Recensioni
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ImmagineJacopo Mecca e Paolo Rigo, giovani e ben ferrati studiosi di poesia contemporanea, parleranno di Valerio Magrelli al Seminario “Prato pagano. Il futuro nell’antico” (8 ottobre 2018), curato da Gabriella Sica alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. “Valerio Magrelli straniero e sodale in Prato pagano. Un terreno fertile” è il titolo della relazione di Jacopo Mecca. “Tra forma e chiarità: Petrarca in Prato pagano?”, quella di Paolo Rigo che muove da un commento di Sabrina Stroppa a “Ora serrata retinae”.

Nella foto Valerio Magrelli, in un clamoroso articolo firmato da Franco Fortini, Versi candidi e versi volpini, in esposizione alla Mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”, apparso su “L’Espresso”, il 9 marzo 1986, a ridosso dell’uscita dei primi due numeri della seconda serie di Prato pagano.
da "Prato pagano. Almanacco di prosa e poesia", n. 3, aprile 1981


di Valerio Magrelli

Io mi addormento come
Si spegnono le luci d’un paese,
e uno dopo l’altro
svaniscono gli oggetti dal pensiero.
Il sonno è il risultato
Di questa sottrazione:
quando il calcolo è giusto
nulla deve avanzare
e tutto torna.
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43229052 181182306150354 2747463005561159680 nMARIO FRESA, Svenimenti a distanza, Il Melangolo, Genova 2018.

Ci piace parlare oggi dell’ultimo libro di un notevole poeta di Salerno, Mario Fresa, che per i tipi del Melangolo ha licenziato un libro degno di essere letto e riletto, un testo complesso ma avvolgente dal titolo Svenimenti a distanza. Sul titolo, e anche sul libro in generale, si legge (ed ho letto) in rete un po’ di tutto. È quindi gradita l’occasione per fare chiarezza, cercando di capire il senso profondo, diciamo anche il significato, di questa operazione poetica. Fresa è un poeta estremamente capace. È uno dei pochi della sua generazione (quella dei nati negli anni ’70) che opera sullo stile e padroneggia il verso lungo, breve, il prosimetro, l’andamento strofico, la pronuncia lirica e l’invenzione onirica, parodiante, ironica, persino quella sacra con le sue salmodie più o meno laiche. La sua intonazione è sempre calibrata, sigillata, lavorata, pensata a lungo dato che prima della musa poetica Fesa è un critico e un filologo sopraffino, un cantante lirico e un ragguardevole conoscitore di musica, che quando scrive non lascia nulla al caso, nulla al non detto, anche quando vuol sembrare che faccia il contrario, è sempre lui a tenere i fili del discorso. Questo vale in particolare per questo libro, nel quale l’ordito di vite anonime, senza origine, senza una particolare cornice didascalica, si intreccia con l’occhio vigile dell’io poetico in un corto circuito fatto di vertiginosi enjambement, catene di lemmi lunghissime che vanno come a morire in un tramonto estatico e ancestrale nel quale lo spirito eracliteo di Fresa trova il suo compimento più appuntito e immanente. La polpa di questo libro, infatti, è un ordito densissimo di personaggi senza identità, che disegnano nella lingua poetica più fitta che si possa immaginare la trama del mondo, il suo caos convulso di relazioni e interrelazioni. Un disegno del mondo tellurico e spezzato dal quale esondano lacerti di bruciante e drammatica verità, su questo ordigno di esistenze perdute e discontinue. È solo il lavoro del poeta, sembra dirci Fresa, a riordinare il caos. Ed è proprio quello che Fresa fa, facendo arrivare al lettore il senso generale di un mondo pulviscolare, polverizzato, che quando vuole sa cantare o raccontare la sua iattura di esserci, che si trasforma nella felicità dello scriverne e nella suprema fiction di dominarlo dall’alto. Fresa ne tiene i fili con impeccabile maestria, e di questo romanzo in versi, così peculiare da non temere gli inevitabili confronti con i maestri milanesi di questo genere tanto praticato, in poesia, ancora oggi, resta una sorta di cometa bruciante e infuocata, ricchissima di movenze che si consegnano al lettore come l’opera di una vita che si annulla e si celebra in molteplici vite, togliendoci il totem di identità definite e lasciando sulla pagina solo ciò che è più consustanziale alla vera poesia, cioè la rappresentazione ontologica dell’inconoscibile: l’alterità di chi vive al nostro fianco e il mistero del Tempo. In questo senso lo stesso titolo sembra alludere alla possibilità, del tutto casuale, di trascendere se stessi, di sottrarsi a questo sabba forsennato per lasciarsi attraversare dall’atto creativo. Non mancano – e sono le vere perle di questo libro – poesie in cui l’estro di Fresa si coagula in posture più classiche o maggiormente liriche. Avviene quando il poeta si riprende il suo statuto e dice io a uno dei tanti personaggi che restano nel mistero del non pronunciabile tracciato esistenziale. Si potrebbe anche dire che, memore della lezione di Pessoa o di Pound, ognuna di queste vite è la vita stessa del poeta e della poesia, che in Fresa coincidono mirabilmente, senza pose compiaciute, con un rigore e un dinamismo che ne fanno uno degli autori benemeriti del panorama poetico italiano. Anche se le generazioni si rincorrono, cambiano e non vanno oltre una generica notificazione di presenza molto fugace per non dire effimera, credo che parlare di libri intensi e cercare di fare critica e non cabale ideologiche, possa ancora giovare al nostro mondo culturale, alle sue discrasie, ma anche alle sue soprese avvincenti come il lavoro di questo poeta che ad ogni uscita aggiunge un tassello a una storia che resta tutta da scrivere. La storia del Sud e della sua letteratura. Quella vera, passata e presente.

Stelvio Di Spigno
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img511I “Quaderni di Prato Pagano” saranno l’argomento della relazione di Damiano Sinfonico.

I “Quaderni di Prato pagano”, quattro volumetti pubblicati tra il 1985 e il 1988 per le edizioni Abete-Il Melograno, come allegati della rivista “Prato pagano”, sono l’espressione di punta di un’effervescente e in quel periodo sorprendente vitalità creativa di alcuni giovani autori ai loro esordi a Roma. Quattro libretti dalla grafica semplice ed elegante per quattro autori esordienti: Beppe Salvia, Gabriella Sica, Claudio Damiani e Giacomo F. Rech

Nella foto in basso (l’unica esistente) Beppe Salvia, Claudio Damiani, Giacomo F. Rech in una riunione per Prato pagano in vicolo del Bologna, a casa di Gabriella Sica che ha scattato la foto.

Quaderni di Prato pagano

da Estate di Elisa Sansovino, a cura di Beppe Salvia, “Quaderno di Prato pagano”, Estate-Autunno 1985, n. 2

da Gabriella Sica, La famosa vita, “Quaderno di Prato pagano”, Inverno 1985, n. 3

da Claudio Damiani, La famosa vita, con due disegni di Beate von Essen, “Quaderno di Prato pagano”, Dicembre 1987, n. 1, Nuova serie

da Giacomo F. Rech, Firmamento, “Quaderno di Prato pagano”, 1988

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Beppe Salvia

non sempre i pesci d’ombra argentei lari
son conosciuti per i bei colori
arguti e malinconici i futuri

han disprezzo di niente e per orgoglio
d’essere i vivi nel sole
vogliono e nascosti flettere luci
diffondere illuminarsi d’oro,

quando in curve di scoglio
e quando grigi guizzi e un punto d’oro,

non sempre i pesci d’ombra argentei lari.

Gabriella Sica

Il fulmine

Alle nuvole assomigliano le donne
come le acque delle maree lente vanno
e tornano sui tempi fissi della luna.

Minacciosi come fulmini gli uomini
rimbombano nel mondo irati e stolti
simili al tuono prima della guerra.

Vorresti forse adesso fulminarmi?

Claudio Damiani

Tu hai tenuto con te il piccolo gatto
nero, dei dolci giochi hai intrattenuto
con lui, l’hai alzato, l’hai stretto sul grembo
anche. Gli hai dato dei baci sugli occhi
e sulle mani, l’hai stretto vicino
tanto a te, ora dimmi: perché
lo lasci? Lutolo mugula solo
nel piccolo orto solingo...
(E già il giardino le foglie ricoprono,
già lento scende dai gelidi monti
l’Autunno triste col querulo flauto).

Giacomo F. Rech

Diana non sogna come noi, lei vive
Proiettata nel freddo del futuro.
Normalmente non parla
Di quelle cose di cui parlo io:
Diana si muove in proiezione astrale
e la sfera celeste come un bosco
divelto raccoglie i pensieri dell’idolo mio.

salvia03

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42994769 2005472476179794 3762583220370014208 nTre domande a Gabriella Sica, poeta e curatrice del seminario “Prato pagano. Il futuro nell’antico”
di Eleonora Rimolo

Com’è nata l’idea del seminario di studi dedicato a “Prato pagano?”

Cosa avreste preferito che facessi? Fare un balletto, accennare passi di danza al suono di qualche musica dei tempi andati? O raccontarvi del mio ultimo sogno kafkiano in cui mi viene imputato, in quanto poeta, il reato di umanità? E invece no. Ho soltanto provato a pensare e a inventare un seminario di studi. Sì, di studi ora che non sono più di moda, almeno nel mondo della poesia. Un modo per tornare a sillabare un alfabeto che sembra spazzato via dalla velocità dei nostri tempi. Un vero seminario di studio, a partire non da idee preconcette ma da un temario iniziale e inventando poi percorsi possibili e individuando giovani che potessero essere interessati. Un tentativo di trasmettere un’eredità ai giovani, di ravvivare una memoria nella speranza che sappiano farne tesoro, loro e chi ascolterà. Questo è “il futuro nell’antico” del titolo, nella duplice prospettiva delle scelte di “Prato pagano” all’epoca e di un monito per oggi, se si vuole evitare la superficialità e l’asfissia. Un seminario come finissage della mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”, che ho curato con Eleonora Cardinale alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e ha trovato posto nel nuovo Museo Spazi900 (si potrà vedere fino al 22 ottobre). Mi piace leggere i saggi sulla poesia dei giovani, ce ne sono di bellissimi, mi piace qui citare quelli di Francesco Giusti, che purtroppo non è potuto venire. Si deve studiare, non si può affidare tutto all’emotività, all’istante, al presente che, per noi, è il web, una meraviglia il cui uso richiede sapienza. Il presente svanisce in un istante, neanche ci stiamo dentro che già è passato. E la poesia è un congedo, un perenne congedo. Bello il titolo che Roberto Deidier ha scelto: L’arte di voltarsi indietro. Questa è dopotutto l’arte della poesia e i poeti somigliano ad Orfeo che prova disperatamente a far rivivere l’amore, un viso, i luoghi che non ci sono più. E bello quello di Lucia Dell’Aia, “Dolci chicchi rubini”: la poesia mediterranea di “Prato pagano”. Mi aspetto qualcosa da Paolo Rigo che pone una questione centrale e per niente scontata: Petrarca in “Prato pagano”? E poi ci sono le letture dei “Quaderni di Prato pagano: Salvia, Sica, Damiani e Rech” (Damiano Sinfonico), di Beppe Salvia (Simona Bianco) e di Pietro Tripodo (Eleonora Rimolo).

Purtroppo ci sarebbero voluti due giorni invece di un pomeriggio, per parlare di altri poeti che hanno esordito o pubblicato le prime cose su “Prato pagano”, come Silvia Bre e Antonella Anedda, oppure Marco Lodoli e Gino Scartaghiande, o ancora Paolo Prestigiacomo, o di altri temi. In particolare mi dispiace non aver trovato spazio per un intervento intitolato Versi, disegni e fotografie. E poi ci saranno errori e lacune, ma non si può fare tutto. Me ne scuso in anticipo, e già devo fami perdonare per i miei “ritorni”.

C’è qualcosa, in particolare, che possono – e che dovrebbero fare i poeti oggi?

Cosa fare? Cosa possono fare i poeti? Per quanto mi riguarda, se posso farmi questa domanda, io fondamentalmente posso leggere, studiare e scrivere. E seminare semi, tracciare solchi, curare il mio terreno, come i pastori di Virgilio. Questo è quello che so fare, ed ho sempre fatto. Questo è quello che posso fare. E poi salvo, sempre questo salvare con nome, salvare e salvare. Sì, sono un archivista del tempo. Salvo il passato, e per entrare nel futuro non posso non conoscere l’antico. L’antico è Omero o Virgilio, ma anche Beppe Salvia e Pietro Tripodo, per esempio, poeti con cui mi sono trovata in quello spazio verde di un prato e di cui ci rimane la loro splendida poesia. Siamo sommersi dal presente, pochi gli sguardi sull’antico e sul futuro. Alziamo gli occhi. E ci soccorre sempre l’amato Saba: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”.

Qual è l’intento del convegno che si terrà lunedì presso la Biblioteca Nazionale di Roma?

Tento di salvare quello che andrà perduto, chissà che non resti qualche traccia, un’orma dei nostri piedi (poetici) con cui calpestiamo la terra. “Prato pagano” non è stata solo una rivista, ma un tempo magico vissuto negli anni Ottanta. Era finita la fase della gavetta e degli studi universitari, mi sentivo sola e come per incanto, davvero per magia, si materializzò quasi una generazione nuova di poeti, compagni di un bel pezzo di strada. Qualcuno sarà con noi lunedì, qualcuno se n’è già andato via. Rimane come un sogno. Rimane una bella esperienza di giovinezza, di comunità, di un noi che ovunque, e anche tra i poeti, si è disperso, naufragato nell’ego dei singoli che sta diventando accecante.

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HARRISON COPERTINARichard Harrison "Sul non perdere le ceneri di mio padre nell'alluvione" 
(Round Midnight Edizioni, 2018)


Lettura di Andrea Fallani




Due sono le linee di sviluppo della raccolta di poesie di Richard Harrison, On not losing my father’s ashes in the flood, (tradotta in italiano da Riccardo Frolloni, con il titolo Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione, Round Midnight Edizioni, Campobasso, 2018): una personale ed una collettiva, storica. Fin dalla prima poesia, che dà titolo all’intera raccolta, appare evidente come questi due temi, il padre e l’alluvione, apparentemente inconciliabili, trovino nella poesia un fertile terreno comune: l’urna contenente le ceneri viene data per dispersa inseguito alla tragedia che investì l’Alberta nel 2013, salvo poi essere quasi miracolosamente ritrovata in «a box of books and a remote-controlled car».

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foto Giuliano Vittori 1979“Prato pagano. Il futuro nell’antico” è il seminario-convegno che si terrà a Roma, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, lunedì 8 ottobre, dalle 14,30 alle 19. Introducono ai lavori il direttore Andrea Pasquale e la curatrice Eleonora Cardinale.

“Prato pagano. Il futuro nell’antico”: un incontro-seminario tra poeti, critici e appassionati di poesia, giovani e meno giovani, protagonisti e osservatori, per definire e riconoscere strumenti di orientamento nel panorama ricco e vitale della poesia contemporanea. E, al contempo, per verificare, perlustrare e tramandare l’esperienza letteraria di una generazione di poeti nata e maturata a Roma intorno a “Prato pagano”, lungo l’ultimo decennio pre-digitale (1979-1988). Allora si immaginò, noi già superstiti di un disastro, di trovare nell’antico, e dunque nella natura e nella lingua, e nell’umano, una risorsa fresca per innescare una scommessa coraggiosa e inedita. Il prato si animò di rami d’alloro, di erbe verdi e di papaveri scarlatti. E l’urgenza di quella scommessa è, nel nostro tempo povero e superficiale, ancora più attuale e più viva che mai. (Gabriella Sica)

In foto Gabriella Sica con la macchina da scrivere nella casa di Vicolo del Bologna. La foto e la macchina da scrivere sono nella mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta” in corso a Spazi900, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (Foto di Giuliano Vittori)
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41cWHGCKtsL. SX358 BO1204203200 Qualche parola su Progetto per S., di Simone Burratti, NEM, 2017
nota di lettura Tommaso di Dio

Cosa deve fare oggi un libro per poter essere detto di poesia? Se qualcuno volesse avvicinare il libro d'esordio di Simone Burratti con questo atteggiamento normativo e normante si ritroverebbe per fortuna perduto.
Progetto per S. – edito dalla storica Nuova Editrice Magenta, nella collana a cura di Viviana Faschi – come un'umida anguilla, scivola via ad ogni tentativo di presa. Se c'è un libro che quasi programmaticamente voglia sottrarsi ad ogni obbligo e schivi proteicamente ogni tentativo di cattura è questo: un libriccino che si mostra come un organismo disordinato e metamorfico, scaleno, astruso, smilzo e misantropo, malinconico, ombroso, sfuggente. Se proprio costretti con una pistola alle tempie, si potrebbe ammettere che sì, va bene: è una specie di diario; se questo termine però non alludesse ad un minimo di narratività e di quotidiana costanza, di ordine consecutivo e di vigore volontaristico che invece è sempre apparentemente disatteso, negato ad ogni voltare di pagina. Nondimeno Progetto per S. c'è, con le sue belle e assettate quattro sezioni che racchiudono 20 testi, per lo più in prosa; ed è un libro tutto sommato plausibile nel 2018 e che soltanto nella categoria sempre più bislacca di poesia poteva aspirare a trovare una sua minima collocazione.
Ad un occhio infatti che volesse addentrarsi nelle sue fessure, non sfuggirebbero i tanti, anzi, i lampanti segnali letterari di cui è costellato e che ne fanno in realtà una sintomatica conseguenza degli sviluppi più aggiornati delle italiche lettere. Ma detto questo bisogna subito aggiungere che, sebbene sia un libro che avverta come pochi altri la Stimmung del nostro momento letterario, in essa spicca per una caparbia profondità di risultato: Progetto per S. non è un libro fra i libri perché non si vorrebbe scritto (per dirla con un'espressione di una poesia ultima di Mario Benedetti) con “le parole in posa”; ma è invece il sincero e – a tratti tragicomico, ironico, disperato – tentativo di attraversamento di un nulla che è, prima di tutto, infinita possibilità stilistica.
Sì, la prima cosa che risalta ad una rapida lettura è la grande varietà di soluzioni formali, come è stato già notato (e penso alla come al solito precisa recensione di Roberto Batisti): non solo qualche sparuto testo in versi (?), spaesate isole in un mare orizzontale; ma anche varie e differenti nature della prosa: da quella più narrativa a quella più seriale, con la presenza di diverse tecniche desoggettivizzanti, come il googlism o la riscrittura di un brano metal-prog o di una ricetta, o la trascrizione di una cronologia di ricerca su siti pornografici, che però non escludono virate improvvise su di una prosa diaristica e autofinzionale, anche ad alto tasso di liricità.
Che cosa però tiene insieme un così ampio spettro di soluzioni formali? Ecco, se andiamo alla ricerca della ratio scribendi, della forza propulsiva la cui effusione approda sulla pagina con tutti i suoi diorami, ci ritroviamo davanti ad una delle più antiche e solide fonti di ispirazione della poesia; addirittura la radice più profonda, il fondamento europeo della produzione lirica occidentale: l'Accidia, ovvero il disgusto di sé. Progetto per S. è difatti un piccolo monumento all'Accidia. Ma si badi: monumento nell'accezione etimologica, ciò che deve avvertire dell'arrivo di un pericolo e al contempo ravvisare che lo si è attraversato, almeno quanto basta per ammonire il prossimo. Esattamente questo è uno dei possibili significati dell'esergo biblico con cui entriamo nel volumetto: quod scripsi scripsi, dice un Pilato che è consapevole che non si può più tornare indietro dal proprio essere destinati a sbagliare e che, nondimeno, non si può che ricordare in tutto se stessi il proprio errore: si è come una cicatrice, che fa paura agli altri e a sé quando si appare riflessi nello specchio della scrittura. Certo, dice Burratti riferendosi all'infanzia nella prima poesia, «scriverlo non significa salvarlo», ma «tornare ad avere i suoi occhi per un attimo» (p. 17): il tempo della poesia è a ritroso, à rebours, tempo anadromo e indelebile, questo sguardo sul disastro che è la vita, un disastro inevitabile e nondimeno sempre stato e che la poesia tenta di ripetere nella moviola delle parole. E qui, come si vede, le cose tornano un poco serie. Il gioco delle forme ritrova il suo asse mediano e il libro procede nell'affondo impietoso, di maschera in maschera, secondo il copione più tetro dell'acedia, dell'atra bile. Per capirci: così tanta varietas non è segno di stolida euforia. Per comprenderlo ancora di più, è d'uopo tornare a Petrarca, a quel secondo libro dell'immenso e osceno capolavoro che è il Secretum; e più precisamente alla domanda di Agostino, formulata a bruciapelo più o meno così: «pensi di star male?». Ad essa, risponde subito il poeta: «malissimo». «Per quale motivo?», insiste caparbiamente il Santo; e il poeta: «non per uno, ma infiniti»: uno per ogni poesia, uno per ogni forma letteraria da attraversare. Poco oltre aggiunge una sfumatura al ritratto del malinconico che ben si adatta al libro di Burratti, rovesciandone i termini. Alla domanda di Agostino su perché gli giovi leggere (ma pensiamo di chiedere a Burratti cosa gli giovi scrivere), Petrarca risponde: «in verità moltissimo mentre stavo leggendo: ma una volta che il libro mi è uscito di mano, è subito sparita anche la mia adesione ad esso». Secondo questa indefettibile legge della malinconia, l'accidioso non appena padroneggia una forma, subito ne avverte, da dentro, il vanire, il superfetare nel nulla che al termine della frase esplode; per questo non può che oscillare fra un essere attratto e un dover andare via, «entrare nel mondo, sfuggire al mondo» (p. 18), scampare ad ogni approdo perché se ne vede la putrefazione: giocare nel mondo solo per tenersi occupati e poter non pensare il mondo. Citando proprio le Confessiones, Burratti scrive: «amai la mia rovina, amai la mia caduta: non ciò che per cui cadevo, ma la caduta stessa». E così del passato non rimane che «lo sforzo nel sangue, come la percezione di un arto amputato» (p. 21); e così che moltiplica le maschere con un accanimento compiaciuto e degradante, come il supposto falso personaggio che si cela dietro la misteriosa iniziale S.: a tratti sembra essere la destinataria di una storia d'amore, a tratti no, sembra altro: S., questa iniziale ermafrodita che è sia l'oggetto erotico infinitamente abbandonato, l'Euridice-Fata-un-po'-Mamma, che discende per sempre nelle tenebre, sia il senhal della funzione scrivente e dunque l'ammiccante allusione al supposto autore del libro. Insomma S., nome monco, frammento-guscio, è un avatar: «il vuoto è la sua forza» (p. 49). Come la paronomasia Laura\Lauro\ecc., S. è il semplice asintoto di un desiderio mai raggiunto e così per sempre immobile nella ripetizione sterile dell'identico nelle sue variazioni: «Stanotte mi masturberò\ con lo sguardo fissato al soffitto\ come fanno gli uomini grandi\ prima di compiere opere grandi» (p. 34). Non è un caso che il centro nevralgico e nevrastenico del libro – è stato notato già da Marco Villa – sia la cameretta: la stessa architettonica rappresentazione di uno spazio intimo, «fuori fuoco» e privato dove ci si rifugia dalle intemperie violente del mondo, dalle sue incomprensibili responsabilità e dal problema del legame, dell'adulto rapporto con la realtà che non sappiamo più gestire; lì dove, trovando un «porto», si fugge per lo più ciò che chiamiamo Io: «fuggo, ma più me stesso e ’l mio pensero» scrisse il poeta (Canzoniere, 234); Burratti non fa che trovare nuovi modi per uscirne ma lo fa, ad ogni poesia, ad ogni pagina, con un'ossessività e una convinzione che, al contempo, rivela una radicale aspirazione all'autenticità, come sottolinea giustamente Stefano Dal Bianco nella bellissima prefazione.
Questa posizione ambigua, così tremendamente lirica, così fondamentalmente lirica (un Io che sfugge a se stesso tracimando in maschere, ritrovando così la maschera dell'Io), ma di un lirismo en travesti, che gioca «al gatto col topo» (p. 19) con le ricerche formali, che si orizzontalizza, si appiattisce prosasticamente e che coniuga il compiacimento autodegradante e l'accanito e sapiente svilimento formale fino a rappresentarsi come mera cronologia di una ricerca pornografica, ricorda qualcosa che si era già dato nella nostra letteratura anche in tempi più recenti: porta il nome di crepuscolarismo. E infatti le prose di Burratti hanno molto a che vedere, mutatis mutandis, con alcuni esiti che vanno da Gozzano ad alcune suggestioni delle prose di Svevo e di Tozzi, salvo per il tratto espressionistico che in Burratti non c'è ed è anzi attentamente evitato, sostituito invece da una più leggera vena fantastica, onirica (su tutte la bellissima prosa conclusiva: Astronavi). Se andassimo a rileggere qualche paragrafo da Ricordi di un impiegato del 1920, per esempio, ritroveremmo la stessa aria che si respira in queste di Burratti: un'aria disadorna, fra aspirazioni fallite, dichiarazioni autoironiche che si sustanziano in riflessioni sparse e disordinate che più tentano un'autenticità quanto più si nascondono sotto la vernice narrativa: «ma c'è proprio bisogno che la mia anima prenda quest'arie di scontentezza quasi allegra?», annota il 18 Marzo il protagonista del diario di Tozzi e potremmo rivolgere la stessa domanda al libro di Burratti. E poi ci sono citazioni (ben due) esplicite dalla celeberrima Signorina Felicita di Gozzano, entrambe però totalmente trasfigurate: «e io non voglio più esser io» fa eco a «E io mi dico che non sono più io» (p. 55), ma se nel primo si manifesta una vitalità, nel secondo invece domina un automatismo depressivo; così come «Tu civettavi con sottili schermi, tu volevi piacermi, Signorina» viene risemantizzato completamente dal fatto che la destinataria non è la giovane e inesperta ragazza di provincia, ma, in un gioco ancora più narcissico, il proprio Laptop: «Tu civettavi con sottili schermi, tu volevi piacermi, Hp 6730b».
Il crepuscolarismo era l'affermazione di una classe sociale che rivendicava nella sua mascherata debolezza la sua invece forte presenza nella dimensione storica e sociale della Belle Époque. Tale destino come sappiamo si schiantò inesorabilmente contro il muro della prima guerra mondiale che aprì una nuova fase storica e anche una nuova fase poetica: la fioritura della grande stagione di Ungaretti e Montale è infatti marcatamente segnata dall'assorbimento positivo del fallimento del crepuscolarismo. Invece nelle prose e nella poesia di Burratti non c'è nulla di questa affermazione politica: c'è semmai realismo. C'è l'amara constatazione che quella maschera degradante è oggi più sobriamente vera che provocatoria: il degrado feriale insomma non stupisce più e soprattutto non vuole più stupire. Per riprendere le parole del filosofo Baudrillard (Arte della sparizione, 1988) che rovesciano il celebre assunto kantiano, l'epoca di Burratti è quella in cui tutti avvertiamo di vivere con un fine senza finalità e non in una finalità senza fine. È questo il dramma oscuro, il Progetto di cui S. è vittima: avvertire che, in mezzo a tutti questi dispositivi del godimento, abbiamo perso il senso delle nostre azioni e ci dobbiamo arrangiare a trovare una forma di vita, una postura che non potrà non avere una natura paradossale: «Io che sto bene qui ma quando sto qui non sto bene». E nondimeno Burratti ci prova, scaglia quella «noce» che tiene sempre con sé, come una maledizione, «simile al tumore di mio nonno», come dice la voce di Esorcismi, ma nondimeno «in mezzo agli occhi», «un eremo in miniatura»: l'ultima possibilità di una contemplazione, di essere presenti alla propria vita. Ed ecco che il gesto di questo libro sta qui, fra l'infanzia perduta e la scoperta che «i piedi hanno sentito il materasso troppo corto» (True Ending, p. 61). Chi caparbiamente lancia la noce «da dove sono io a dove non posso», alla fine e piano piano, cresce e diventa adulto.

Tommaso Di Dio

Febbraio 2018
VENTICINQUESIMO PREMIO LETTERARIO
CITTÀ DI BORGOMANERO
 

Ecco i finalisti

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