre versi e ad interessarsi d’arte a soli sedici anni. Questa l’età del precoce matrimonio con il cugino Parviz Shapoor, di molto più grande, dal quale nasce il figlio Kamyâr, che deve abbandonare ancora infante quando, alla vita familiare, sceglie la poesia, divorziando dal marito. Per le leggi religiose dominanti non è più ritenuta adatta al ruolo di madre e per il resto dell’esistenza le viene proibito di avvicinarglisi. Nel 1955 pubblica la sua prima raccolta, dal titolo “Prigioniera” (Asir), sotto impulso della scuola nimâista (She’r-e nou) di Nimâ Yushij, capostipite dei nuovi versificatori iranici, ispirata, nella temperie letteraria primo-novecentesca, a un equilibrato criterio di distacco dagli stilemi metrici e formali vigenti sino alla dinastia Qâjâr (1790-1925), accordandosi a una più libera distribuzione della musicalità entro l’intero costrutto dei versi, senza rinnegare la gloriosa tradizione prosodica del passato ma in linea con le esigenze contenutistiche ed emotive da trasmettere, verso la scoperta di nuovi temi, oltre a quelli dell’amore, della rosa e degli usignoli così cari sino ad allora. Le poesie di questo volume già contengono in nuce i tratti che ne avrebbero favorito, da parte della stampa e delle frange politiche osservanti la Shari’a, la fama di “poetessa del peccato”, voce coraggiosa della ribellione femminile, ancora alla ricerca di una identità poetica definita bensì salda nella difesa del valore individuale di ogni donna. Indole tenace, la sua, espressa a favore di quanti vengono oppressi dalla morale pubblica, attraverso le tematiche della prigionia, della sovversione, che le causano accuse di malcostume ed eresia. Nel 1956, dopo una crisi depressiva indotta dall’allontanamento forzato dal figlio, lascia l’Iran per compiere un viaggio in Italia, di cui a lungo scrive nelle “Lettere”. Poco dopo escono “Il muro” (Divâr) e “Ribellione” (’Esiyân), dove dominano i temi della nostalgia per la perduta innocenza, la distanza dall’amatissimo figlio, le pene d’amore, la trasgressione, la condizione femminile, la condanna del puritanesimo della società, l’ipocrisia delle legislazioni vigenti. Queste tre opere sono per la poetessa «gli ultimi affannosi respiri prima di arrivare a una specie di liberazione dall’individualismo e giungere alla fase dell’elaborazione mentale», una sorta di incubazione della maturità, raggiunta nel 1964 con “Un’altra nascita” (Tavallodi digar). Con la presente l’autrice diviene la voce trainante della rivoluzione letteraria iranica contro la censura del regime Pahlavi, facendo corrispondere alla propria scrittura un impegno politico e sociale verso la collettività di ogni genere e paese. Tentativo di restare, di esserci, mentre «tutti i valori hanno perso il loro peso e stanno per crollare». Il dettato sorgivo e a tratti ingenuo della sua prima produzione si raffina pertanto in un essenziale minimalismo dai toni conversativi, mediante il superamento dell’esclusività biografica di contenuto, nell’ottica di uno sguardo universale sulla condizione umana. I caratteri soggettivi del passato divengono qui metafora di una perduta unità, di una nostalgia dell’Origine comune a tutti i popoli (tema già presente, a ben pensarci, nel Masnavi del Mowlānā), ancestrale tensione di vita che va oltre il retaggio del proprio destino. Canto d’amore e morte, il volume segna l’approdo a un vocabolario di stampo colloquiale che, accostatosi ai valori della lotta civile, non perde tuttavia l’eredità mistica del fiore lirico fārsī, nella sua ancipite e melodiosa spiritualità, al contempo intrisa di silenzio e grida, di eterodossa e ruvida ascesi, propria di chi ancora ritiene esaudibile la liberazione dalle policrome sovrastrutture che assediano l’umano (memorabile maestro fu Omar Khayyâm). La poesia è in questo senso espressione immediata di vita, sperimentata dapprima interiormente e poi lanciata alle persone come apocatastasi. Realismo e astrazione verso una geometria euritmica di priorità fondamentalmente semantica, questa della Farrokhzâd, per la quale «la Poesia nasce dalla vita e dalla realtà, non bisogna sfuggire o rifiutare, bisogna andare avanti e sperimentare anche gli attimi più dolorosi e più grotteschi». Testimoniare, vivere il mondo: tale il compito di chi scrive, per racchiudere il sovrasensibile con le reti del sensibile, volo di uccello che pigmenta il cielo (i versi del poeta) verso la numinosa origine del sole, l’unione con la realtà eterna. Ma per giungere al cielo pari interesse va riservato alle sorti della terra, alla sua sofferenza, come accade nel 1962, quando realizza un coraggioso documentario sui lebbrosi di Tabriz, incoraggiato dall’incontro d’amore avvenuto nel frattempo con il regista Ebrâhim Golestân. A lui scrive l’autrice: «Se potessi essere parte di questo immenso infinito, allora potrei stare dove voglio io... Vorrei finire così o continuare così... Dalla terra nasce sempre una forza che mi attira verso di sé, andare avanti o salire non mi importa, vorrei soltanto sprofondare insieme a tutte le cose che amo. E insieme a tutte le cose che amo integrarmi e mescolarmi in una totalità immutabile». Una profezia, come solo le proverbiali negromanti sanno compiere su se stesse, poiché la morte la coglie improvvisamente il 13 febbraio 1967, tra le stradine tortuose del vecchio quartiere di Shemirân, a Tehran, in un incidente stradale. «Ricordati del volo/ l’uccello è mortale», sembra sussurrare la sua scarna tomba, ai piedi delle montagne innevate di Elburz, a chi va portandole un fiore. Quel volo custodito tra le pagine infuocate e magiche dei suoi libri, che per mezzo secolo gli studenti di tutto l’Iran e non solo hanno esibito come stendardo di libertà e di uguaglianza: quel volo che nessuno mai potrà più trattenere. Del resto «come si può/ a chi se ne va/ così paziente,/ così pesante,/ così perduto,/ ordinare di fermarsi?».

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71889615 493599298146230 3797700346155892736 nDebasish Parashar è un imprenditore creativo, cantante / musicista, paroliere e poeta multilingue che vive a Nuova Delhi, in India. È professore associato di letteratura inglese all'Università di Delhi e fondatore e caporedattore della rivista letteraria «Advaitam Speaks». Suoi testi letterarii sono apparsi su «Kweli», «Sentinel Literary Quarterly», «Voices de la Luna», «Contemporary Literary Review India», «Enclave / Entropy», «The Ramingo's Porch», «Expound, Asian Signature», «SETU», «Five2One», «Moonchild» e altrove. Tradotto in numerose lingue, è presente in antologie internazionali come World Poetry Almanac 2017-18, Epiphanies and Late Realizations of Love, Apple Fruits of An Old Oak, Where Are You From? e 22 Wagons. Il suo video di debutto musicale Shillong, dall’EP Project Advaitam, è uscito nel settembre 2018.

Andrea Sirotti è nato a Firenze, dove insegna lingua e letteratura inglese. Fa parte delle redazioni di «Semicerchio», rivista di poesia comparata, e di «Interno Poesia», blog e casa editrice per la promozione della poesia. Dal 1999 svolge l’attività di traduttore letterario, soprattutto di poesia e di narrativa postcoloniale. Tra i poeti anglofoni tradotti e curati, Carol Ann Duffy, Karen Gut, Margaret Atwood, Arundhathi Subramaniam, Eavan Boland, Sally Read, Oscar Wilde, Emily Dickinson. Dal 2000 al 2008, insieme a Vittorio Biagini, ha curato per il Comune di Firenze le iniziative sulla poesia giovanile “Nodo sottile”. È tra i fondatori di Linguafranca, agenzia letteraria transnazionale. Negli ultimi anni si è dedicato alle attività di scout letterario, di consulente editoriale e di organizzatore di festival e altri eventi letterari.

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INEKEINEKE HOLZHAUS è nata nei Paesi Bassi nel 1951. È poetessa, novellista, drammaturga, regista teatrale e insegnante di scrittura creativa. Per la radio olandese ha realizzato programmi letterari e d’arte. Durante i festival Poetry International a Rotterdam e Maastricht Poetry Nights ha presentato poesie tradotte in nederlandese di poeti invitati. Nel 2008 esce la sua raccolta Hond in Pompeï, nel 2011 Waar je was; seguono nel 2014 Bovengronds e nel 2016 Blijven en Weggaan. Nel 2015 le venne assegnato il premio HofvijverPoëzie.


PATRIZIA FILIA (1953) vive e lavora nei Paesi Bassi dal 1982. È regista teatrale, drammaturga, scrittrice e traduttrice. Pubblica in Olanda nel 2016 il ricordo In de Mokumse jaren; nel 2018 il ciclo poetico Astarte, le traduzioni Il solitario con poesie di Jan Jacob Slauerhoff e Blues con poesie di Kees Klok; nel 2019 la raccolta di testi teatrali Theaterteksten e il ciclo poetico Diarium belli. Nello stesso anno esce in Italia, da Edizioni Ensemble, la traduzione L’eterna imbarcazione con 121 poesie di Jan Jacob Slauerhoff.

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IL CENTRO CULTURALE “DON BERNINI
E
IL COMUNE DI BORGOMANERO
organizzano
IL VENTISEIESIMO PREMIO LETTERARIO
CITTÀ DI BORGOMANERO


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