Saggi sulla poesia contemporanea
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da Atelier 81 - "La mia Italia" di Giuliano Ladolfi

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da Atelier 81 - Uno sguardo più ampio"
La mia Italia
di Giuliano Ladolfi


     L’articolo di Davide Brullo mi conferma ancora una volta quanto è stato e quanto è ancora difficile comprendere il lavoro dei primi vent’anni di «Atelier». Mi domando: «Se è difficile per chi ha vissuto in stretto contatto con i direttori, per chi è stato ed è parte della redazione, per chi ha vissuto esperienze come convegni, incontri, cene, pubblicazioni, per chi ha stretto amicizie profonde, come posso pretendere una comprensione da parte di chi si è accostato saltuariamente alla rivista?».
     Già, per chi non fa parte della redazione è difficile esplorare nel fondo delle parole di uno spirito ardente e generoso di uno degli alfieri più fedeli della nostra rivista. Il suo stile frammentario, ricco di aforismi illuminanti, denso di emotività, trova ben pochi riscontri dell’attuale panorama letterario italiano.
     Ricordo di averlo conosciuto di persona una mattina nella presidenza del Liceo Classico “Carlo Alberto” di Novara, dove era venuto a trovarmi e subito ho scorto in lui una generosità e una dedizione difficilmente rintracciabile tra i giovani amanti della poesia, tesi troppo spesso al raggiungimento della fama e del successo.
     «Sono stato estromesso dalla redazione» lamenta. È vero, la rivista ha vissuto un momento di grande disorientamento, quando da un giorno all’altro Marco Merlin per una diversità di opinioni sulla pubblicazione di una poesia di pochi versi mi ha comunicato in modo irrevocabile le sue decisioni. E come non essere in difficoltà? Si trattava di ricostituire un’intera redazione, a cominciare dall’individuazione della dirigenza. Si trattava di ricomporre una nuova linea in sintonia con i nuovi collaboratori (e a quest’opera di ricostruzione Davide non ha partecipato). Non si è trattato di “fato”, dal momento che le dimissioni di Merlin hanno comportato la decadenza della precedente redazione: era il momento di rimboccarsi ancora una volta le maniche. In seguito, dopo due numeri, se non sbaglio, Davide Brullo è stato reintegrato a pieno titolo.
     E in questo ruolo mi riesce difficile capire come egli possa ricoprire questa carica quando scrive: «Voi dialogate; io mi nego nel bunker. Voi vi spappolate via facebook, io maneggio manoscritti arcani, devo imparare il sanscrito mica l’informatica». Non è questo il modus operandi della redazione di «Atelier» che si è sempre distinta per la capacità di dialogare, di lavorare insieme, di progettare insieme, di ritrovarsi, di stringere amicizia. Così è stata vissuta l’“età dell’oro” e così vorremmo che continuasse. Non è un caso che l’apporto di facebook del tutto sia marginale nel nostro lavoro.


Generazioni
     Il problema della qualifica “generazionale” è stata approfondita a suo tempo da Marco Merlin, quando giustamente ha posto in rilievo che la generazione a lui precedente non aveva trovato il modo di far gruppo e, che, pertanto, si era resa “invisibile”. Condivido con Brullo la convinzione che le etichette stanno sempre strette, anche se utili. Che rapporto esiste tra il romanticismo leopardiano e il romanticismo manzoniano? Non condivido, però, l’ipotesi che «nessuna generazione» sia «decisiva» e che «tutte le generazioni si equivalgono». Ammesso e non concesso di accettare la qualifica di «generazione» che spesso diventa sinonimo di stile, di tendenza, di “scuola”, non si può negare che la “generazione” dello Stilnovo abbia influito in modo assai più preponderante sulla poesia mondiale della generazione comunemente chiamata “Scuola Siciliana” o che l’Ermetismo fiorentino sia stato, di là da ogni valutazione estetica, più influente dei “vociani”.
     La denominazione “generazione decisiva” è stata introdotta nella presentazione dell’antologia L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta come “obiettivo”, non come constatazione. Del resto, ci si trovava agli inizi della gigantesca opera di rinnovare la poesia italiana. Che tra i poeti nati in quegli anni si trovi qualcuno che sarà ricordato tra duecento anni, «ai posteri l’ardua sentenza». Quando si presenta l’alba, quando esistono concrete speranze, occorre anche avere il coraggio di sbagliare e di tracciare solchi sui quali magari altri getteranno i semi e dai quali altri raccoglieranno i frutti:

                    Son l’aratro per solcare:
                    Altri cosparga i semi,
                    Altri éduchi gli steli,
                    Altri vagheggi i fiori,
                    Altri assapori i frutti

(Clemente Rebora)

     E questo obiettivo è stato uno dei capisaldi del lavoro della rivista.


La critica
     «Nessuna generazione è decisiva perché la poesia non è più, da decenni, né decisiva né tanto meno incisiva. Non so più se quello che leggo è buono o cattivo, non ho idea se quello che scrivo abbia valore oppure sia niente. Anche se vi sforzate a impalcare ragionamenti, a impilare il catechismo sovietico del critico letterario perfetto, non mi convincerete mai. Dovete difendere il vostro giardino poetico, l’Eden delle anime belle. Ma la poesia è indifesa, indifendibile».
     Che Davide ammetta di essere in crisi come critico letterario, mi sembra un atteggiamento etico e responsabile, ma per proporre una posizione individuale come categoria universale e necessaria occorre compiere un enorme passo che andrebbe attentamente motivato. La critica è in crisi... Quante volte abbiamo trattato questo problema! Ricordo solo il titolo dell’editoriale del n. 39: La critica è morta. Viva la critica. Con questo non nego affatto che la questione possa essere riproposta, quantunque si ponga in contrasto abissale con la linea «Atelier». Come continuamente ha ripetuto Marco Merlin, la rivista è nata proprio per combattere «l’omertà della critica», e proprio l’ardore militante dell’allora giovane condirettore e di tutti i collaboratori ha costantemente tenuto fede all’obiettivo di una “valutazione argomentata” dei testi editi e inediti.
     Del resto, il nostro trimestrale, come, a mio parere, sarebbe compito delle riviste di tal genere, è stato proprio fondato per proporre alcune raccolte tra le migliaia che si pubblicano. Abbiamo sempre chiarito i nostri “postulati” estetici senza alcuna pretesa né che fossero universali e necessari né che dovessero durare nel tempo, anzi proprio il “limite” del nostro parere è stato costantemente presente nel nostro lavoro. Lo stesso Brullo quando amaramente sostiene:

Ma vi rendete conto che per convincere il «Corriere della Sera» a dedicare una fuggevole attenzione a Simone Cattaneo, scrittore di urla 
          e di assoluti, c’è voluto il balzo del poeta dal settimo piano della sua casa? Perché di un poeta se ne parli, perché l’opera di  un poeta   
          diventi  "di culto” (destinazione davvero mortifera), ci vuole la morte del poeta. Moriamo, allora. Ciascuno nella propria Africa            
          inesplorata.


      ha compiuto una scelta di “valore” perché ha dichiarato che il compianto Simone Cattaneo merita un’attenzione assai maggiore di quella riservata alla pletora di “acapisti” che si atteggiamo a tanti “danti redivivi”. Non si può non scegliere. L’importante è chiarire in base a quali principi si operano le scelte. Chi afferma di non seguire principi, come sosteneva Raymond Queneau, in realtà segue motivazioni inconsce delle quali non riesce o non vuole rendere ragione.
     «Non si scrive per guarire, si scrivono versi perché si è già morti». Come frase non mi dispiace, perché lascia aperto il campo a molteplici interpretazioni e proprio il significato plurimo è il segreto della poesia. Posta così, potrebbe essere vista semplicemente come frase come slogan pubblicitario da inserire nella confezione dei famosi cioccolatini.


A voi la scelta
     «Primo comandamento: della poesia non bisognerebbe mai scrivere. Non bisognerebbe mai scrivere. Le parole dilatano la babele delle interpretazioni, inaugurano la maledizione dell’incomprensione. Inducono alla disapprovazione, al tradimento, alla guerra. La poesia (se è autentica) stimola a non scrivere mai più, obbliga altre urgenze».
     Dividiamo i due consigli: scrivere poesia e l’importanza attribuita a quest’azione. Il mescolamento non aiuta a fare luce.
«Atelier» è nata per scrivere poesia e per scrivere “di” poesia. Non ci proclamiamo detentori di verità, di obiettivi e di metodi. L’avverbio “mai” non è presente nelle nostre pagine. Certo valutare comporta anche la capacità di attirarsi rancori, odi, silenzi, delusioni, critiche feroci, accuse... Voglio solo ricordare un episodio: mi era stato richiesto un intervento sulla rivista di un critico, del quale Marco Merlin non aveva parlato in modo “elogiativo”. Ebbene, l’articolo in seguito a questo fatto non è stato pubblicato. È importante anche possedere la forza di affrontare l’incomprensione e l’emarginazione. Certo sarebbe più semplice parlare bene di tutti e gratificare il loro orgoglio, ma in questo modo non li si aiuterebbe a crescere poeticamente, come è avvenuto all’interno della corrispondenza privata tra i direttori e i lettori.
Amicus Socrates, amicus Plato, sed magis amica veritas: veritas, con una “v” molto minuscola, perché la verità non è un possesso, ma un cammino che vorremmo percorrere in compagnia.
     Per quanto riguarda l’importanza attribuita allo scrivere poesia, mi affido alle parole di Marco Merlin, tratte dell’editoriale n. 1:

L’autenticità del nostro movente è indicata dalla fragilità di chi si pone senza maschere, forse persino dall’ingenuità che accompagna la genuinità di queste pagine dimesse, sempre provvisorie, sempre consapevolmente inadeguate alle intenzioni, sempre in tensione. (Qui, sia chiaro, parliamo impudicamente di quel fronte minore che si affaccia sulla letteratura, dolorosamente consapevoli che «la minima buona azione - come ricordava Jahier - vale la più bella poesia»).

     Non mi dispiace di rivederci a Zembla, non mi dispiace che i poemi abbiano «forma di stalattiti», l’importante è aver profuso impegno, energie e lavoro al progetto di un nuovo “umanesimo letterario”.




pubblicazione dell'intero intervento, da Atelier 81 - "Uno sguardo più ampio" (dettagli sull'ultimo numero, qui)

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