Recensioni
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multiversoMultiverso, Carlo Di Legge (Puntoacapo, 2018)

Un viaggio infinito nell’indefinito

Nota di lettura di Eleonora Rimolo

“Multiverso” di Carlo Di Legge (Puntoacapo, 2018) è il libro delle possibilità corrotte: oggetti, luoghi e situazioni parallele (sebbene, spesso, non compiute) si aggrappano alla barriera di un universo infinito, in espansione, forse addirittura plurale, dove – si capisce – ogni tentativo di ricercare le coordinate spaziotemporali è destinato a fallire. Tuttavia, ad indicarci un possibile percorso è il sottotitolo del volume: “di quel colore che soccorre, a volte”. Sono la poesia e la sua forza figurativa a proporre una gradazione alla realtà, una corrente da cui lasciarsi trasportare fin dentro un microcosmo tutto privato e tutto generale allo stesso tempo. Il primo testo è una sentenza che non lascia, infatti, spazio a possibilità di fraintendimenti o di altre interpretazioni: “Quello che siamo e che saremo sempre / può bastare, anzi è tutto quello che serve”. La caustica presa di coscienza di una presenza, immutabile nel suo riuscire a colmare i vuoti inevitabili lasciati dalla distanza tra un soggetto e l’altro, apre la strada ad una serie di liriche in cui emerge una forza decisa, perentoria: “chi ancora deve venire, verrà, / chi deve, ci sarà, / chi non potrà venire non verrà”. È un’evidenza raggiunta al termine di un percorso di solitudine pensata, sofferta, che non si vede ma si ascolta, e che impalpabile giunge alle orecchie di ciascun avventore (“Rallenta il passo, viaggiatore: / si vede poco: / piuttosto, ascolta l’eco”) suggerendogli soluzioni impossibili alla sciarada della vita. Quello che recepisce le voci, i lampi, le visioni è un Io incerto, perduto nel suo opposto, alle prese con l’eterno paradosso di se stesso (“paradosso dell’essere che sono / come se, pur essendoci, non fossi): ogni figura è passaggio temporaneo, evanescenza, dimostrazione pratica che tutto muta, termina, scompare – infine (“Essere qui, nel punto dei passaggi, / è vedere te stesso, e gli uomini, / come nuvole sospinte e scompigliate dal vento”). Dentro le settimane che trascorrono tutte uguali per ciascuno talvolta appare un presagio, cambiano le sensazioni, si diventa cupi e poi sollevati, e di nuovo tristi: c’è un valore centrale attorno a cui dovrebbe girare l’esistenza? Forse l’effimera quotidianità riuscirebbe a darci delle risposte sufficienti a sopportare il giorno dopo giorno e le sue imperfezioni costanti? Così risponde il poeta: “Forse nella prova / apprendiamo il valore del vivere. / Ma è stata una strana settimana questa. / Mi sono sentito teso, senza motivo: forse la primavera, / o presagi di cose che non so?”. È l’entrare di diritto in un gioco circolare che dall’individuale – attraverso la poesia – diventa universale: un apprendimento “a perdere” (“Togli piuttosto che aggiungere”) perché solo attraverso l’esercizio della sottrazione si può mettere in salvo quel che resta dopo l’amore cannibale (“Tu con l’amore senza fine / cui non sembra che risponda amore / semina il poco”). Ma, se le stagioni della natura sono costrette ad un eterno ritorno, quelle della vita arrestano prima o poi la loro corsa: calerà dunque un’unica definitiva sera su tutte le cose terrene, sul nostro esserci stati, nell’indifferenza quasi generale, e sul nostro strozzato desiderio di rimanere per condividere – spezzandolo – quel nulla che ci tratteggia e ci circonda (“Se verrà sera, come dici, / sarai la mia sera”). Rimarrà della polvere cosmica, forse, e una teoria non dimostrata sulla mancanza di confini: probabilmente anche l’universo si spegnerà quando tutte le stelle avranno esaurito la loro energia. Non potremo - in ogni caso - saperlo, e al poeta spetta il compito non banale di ordinare in versi quei fenomeni che, tra i molti mondi abitabili, ci siamo ritrovati a dover incontrare e ad interpretare: ciò che è certo, infine, è che “noi siamo [...] / innesti riusciti, / significati” e per questo dobbiamo provare ad “ingoiare” il deserto con quella poesia “che soccorre, a volte”.
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0001 Copia 217x300Temeraria gioia, Eleonora Rimolo (Ladolfi 2017)

Nota di lettura di Alfonso Guida

"Temeraria Gioia" doveva chiamarsi inizialmente "Anomalie". Penso: alterazioni animiche, non stati modificati di coscienza anonimi. Qui la parola si incide nel volo del rischio. Qui il magma si asciuga in fretta e viene scolpito in forme ferme da una mano di qualche divinità sotterranea. Luce e negritudine. Si risvegliano parole come "amazzone" per Eleonora. Nei suoi testi si avverte la potenza e lo straripamento, l’energia dell’argine. L’educazione classica, il rigore della cifra latina. Eleonora, in Grecia, è una poetessa spartana che si rincuora con le morbidezze architettoniche dell’estetica ateniese. Ma resta nel suo stato la discendenza da una famiglia di vulcani. La ferita viene subito risanata. La nostalgia non è una secrezione. Non scorrono bave. Ci si chiede se è orfanità, proscrizione o diserzione. Perché Eleonora intesse un arazzo con le grandi scene della storia, i tumulti, lo sviscerarsi, le sfide. Questa è una poesia dai grandi temi il cui retroterra è sicuramente un atteggiamento esistenziale, una postura scelta. La marzialità è in Eleonora, nella sua quotidianità, prima ancora che nei suoi versi. Poesia che non implica l’acrisia, la combatte con l’acribia. Lo scontro è tra individuo e Parche, tra divenire e filo reciso, tra il senso rappreso dell’eterno e il patto di sangue. Non pietrifica la parola di Eleonora, non è una gorgone. Dedica una poesia a De Angelis e di quest’ultimo ha per ereditaggio una campionatura di figure femminili montagnose, atletiche. Eleonora è giovane. Il suo agonismo è sincero. Corre senza perdere l’oggetto della sua memoria personale e letteraria. Registra, infuocata, la siccitosa condizione del sentire contemporaneo, le sue lacune, le sue insensatezze. Ma l’insensatezza non sfiora la sua capacità di introspezione, come vorrebbe Vittorio Sereni, né il suo sguardo con un orizzonte ben radicato e sempre mutevole. Refoli di torbiera e iridescenza: mi sembra questo la meteorologia di un paesaggio come quello subumano, suburbano descritto. Si affaccia la destinale compostezza della Russia. Marina Cvetaeva semina agguati dietro ogni sillaba. Giovanna Sicari è l’armeria dove Eleonora attinge. Ma tutto resta in una nube orfica. Viene in mente l accostamento di due parole in una poesia di Milo De Angelis, una poesia del suo tempo di crisi: "nube, nulla". Qui, però, la percezione del nulla diviene percezione di un esistente, senza cromatismi. Non è un nulla che minaccia dal mirino della nientificazione. Il nulla che permea i versi di Eleonora è un tassello dell’intero mosaico che non domina, pari a tutta la cosalità e umanità consultata. Tra i "diseredati della parola" che oggi vivono, immiseriti, di stenti interiori, Eleonora spicca come virtuosa diseredata. Voglio dire che la sua mano, attenta e avida, raccoglie ciò che resta. Fruga tra la polvere dei templi e delle sentenziosità palatine. Cerca sinopie, encausti, affreschi. La mente insinua figure tanto portentose quanto aeree o acquee. I margini degli usi figurati della lingua si schiantano addosso al lettore, ustionandolo. I colori del fuoco. E poi "pulvis et umbra" come recita il nome di una delle sezioni del libro. Pulvis et umbra in sanguine - aggiungerei - pulvis et umbra in corpore. Dal primitivo slancio onnicomprensivo si evidenzia, nel groviglio dell’imponderabile, un persistente sentimento di gioia. Qui la gioia non è una sensazione, una fuggevolezza, ma una forza salda, una forza del più serio gioco d’azzardo. La poesia si incammina esplorando, nervosamente curiosa, per trarre dall’occasione un dettame. "Io sono una che esperimenta con la vita", diceva Amelia Rosselli. Eleonora getta ogni dado sul tavolo da gioco. Il sacrificio è un salto fiducioso nel baratro.
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www.mondadoristore.itNuotare crescere amare
Davide Puccini, La stagione del mare, Giuliano Landolfi editore 2018.

(di Ugo Basso)

Quattordici capitoli in cui il protagonista Renato, maturo, sereno e riconoscente padre di famiglia, racconta la sua adolescenza, in una cittadina toscana affacciata sul mare, un mare di cui non può fare a meno, un mare luogo di vita e dimensione interiore, proiezione della passione dell’autore, presente in sordina in tante pagine.
La stagione del mare di Davide Puccini, romanzo di iniziazione, ricostruisce in prima persona la maturazione umana, affettiva e culturale di Renato, rimasto orfano bambino, nel rapporto quotidiano con la nonna e, per diverso tempo con un personaggio connotato negativamente, che tuttavia in qualche modo rappresenta la figura paterna e da cui il ragazzo, mite e fiducioso, riesce a trarre suggerimenti per la propria crescita, riuscendo però a prenderne decisamente le distanze quando ne coglie con chiarezza l’ambiguità.
Attento ai pensieri e ai sentimenti profondi, difficilmente percepibili nel frastuono che ci sommerge, il racconto tocca sentimenti senza sentimentalismi; valori culturali, non intellettuali e religiosi, senza clericalismi, di cui si sente la nostalgia: se si vivessero, la vita individuale e collettiva sarebbe più serena. Il mare, violentato dalla pesca con le bombe e simbolo di libertà è luminoso scenario, mentre la società è colta nelle differenze sociali percepite negli abiti e negli arredamenti, vissute con consapevolezza, ma senza rabbia.
Con un garbo e tenerezza è narrata la storia d’amore di Renato, lenta emozionata costruzione di un rapporto che dai banchi della scuola media – «vivace fuocherello» fra due ragazzini -, anche attraverso il gusto alla cultura e l’amore per il mare, arriverà a un matrimonio di affetti e di condivisione: pare di cogliere in filigrana lo spirito dell’esortazione apostolica di Francesco Amoris laetitia, offerta ai giovani prima che ai dibatti fra canonisti.
Ma la realtà non è ignorata nelle sue ombre: si è detto del violenza al mare, delle divisioni sociali, dell’adulto negativo, e all’amore coinvolgente e rassicurante si contrappone una sconvolgente iniziazione sessuale imposta da una prostituta al ragazzino con una fisicità meccanica, disgustosa e senza piacere: Angela, ben poco angelica, è icona di una sessualità devastante, mentre Elena è ben lontana dalle irresistibili seduzioni a cui il nome rimanda. Un invito a non lasciarsi ingannare, insieme al gusto per la natura e al discernimento, necessario strumento di una vita in cui vale la pena credere.
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9788866444077POESIA COME RIVELAZIONE NONOSTANTE IL BUIO
Quando la scrittura può affrontare il dolore e offrire strade diverse:
La misura delle mani di Simona Nobile (Giuliano Ladolfi 2018).

Marco Testi

Quando il dolore entra dentro, in tutti i sensi, la poesia può essere talvolta una sublimazione o una messa in comune, mai una rimozione. Il dolore ha percorso pagine mai dimenticate nella memoria collettiva, fin dal periodo arcaico, non solo in Occidente. Nella contemporaneità stiamo assistendo ad una lenta rimozione, che è dettata da molte e complesse cause, quando di cause precise si può parlare –l’esistente è in realtà tutto fuorché una relazione meccanica di causa ed effetto – e che tende a far uscire dalla porta tutto quello che può disturbare il paesaggio gaudente della superficie d’occidente.
Il dolore della malattia e della nuova realtà di una madre che ora diviene nuova figlia da accudire ed amare diversamente, ad esempio, e che emerge oggi con inusitata grazia in La misura delle mani di Simona Nobile. Grazia significa in questo caso rivelazione della luce dopo e nonostante il buio della crudezza dei fatti, della loro mannaia che dirime le possibilità e le percezioni del domani, capacità di dare nuova sostanza a quei fatti, attraverso la comunicazione della loro percezione. Sembra quasi che il senso del dolore, della sua fisicità inclemente, ma anche dei suoi anticorpi che si chiamano amore e riconoscenza, diventi l’altra faccia della realtà, una sua componente che ha la stessa forza e la stessa sostanza della materia.
Il dialogo con la madre di questa raccolta è uno dei più rilevanti episodi poetici dei nostri tempi, perché fonda senza saperlo il nuovo tentativo di attraversare le correnti del dolore con la consapevolezza che il dialogo con la madre continua in modi diversi, perché il mondo si rivela nella sua inaudita diversità, che non è però solo sorda materialità. E questo è uno dei meriti di questo libro.
I piccoli fatti quotidiani diventano le nuove finestre della rivelazione familiare nonostante l’evento dirimente del male. L’abbraccio è solo una di queste epifanie familiari, la nuova annunciatrice di senso che attraverso la ricerca di un pigiama o di uno sperduto, apparentemente insignificante oggetto domestico, rivelano gli infiniti ritorni dell’energia dell’amore.
L’invito a riprendere gradualmente il possesso del corpo è la realtà della battaglia attuale, diversa incarnazione della eterna lotta dell’uomo chiamata nel corso dei millenni guerra epica, duello originario, assedio, lotta con l’angelo. Se lo avessimo ben letto, il mito – con tutte le sue attualissime e attive facce – ci avrebbe rivelato le manifestazioni dalla eterna lotta dell’uomo anche all’interno del suo nido, i conti salati con la cecità, l’impotenza, la follia, l’atrocità di una improvvisa visita del demone nella tragedia.
Le parole della scienza medica, della tecne, collirio, logopedia, afasia, fisioterapia, si incontrano e urtano con quelle interiori, indicibili della speranza, della commossa e nel contempo asciutta immagine di una possibilità. Anche quando la parola si rivolge fuori, porta con sé quella possibilità. La possibilità che il cosmo sia rivelazione oltre che bellezza, che il più banale lacerto della natura, il grillo, le balle di fieno, le nuvole, rivelino un oltre non esterno spazialmente, ma parte integrante di un messaggio che ci parlerebbe se facessimo un po’ di silenzio.
Le cose del mondo e gli affetti feriti – che però resistono rafforzati dalla consapevolezza asciutta di quel mutamento – da ciò che chiamiamo destino, sono il centro focale di questa poesia nuova, visti i nostri tempi edulcorati ed eufemistici.
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nel fermo di polvere 600x600MARCO ERCOLANI, "NEL FERMO CENTRO DI POLVERE"
(Il Leggio editore, 2018)

Nota di lettura di Alfonso Guida

Araldo e Arcano: i versi oscillano tra questi due poli che si fondano sull’ immobilità, uno scambio di espressioni rigide e di immagini lievi, quasi aeree. Marco è inarrestabile. Cerca "parole nuove". Usa la bacchetta del rabdomante innamorato, non le ascisse e le ordinate di una contenzione logica, costruita dalla logica razionale, dal pensiero lineare, anche se la filosofia sbuca tra sillabe pregne, con la consistenza del fango fatto acqua e del labirinto fatto cattedrale. Il tormento di Marco è restare coi piedi che vorrebbero solcare la via complessa della verticalità, di un viaggio solo ed esclusivamente interiore che ben definisce i sotterranei del verbo e la sue esalazione. Sembra che un lungo respiro non interrompa mai le sue tracce. È un pensiero che cavalca l’iconografia. Quale? L’iconografia delle terre bagnate dal mare, dall’humus ondoso, una bianchezza schiumosa che tenta di mostrare le fissità, i fondamenti, la solidità. Parole salde, lapidi di un nuovo e vecchio "cimitero Marino". Non è la roccia detritica e ghiacciaiosa dell’amato Celan, ma una striscia di confine tra Valery e Frenaud. Qui la poesia parla della poesia. Ha il dovere della musicalità, né può essere altrimenti per chi abita in una casa colonica tra il verde dei fondali e il turchese dell’aria senza fratture. "Trascrivere con giustizia", detta Marco. Si può non essere fedeli alla nascita della parola? Si può spostare l’improvviso o la folgorazione su un diverso piano gnoseologico? Il presente, qui, o domina il passato o tenta di scarcerarlo, di farne materiale purificato mediante il respiro umano e il fuoco trascendente da cui si originano i versi. É una sintetica poetica dell’orlo e dello strapiombo. Non ci si butta giù, si sta fermi in cima. L’acme diventa il nucleo. La direzione della fiamma ispirativi include i minuscoli moti del fango e il portamento deciso della salamandra. Tra paesaggi che evocano oggetti di navigazione, tra remi, navi, porti, nascoste gomme, corde, funaioli, guizzi di pesci, si fanno strada posizioni di grazia che indugiano tra sensazioni terrifiche e immaginifiche. Perché Marco non si ferma davanti alla dimora della sua nascita? Perché cerca il "verde" che precede l’indistinto metallico e l abbondanza del mare? La poesia di Marco spinge a chiedersi. La sua lapidarietà carezzevole non è un salmo o una legge, ma un esperienza sensuosa che aggroviglia la presupposta quiete del lettore. Presente è il pensiero di un cammino comune, solidale, il sodalizio umano de La Ginestra Leopardiana, il necessario vedere in sé stessi l’io come altro secondo la formula Rimbaudiana e il necessario vedere l’altro come alterità, interlocutore, creazione di dialogo. Per Marco, forse, scrivere non aiuta a capire. Lo dice nettamente: "Chi scrive per capire il mondo/ne subirà il definitivo addio”. Si tratta di frammenti poetici compiuti che fanno capo a un vertice ontologico, a una fonte che sprigiona fluttuazioni. Armonia e catastrofe non collimano. Si cerca la perfezione sferica delle note su uno spartito. Si invoglia a vedere persino nel buio più acceso, dove affiora la speranza tutta umana di un incontro. Il buio è piatto e ha bagliori nei suoi fondi. L’intero libro è un tentativo di sondare le abitazioni sommerse per portare alla vista le archeologie, le strutture, la matematica segreta dell’hordo naturalis e del cielo, di quella "celeste lentezza" che in Char si fa asse, meridiano. Spesso sfugge nell’aria la materia. Il labirinto è la stanza degli specchi, ma la scala è solo un riverbero "da cui salire". Essere noi, camminando insieme: è chiaro il progetto. Marco fa domande al ventaglio delle possibilità: guarire? Salvarsi? L’immaginazione lascia il posto al sogno. La verità finisce per esistere solo se diventa visione, scorcio onirico di un paesaggio tenue, rigoroso, che cerca sempre più schiarite e orizzonti non decomposti, forse appena inceneriti. Il nulla è dove si torna per tacere. Le nebbie devono dileguare se si vuole conservare nel proprio bagaglio esperienziale la testimonianza. La spola si esegue tra ciò che viene sotterrato e il visibile, spesso terrorizzato. Emerge la speranza inventata o paradossale "di un giorno senza morte". Questo poeta tiene a cuore una lotta contro le distruzioni ancillari della morte. Il sopravvento è il nero del pozzo che assorbe la salda fattezza della pietra. "Scrivi senza pause". È imperterrita la volontà mentre la debolezza umana rimane nel cono delle bassure inferniche. In questi versi albergano transitorietà e presagio del definitivo. La morte non è una smorfia spaventosa. Si diluisce, si dirama. Scompare in attesa di nuove scene. Forse la mente usa solo maschere efficaci per una sopravvivenza più potente di ogni fantasia di sparizione. Tutto, in queste poesie, poggia sullo stesso piano, l’intera vicenda si annoda e si snoda in un solo girone. L’insonnia si trucca da inimicizia: resta la testa sul cuscino, i piedi fermi, in un attesa che non smette, in una speranza che sinuosamente arranca si trascina. C’è una guerra in corso dopo l’azzurro. Si combatte senza escludere cielo e mare, innocenza e naturalità, sotto il fumoso salmo che Marco estrae dal filatterio della morte e dei morti, i soli che l'eterno accoglie.
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WhatsApp Image 2018 07 12 at 12.04.35Un messaggio (im)possibile (?)
Nota di lettura a “Coppie minime” di Giulia Martini (InternoPoesia, 2018)
Di Eleonora Rimolo

L’arte è il nostro modo di organizzare il vuoto, come sostiene buona parte della critica psicoanalitica: questo, però, non vuol dire banalmente che la poesia esiste solo in rapporto con i fantasmi di chi la scrive (cioè che il verso sia solo la strutturazione in linguaggio del nostro inconscio), ma che proprio a partire da questa traduzione in significante della nostra interiorità si aprano spazi vuoti e sterminati di significato da riempire con tutte le possibili alterità che ci circondano, e che sono universalmente valide per tutti. È l’operazione sopraffina che compie Giulia Martini nel suo libro Coppie minime, edito da Interno Poesia: la passione per gli elenchi, con cui proprio il libro inizia (“Indiano, Patagonico, Siriano/e Grande sete e Sabbie nere, Gila, /il Quarto vuoto, il Gran Bacino, Gobi, /l’Antartide, Los Médanos de Coro. /Victoria, “se ci vai, non esci più” /e Atacama, Tanami, Sahara, /Sonora, Sabbia rossa, Artide, Lut –/è l’ora, è l’ora, è l’ora, è l’ora, è l’ora...”), è il sintomo di una rara attenzione nei confronti del catalogo muto della vita, dal quale l’autrice cerca di trarre un messaggio nascosto, celato dalle congiunture ritmiche che uniscono le parole (e le cose, dunque). Parte quindi un viaggio alla ricerca della minima scheggia di senso: non è un camminare casualmente sulle strade già battute da altri (quasi come un’eco dei versi callimachei “Odio il poema del ciclo, né gioia mi dà quella via /che conduce la massa da una parte e dall'altra” – qui proposti in traduzione di Casertano-Nuzzo), ma una seria indagine all’interno della lingua, che meglio di tutto il resto può dirci chi siamo, e da chi fuggiamo (“Vegliare vigilare sorvegliarsi/e giù fino a squadrarsi sospettarsi. /Alla vigilia del nostro stanco/ammanco di cassa, ancora ti manco? /Sono già in treno di dimenticarti”). Una serie di immagini si affacciano sulla scena del verso con connotati insoliti, enigmatici, la cui ambiguità spesso lascia il lettore attonito, confuso: perturbanti sono i distici e le brevi elegie in frammento che accendono una luce improvvisa e breve su una piazza, su una casa, su una donna, su una pinacoteca (“Pinacoteca I: «Stefano, cosa stai dicendo?»/La faraona dal loggiato avvista/gli argomenti che conti sulle dita”. O ancora: "Sempre leggi libri tristi./Gli anni pari dici distici”). Sono, questi, luoghi e oggetti che diventano un vero e proprio culto a cui sacrificare la propria identità, nel nome di una imponente tradizione da ripercorrere con originalità e onestà al fine di riagganciare il filo dei “pensieri fricativi” di un presente quotidiano privo di liricità (“Prima che tu torni/il gallo canterà di notte/e brinerà di nuovo”). Le ritualità, le ripetizioni degli schemi e degli stilemi, il duplicarsi di alcune figure di donna (celate al principio, per poi esplodere in modo esplicito con il concludersi del discorso poetico) sono lo stratagemma attraverso cui la Martini opera una catarsi (“Tutto quello che ha un rito/ti ripropone”) che dovrebbe liberarla da una serie di irrisolti conflitti interni (“Sono il tuo nome come un rimorso/dal sottosuolo”.) dai quali però non emerge mai una sintesi, una digestione completa. La voce dell’Altro arriva sempre distorta, filtrata dal telefono (“È la tua enne che non sento bene/se la cornacchia del telefono/– due cinque due zero uno puff – /m’insinua una pulce nell’orecchio/che gracchia: /tu tu tu tu tu...”), dallo schermo del pc (“Deserto come sfondo del tuo desktop/che popoli d’icone e di risorse – /risorgo proprio lì, da qualche pixel/sgranato per stanchezza in un miraggio”) o semplicemente da una memoria “che si sposta / più a settentrione di un monosillabo” e che rimane “sempre sul fondo” di una superficie a tratti scivolosa su cui la Martini rimane a giocare con il suo dolore, che è anche il dolore del mondo. Una ferita pulsante ma inconsolabile, perché, in fondo “se la rivedessi, che direi?”. Settimane, mesi e stagioni intere vengono attraversate a larghe falcate con la fatica di chi rimpiange il riposo (“Eri tutta nel sollievo/di rientrare a letto”) ma non può concedersene più: il tempo della supposta eternità d’amore è terminato (“Ah che bello, non mi vedrai invecchiare”), perché “i conti non tornano” e quindi “non ti dico dove mi reco”, mentre la tenuta lirica dei testi si intensifica e la poeta si intestardisce sull’impossibile reclutamento di una presenza materna (“Guido, io vorrei che tu e Lapo e io/e Kennedy e Roland e Winston C. /e la mia santa mamma che sta lì/in cucina a straguardare la tv/ [...] io vorrei che fossimo ancora vivi”.) giungendo alla conclusione che si può soltanto essere figli certi del proprio verbo, grazie al quale abbiamo il diritto (e forse il dovere) – parafrasando Lacan – di significare per qualcuno, prima che qualcosa.
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th"Le anime di Marco Polo" (Giancarlo Baroni, Book 2015)
Lettura di Andrea Fallani

I viaggi dell’uomo europeo

Il vero viaggio di scoperta
non consiste nel cercare nuove terre,
ma nell’avere nuovi occhi.
(Marcel Proust)

Il viaggio verso luoghi lontani, l’esplorazione dell’ignoto e la ricerca di nuovi mondi si sono ritagliati uno spazio importante all’interno della storia della cultura occidentale. Moltissimi sono stati gli intellettuali, poeti e filosofi che hanno contribuito alla cosiddetta letteratura odeporica; a questo filone appartiene anche Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015) di Giancarlo Baroni. Come si intuisce già dal titolo, il tema principale della raccolta di poesie è appunto il viaggio, scrutato da diversi punti di vista: nelle prime sezioni sono i grandi esploratori del passato a parlare delle loro scoperte, delle meraviglie che hanno incontrato, delle disillusioni; nelle ultime è invece il poeta a prendere con decisione la parola, ripercorrendo i luoghi dei propri viaggi, veri o immaginari che siano.
Una lettura che però facesse delle Anime di Marco Polo un inno o un’apologia dell’uomo europeo, del suo spirito d’avventura e di conquista, cadrebbe in errore: in molte liriche si affacciano infatti le voci degli sconfitti, delle culture estinte dalla nostra, dei massacri che per secoli l’uomo occidentale ha perpetrato in giro per il mondo. Il viaggio, la partenza verso nuovi mondi assume quindi un duplice significato, che sembra insito nell’etimologia stessa della parola: partire deriva dal latino pars, partis col significato di parte, frazione, contenendo quindi un senso profondo di separazione, distacco e persino morte (da cui il termine “dipartita”); e allo stesso tempo dalla stessa radice deriva il verbo latino parere, “partorire”. Una opposizione di significati simile può essere rintracciata anche in altre lingue europee: si pensi all’inglese travel, che conserva un qualcosa di relativo alla sofferenza (il tripalium era uno strumento di tortura) e che in italiano potrebbe essere reso anche con “travaglio”.
La raccolta di Giancarlo Baroni deve quindi essere letta tenendo sempre ben presente questo bi-frontismo, questo controcanto all’esaltazione dei più grandi avventurieri di tutti i tempi. Se quindi il viaggio di Cristoforo Colombo sembra quasi l’attuazione di una volontà divina («Ho attraversato l’Atlantico portando / Cristo sulle mie spalle. Misericordia / gridavano durante le tempeste / senza accorgersi che era fra di noi / il Salvatore. Come saremmo arrivati / altrimenti sin qua / dove comincia un paradiso in terra?»), incoerente ed ipocrita appare la ferocia dei conquistadores («Basta rovine / con le pietre del tempio innalziamo / la prima cattedrale» e «Quanto orrore commesso falsamente / nel nome del Signore»).
Le anime di Marco Polo guarda al diverso, all’Altro da una prospettiva dichiaratamente occidentale, in quanto la cultura d’appartenenza del poeta non viene mai rifiutata ma anzi valorizzata proprio alla luce dell’incontro con il nuovo e l’estraneo. La penultima sezione Le città dei santi, nella quale ogni poesia viene dedicata ad una città diversa e al rispettivo patrono, può essere letta come excursus volto all’esaltazione delle differenze, delle peculiarità che esistono anche a poca distanza da noi. L’importante di un viaggio non è quindi la lontananza o l’esoticità della metà, ma lo spirito con il quale si affronta: ognuno può decidere di essere un conquistador, sprezzante e irrispettoso, profondamente falso e ipocrita («Come dei lupi sbranano / le spade al posto del Vangelo»), oppure un esploratore attento e rispettoso della diversità, come Charles Darwin («Più vicino al mistero dei misteri? / Specie diverse di fringuelli / una specie per isola / un becco per uccello...osserva / affinità e differenze, poi / ci ragiona con calma»). Proprio quest’ultimo viene indicato implicitamente come il viaggiatore perfetto che osserva le affinità e le differenze e solo a mente fredda, dopo un attento ragionamento arriva a formulare un giudizio.
Poco importa se l’incontro col diverso avviene solo a livello mentale, nell’immaginazione del poeta, l’atteggiamento da tenersi rimane lo stesso, come appare dall’ultima sezione Paesi reali luoghi immaginari. La scrittura si configura come mezzo di viaggio, capace di trasportare il poeta in luoghi lontani nel tempo e nello spazio: in questo modo, alla maniera di Salgari, che ad una straordinaria fantasia coniugava una vita bloccata nella routine quotidiana, è possibile scoprire ed inventare nuovi mondi. La scelta di Baroni cade spesso sui momenti storici nei quali il mondo occidentale ha dato una pessima prova di sé come in Berlino 1961; Hiroshima 1945:

1
Mi avvicino alla finestra affacciata sul parco
al posto dei rami una parete di mattoni
impedisce al cielo di entrare mi soffoca la vista.

2

La foglia recisa dal ramo mi penetra nella carne
un lampo incendia questo giardino
e incenerisce il mio corpo

Quelli delle Anime di Marco Polo sono, in conclusione, viaggi nel tempo, su un asse diacronico, volti alla scoperta o riscoperta di inediti punti di vista sugli eventi e i personaggi storici. L’indagine arriva a prendere in considerazione fatti lontanissimi da noi, tanto da chiudersi all’insegna di una poesia in cui gli homo erectus vengono messi in scena, A Isernia la Pineta, caricando l’intera raccolta di un’eco dell’Uomo del mio tempo quasimodiano e facendo quindi emergere il sospetto che noi uomini sapiens sapiens abbiamo ancora molti tratti in comune con i nostri antichi progenitori:

Scheggiate la pietra per renderla
aguzza come artigli
i margini diventano taglienti
nella savana vi temono
bisonti rinoceronti persino gli elefanti.
Trascinate le prede fino all’accampamento,
ai bordi del torrente riparati dagli alberi
vi aspettano le donne coi bambini.


Con questa conclusione il poeta sembra voler suggerire che ancora oggi l’evolutissimo uomo europeo, che ha esplorato e colonizzato tutto il mondo, che ha piegato la natura al proprio intelletto e conquistato il vertice della catena alimentare, non è, in fondo, tanto diverso dai primi ominidi apparsi sulla Terra. Nella storia dell’umanità allora l’unica evoluzione possibile è quella individuale, di particolari anime, come quella di Marco Polo, capaci di mettere da parte pregiudizi e luoghi comuni e partire alla scoperta dell’Altro.

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