Interviste

da Atelier 83 - "Un foglio di compensato che sorregge il cielo. A colloquio con Emilio Rentocchini"

RENTOCCHINIA 83

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da Atelier 83
"La necessità di una comunità recettiva"

 



Un foglio di compensato che sorregge il cielo. A colloquio con Emilio Rentocchini
di Marco Bini e Mariadonata Villa


Lunedì 4 gennaio 2016. Un inverno insolitamente mite e la nebbiolina che dal basso risale e circonda il vecchio borgo sulle colline modenesi fanno da cornice a questo incontro con Emilio Rentocchini. L’occasione è l’uscita per l’editrice Incontri di Sassuolo di Lingua madre. Ottave 1994-2014, il volume che contiene la produzione in sassolese del poeta. A suo dire, la tappa definitiva e finale di un percorso poetico tra i più interessanti degli ultimi decenni. Emilio Rentocchini è tra gli autori che più hanno espresso un vero sentimento della lingua a cavallo fra il Novecento e ciò che, forse, sta venendo dopo: pochi come lui hanno hanno saputo pensare la lingua, pochi mostrano una simile felice eloquenza. Nella grande tradizione della poesia in dialetto, Rentocchini appartiene alla famiglia degli autori che hanno spogliato un dialetto dei suoi caratteri municipali per farne una lingua d’arte, una sorta di provenzale moderno. Pensiero e suono che si incontrano sottraendo l’enunciato poetico alla dittatura del solo significare. Concetti vertiginosi espressi in un idioma “umile” che si innalza al rango di lingua franca per il cercatore di luce.
L’uscita di Lingua madre è l’occasione per fare il punto su un’esperienza che vanta numerosi e grandi estimatori, ma tutt’altro che consegnata agli archivi, e che, per chi conduce questa intervista, sarà una di quelle più rappresentative in futuro di un’epoca della poesia italiana.

[...]

Marco Bini: L’ottava è un metro tipico del racconto in versi, perché tu lo hai scelto per scrivere lirica?

Emilio Rentocchini: Nacque da un’ispirazione quasi casuale. Insegnavo da qualche anno, un giorno arrivai a casa e presi un vecchio libro di mio padre, un’edizione Rizzoli dell’Orlando furioso. Mi venne di sfogliarlo un attimo, finì che in pochi giorni lo rilessi tutto. Ero stato ripreso magicamente da quel ritmo. Una delle mie prime raccolte, intitolata Fòi sècch, ha un’ultima sezione con testi un po’ più lunghi degli altri che sono già quasi delle ottave. Anche nel mio primo libro, Quesi d’amòur, c’è una sezione di poesie con giochi di parole e grande attenzione ai suoni, una serie per me decisiva nel percorso verso l’ottava. Dopo la rilettura innamorata dell’Ariosto, provai a scriverne una o due, e mi accorsi che quella forma mi urgeva dentro e mi corrispondeva: la mia materia aveva trovato casa. Ma i poemi nel Novecento non avevano più cittadinanza, e pensai che un’ottava potesse valere come un canto. Il primo libro di ottave, Otèvi, ne conta infatti 46, esattamente il numero di canti del Furioso. Segrè, il libro successivo, è di 46+46+3. Le ultime tre poesie si intitolano Dop, cioè “dopo”, perché iniziano tutte con questa parola, e sono testi ai quali sono molto affezionato, anche perché a quel punto pensavo che non avrei scritto più. Sempre riguardo all’ottava, bisogna dire che nell’Appennino Tosco-Emiliano ha una grande tradizione. Il Maggio drammatico, spettacolo tradizionale e popolare di versi e musica, si recita in ottave; un tempo c’erano persone che conoscevano a memoria il Furioso, sia sul versante toscano che su quello emiliano. Anche se non sono di famiglia contadina, questa eredità mi ha toccato in qualche modo. E poi in Piazza Piccola a Sassuolo, dove sono nato, c’è la lapide con l’ottava del Tassoni che recita “E dove lascio di Sassol la gente...”.

[...]

MB: Come hai detto spesso, ognuno deve essere libero di scegliersi la propria prigione. La forma chiusa origina poesia, o ti serve a posteriori per mettere in ordine il pensiero?

ER: La forma mi è servita innanzitutto perché non mi piace scrivere. È uno sforzo, anche fisico, che non ho mai amato. Quindi dovevo per forza giocare su qualcosa di prefissato, che potessi ricordare facilmente a memoria. Le ottave le ho soprattutto pensate. Solo quando avevo paura di dimenticarmene allora le mettevo su carta, per rifinirle successivamente. Il fatto che fossero otto versi, tutti endecasillabi con rime, mi aiutava molto a memorizzarle. La cosa più bella era girare in macchina e farsi venire idee, correzioni e varianti che potevo inserire in diretta in ciò che tenevo a memoria. Questo è stato il vero piacere della composizione per me. Il lavoro era mentale: e, se mi accorgevo che la “spina dorsale” non teneva, buttavo via tutto. La forma chiusa mi è servita soprattutto per questo. La cosa meravigliosa della prigione dell’ottava era scoprire all’improvviso un doppio fondo, uno spazio insospettato, una luce... Un lavoro da speleologo. Intravedi un’immagine, la segui, è un’avventura verso il futuro dentro all’apparente passato di una lingua moribonda.

Maria Donata Villa: Parlando di Stanze di confine hai detto che il vero mistero della vita non è morire ma è nascere...

ER: Sì, è vero. È il tema della prima ottava delle Stanze di confine, che in Lingua madre è la numero 177.


rentocchini lingua madre     Sr’ani cantê quelcosa, fat n’ariv,
     vr’ani druvê na spéci ed preparola,
     na léngua inconsisteinta per i viv
     al soun antigh ed l’òrghen ed Marola
     quand l’organésta al próva i sô motiv,
     in surdeina, al dè préma? Con che fola
     i s’han lasê su l’ourel dal bicér...
     Si s’han dmandê s’a vlìven l’è al mistér.

          Ci avranno cantato qualcosa, fatto una battuta,
          avranno adoperato una specie di preparola,
          una lingua inattingibile per i vivi
          al suono antico dell’organo di Marola
          quando l’organista prova i suoi motivi,
          in sordina, il giorno prima? Con che fola
          ci hanno abbandonato sull’orlo del bicchiere...
          Se c’abbiano chiesto se volevamo, ecco il mistero.

Che si possa morire lo sai, lo capisci e lo giustifichi. La nascita invece è sempre un miracolo. Il vero abisso è in questa domanda: se siamo nati perché lo abbiamo scelto. Solo se avessi scelto di nascere, accetterei di essere giudicato. È una questione terribile e fertilissima. Noi abbiamo questa spada di Damocle dell’ignoranza che inizia con la nascita, non proviene dalla morte. Nell’apparente razionalità del mondo cristiano-cattolico, al centro della messa si pronunciano le parole “mistero della fede”. Entrando nella comunità spirituale si accetta l’idea del mistero, non quella di una risposta. Quando mi sveleranno perché sono nato, allora potrò dire qualcosa. Se fossi nell’aldilà e mi chiedessero una giustificazione per le mie azioni, risponderei che non ne sono responsabile: ero cieco, sordo e muto. Nell’ottava 177 scrivo di questo: immagino l’attimo prima del concepimento, il momento in cui “ci mandano di qua”.

[...]


L'articolo è leggibile sul nr. 83 di Atelier

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