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Paolo Polvani - da "Il mondo è un clamoroso errore"

POLVANI 02
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Paolo Polvani
da Il mondo è un clamoroso errore
(in uscita per Pietre Vive Edizioni)



polvani 01
IL CROLLO

Il tema della recita è il cordoglio. In una nuvola
d'incenso il vescovo canta.  L’ora del crollo:
dodici e ventidue. La città riscopre
l’ululato delle sirene, il tufo
dei poveri. È una mattina giovane.
La sorpresa è il tonfo che germoglia
e i morti che d'improvviso hanno fame,
sussurrano parole indecifrabili.

I fotografi sbatacchiano ai piedi dell'altare.
I flash rincorrono. Le ruspe
arrugginiscono in silenzio.
Un'afasia nel brivido
delle navate,  un balbettio sommesso,
ma chi è che farfuglia, perché
non stanno zitti i morti? vogliono parlare
ma non c'è tempo, si sono udite le promesse,
le minacce a tutti quelli che.

Il vescovo è nella bocca del canto, in una nuvola
d'incenso. Il sindaco ha la fascia.

Di fuori le rondini schiamazzano.
L'autunno è troppo acerbo per partire.
Dal campanile partono i rintocchi.
Il sangue raggrumato. Le foto sui giornali. Tutti
dicono amen.

Ma che hanno ancora da parlare, hanno
le loro bare, il cordoglio,
ma perché
i morti non se ne stanno zitti?



LA FILA

Il fondo della fila si allontana, come la giovinezza.
Qualcuno ride e sfoggia una dentiera scintillante,
un altro mostra gengive indurite ma ancora vive. Invece uno
ha il figlio morto, anzi precipitato dalle impalcature secondo
la definizione del giornale. Un altro ha la moglie
con l’alzheimer e la lega quando viene qui
per la pensione. Amico attento, a quest’ora
si svegliano i colombi e te la fanno in testa.
Rispetto? che senso ha questa parola?
Intanto uno esce col suo bel gruzzolo in tasca e pensa
che quel desiderio di parmigiano anche per questo mese
resta nell’elenco. E uno gli fa: l’a
strousc tutt ch’i m’nenn, in dialetto, allegro,
li spenderai con le ragazze, tutti. Ma quello è intento
a stringerli dentro la tasca, fatica a sorridere.
Eppure nessuno appare triste, sembrano scolari,
con quei giacconi troppo grandi e i pantaloni
spaiati dell’abito del matrimonio.



A PINO CHE SE NE VA

Così sei morto. Sul pavimento il cacciavite
aspetta le tue mani sporche di grasso e i colpi di tosse
del motore.

È nella stanza accanto, dice qualcuno.

Se fosse vero ci daresti un segno: una pinza
che cade, uno sportello che si chiude, una valvola
col minimo rotolio che l’accompagna.
Un colpo sulla scocca.

Ma tu sei morto e tutti ti voltano le spalle, anche i tuoi figli
non ti riconoscono, non riconoscono il tuo silenzio.

Tu continui a guardarli rigirando un sorriso
stranito tra le mani, impacciato
davanti a tanta incomprensione.

La vita ti ha condotto fin qui e adesso
non sta bene che continuiamo a parlarti

sei sceso senza domandare
sei sceso con la faccia buona
quasi chiedendo scusa

e non c’è niente da ridere
niente da ridere.


Paolo Polvani, classe 1951, vive a Barletta. Ha pubblicato Nuvole balene (ediz. Antico mercato saraceno, 1989); La via del pane (ediz.Oceano, 1999), Alfabeto delle pietre (ediz. La fenice, 1999), Trasporti urbani (ediz. Altrimedia, 2006), Compagni di viaggio (ediz. Fonema, 2009), Un inventario della luce (ediz. Helicon 2013). Collabora con varie riviste ed è  tra i fondatori e redattori della fanzine Versante ripido. I testi qui presentati sono estratti dalla raccolta Il mondo come un clamoroso errore di imminente uscita per Pietre Vive Edizioni

Fotografia di proprietà dell'autore

 

 

 

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