Recensioni
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9788828200628 0 221 0 75Uno sguardo che non illumina. Su Il tuo sguardo illumina il mondo di Susanna Tamaro.


Il libro avrebbe potuto essere molto interessante: questo promettevano il titolo – Il tuo sguardo illumina il mondo – e la quarta di copertina. Parlare dell'amicizia con un giovane poeta (Pierluigi Cappello) che ha avuto una vicenda esistenziale complessa e che, venuto da studi non letterari, da tempo si era fatto apprezzare per la sua poesia. Del resto, quel “tuo” del titolo avrebbe fatto propendere per uno sbilanciamento dalla parte del poeta. Tuttavia dopo le prime trenta pagine, che promettono bene anche per lo stile fluido e limpido dell'autrice, le speranze del lettore gradualmente iniziano a sgonfiarsi: del poeta, Pierluigi Cappello, si parla sempre meno, e quasi mai in modo incisivo, mentre prende piede la vicenda dell'autrice, apparentemente tragica anch'essa (per una condizione neurologica particolare, la sindrome di Asperger; per la triste vicenda familiare fatta di trascuratezza e separazioni) ma raccontata senza mai entrare veramente nei particolari, certamente più emotivamente consistenti, che avrebbero spiegato al lettore il perché di certe definizioni di sé e della propria vicenda, assolutamente negative o pessimistiche, che abbondano nel libro (solo per dirne una, la definizione di “psicopatici” rivolta al proprio padre prima e al proprio patrigno dopo). Diversi sono i momenti di fiacca della narrazione, specie a partire dalla parte centrale del libro, col lettore che si chiede se mai arriverà al nocciolo della vicenda, quando potrà addentare la polpa della materia letteraria. Il lettore però si accorgerà che si tratta di una speranza vana, perché l'autrice, partendo dal rapporto d'amicizia con Pierluigi Cappello, preferisce soprattutto parlare di sé, col poeta Friulano che rimane piuttosto sullo sfondo. Il fatto è che anche la vicenda esistenziale dell'autrice avrebbe potuto essere interessante per il lettore, se solo avesse avuto più coraggio nell'addentrarsi nelle vicende più spinose della propria vita (se si inizia a farlo, se si scrive per questo un libro in fondo autobiografico, bisogna poi farlo veramente). Queste invece vengono spesso descritte in termini vaghi o troppo frettolosi, quasi fossero materia ancora troppo incandescente per essere approfondita o detta più chiaramente (ad esempio quando l'autrice accenna al tema della propria identità sessuale). Il tutto viene appesantito, specie nella parte finale del libro quando ci si avvicina al tragico epilogo esistenziale dell'amico poeta, da un tripudio di divagazioni di stampo religioso sull'esistenza e l'azione degli angeli nella nostra vita o sul destino dell'uomo, che risultano, ad un lettore mediamente razionale, un po' ingenue e a volte francamente infantili (è vero che Gesù nel Vangelo dice che se non si è come bambini non si entrerà nel Regno dei cieli, ma il discorso, anche per il credente, credo debba essere inteso in senso metaforico e non letterale...). Infine è possibile notare una certa mancanza di coesione, dovuta forse ad un salto logico-temporale non giustificato, quando nella parte finale del libro la Tamaro passa dalla descrizione della propria difficile condizione di adolescente in famiglia e a scuola, alla vittoria di un'importante borsa di studio presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, che darà in qualche modo il via al suo percorso artistico di scrittrice. Un esito importante, ma non coerente o non spiegabile sulla base delle grandi difficoltà personali descritte fino a qualche pagina prima.Concludendo, si può dire che il libro, che partiva certamente da un'idea molto interessante e che avrebbe potuto essere un'occasione sia di far cadere un raggio di luce sull'esistenza complessa e sofferta di un giovane poeta (dando di rimando un po' di spazio e di importanza in più alla poesia), sia di parlare della vicenda, potenzialmente non meno interessante, di sofferenza e di solitudine dell'autrice, rimane invece un progetto sostanzialmente non riuscito perché questa luce non cade e non sonda né l'una né l'altra vicenda, lasciandoci di Pierluigi Cappello un ritratto piuttosto scarno e scialbo e un bel po' di confusione e domande irrisolte sulla vita dell'autrice, che avrebbero potuto essere affrontate meglio, con più coraggio, andando più in profondità.Un'occasione perduta, a mio avviso, anche per il lettore più attento al percorso artistico di Susanna Tamaro, che non ritroverà in questo libro la forza e la verità di sentimenti (a parte la limpidezza della scrittura di cui si diceva) che avevano certamente caratterizzato alcuni dei primi libri dell'autrice.

Marco Nicastro
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jkjbSTEFANO VITALE, La saggezza degli ubriachi. Poesie; La Vita Felice, Milano 2017


L’ossimoro del titolo rispecchia la natura dell’uomo, che da un lato presume «di essere unità di misura e dismisura», «di giudicare e condannare, / assolvere e liberare», ma dall’altro si riconosce nel “ciondolare” senza meta, in preda a una inebriante “vertigine”, «nel bosco lunare della città / ipnotizzato dalla stravagante sensazione / del vivere e non pensare / nel rondò del camminare». L’errare, l’errore è consustanziale all’uomo, tant’è vero che, riallacciandosi liberamente a Shakespeare, Vitale dice: «Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli». E basta un nulla, una semplice distrazione, a volte, a trascinarci «per il collo / a una festa d’ubriachi». Una contraddizione di fondo, che ha radici ontologiche, sembra dunque caratterizzare l’antropologia sottesa a queste liriche, giacché l’uomo avverte la necessità di avere dei saldi punti di riferimento sì da potersi orientare nel buio che lo circonda, sì da trasformare il proprio «incerto andare» in un «viaggio» consapevole.

Un viaggio che è pure una sorda e assidua lotta contro il tempo, concepito ora come una «belva rabbiosa» difficile da trattenere, ora come vuota attesa di un Godot che non arriva, ora infine come una «selva» insensata o una sorta di labirinto senza uscita. Fermare il tempo, arginarne la franosità, spezzarne la catena è quindi la tentazione più istintiva. Ma anche la più illusoria. Tentazione umana, troppo umana, la cui vanità è già stata magistralmente illustrata da Pirandello. Da lui Vitale riprende infatti il contrasto tra vita e forma e, a sua volta, si chiede se c’è davvero una forma: se c’è la possibilità di individuare una «epigrafe del tempo senza tempo» o se anch’essa non sia «Qualcosa che incessantemente / additiamo e nel mentre s’allontana». Non è una questione marginale, in quanto coinvolge anche noi («E noi, allora, che forma siamo?»), la nostra identità e la possibilità stessa di una «Verità».
Il poeta non parla solo di sé o per sé: egli pone delle domande che hanno una portata universale. Il suo non è un discorso solipsistico e per questo, nei suoi versi, il “noi” fa largamente aggio sull’“io”: in fondo siamo tutti «figli di un destino comune» e alla stregua di «pastori erranti alziamo lo sguardo / verso le stelle, manto di leopardo, / notturno continente che tutti ci racchiude». Una maniera discreta, questa, di evocare, tra le righe, il poeta di Recanati. Il tema dell’identità è intrinsecamente legato alla metafora dello specchio, perché nello specchio dovremmo avere la possibilità di riconoscerci, di ritrovare cioè la nostra “forma vera”. Senonché: «Non ci sono specchi cristallini / dove ogni cosa corrisponde a se stessa / ma nuvole di vapore che sfumano il gesto / nell’illusione della precisione». «Anche gli specchi possono sbagliare / restituire ombre disfatte / pensieri capovolti, / cenere dimenticata / nella vecchia conchiglia riciclata». La nostra immagine ne esce quindi «inevitabilmente» deformata.
E la Verità? Inafferrabile pur essa, destinata pur essa a perdersi in un gioco di specchi senza fine. Una, nessuna e centomila: proprio come in Pirandello, quantunque Vitale preferisca parlare della «eterna tagliola / della presunta Verità». Per dire che «non abbiamo imparato la lezione / così ci coglie in fallo la voglia di sentenze / e ci tiene in stallo il maldestro tentativo / di ridurre le distanze tra noi e la maldicenza». Si noti qui la rima interna “fallo/stallo” che evidenzia ad arte il parallelismo tra l’errore moralistico e la velleità di ogni adæquatio rei ad intellectum. Ebbene, per quanto il nostro poeta prediliga il verso libero e sciolto, non manca, a tempo e luogo, di avvalersi della rima o, in alternativa, dell’assonanza, per dare icasticità e musicale consistenza al suo verseggiare. Si veda, a mo’ di esempio, la seguente lirica: «L’importante è colpire di sorpresa / spezzare la catena dell’attesa / rompere la noia / di questa inutile pastoia / che rende schiavi / di una Storia / di cui si sono perse / ormai le chiavi». Altrove le rime sono più defilate, talora anche interne, vuoi per esaltare l’efficacia di talune dittologie («cresce e mesce», «l’orrore e l’errore», «rappresi e sorpresi», «affidabili e improbabili»), vuoi per accentuare qualche enjambement o per dare aire al verso successivo («nell’ossessione scomposta della vita che ci resta / pesta nel mortaio dell’inutile attesa»; «teste ritmate / folate di vento»; «molecole colate / a folate dal cielo al niente»).
Ad esaltare la musicalità del dettato concorrono non di rado allitterazioni, paronomasie e anafore (in primis verbali). Così, soprattutto nella sezione finale del libro, Moments musicaux, il poeta può innestare il suo discorso su quello di alcuni brani musicali, in una mimesi che, pur senza rinunciare in toto alla valenza semantica delle parole, le porta a competere con l’onda «emozionale delle note», come giustamente annota Alfredo Rienzi nella sua “Prefazione”. Il che significa anche spingere la logica linguistica alle sue estreme conseguenze, fino a sconfinare in regiones incognitæ assecondando la sfida enunciata, in esergo alla sezione, da Paul Auster: «La lingua / ci porta via per sempre / da dove siamo [...], / perché ogni parola / è un altrove...». Si potrebbe a questo punto sospettare una suggestione verlainiana, quella dell’Ars poétique: De la musique avant toute chose. Ma il discorso è più complesso. E ambizioso. Vitale mira infatti a «Tirar fuori dalla selva del tempo / una parola certa e precisa / che ci rassomigli una volta per tutte / per dare un senso / al silenzioso scrutarsi delle cose: / è questa l’incrollabile speranza / che porta al fine di ogni arte».
In questo la saggezza all’apparenza così strana e stramba degli ubriachi può essere d’aiuto. Essa non è troppo diversa da quella dei pazzi, che ha sì il potere di sovvertire ogni logica razionale, in nome di un’altra logica, volubile «come una piuma», a dire di Pirandello, ma anche di aderire all’estrema “originalità” della vita, di coglierne e di esprimerne al vivo l’intima essenza. Come fa la musica per Schopenhauer. «La forza del ragionamento / è poca cosa / dinanzi al torbidìo / d’acque salmastre che nascondono / farfuglianti ombre / di un delirio di purezza». L’arroganza della ragione è come «l’arroganza degli specchi»: non approda a conquiste durevoli, ma conduce al «naufragio». Fluida e liquida, come la musica di Debussy, è la vita e non si lascia geometrizzare o costringere in un mastraccio. Essa è segnata dall’imperfezione e dalla caducità. Vitale parla addirittura «dell’intima necessità dello svanire», lo heideggeriano “essere per la morte”: marchio ineludibile della creaturalità. È il messaggio di cui si fa emblematicamente portatrice la sera, da completare con quello benaugurante che proviene - nella sezione “Dal terrazzo” - dalle piante in fiore: il fiore è infatti «volo perfetto del tempo esatto / d’ogni creatura / avventura di luce / che solo si ripete / nella cura e nella necessità / d’un meccanismo d’amore / automatismo creaturale / bellezza del nostro limite / che unisce e libera».
Al motivo del «tempo esatto», che non è chrónos ma kairós, si collega la “poetica dell’istante” (propria dell’impressionismo), a sua volta connessa all’immagine metaforica (e variamente declinata) della luce che trascorre, a mo’ di Leitmotiv, l’intera silloge. «La lezione dei fiori / è nel loro essere fiori, / mondo che rinasce / nella pura insolenza del vivere». Nell’epifania della luce. «Linguaggio silenzioso» è quello dei fiori, mentre per lampi e per improvvise illuminazioni si esprime la luce, rompendo l’oscurità che ci avviluppa e che l’imprigiona. Ma tacere è anche «la verità della ragione», laddove la sua tracotanza, che si manifesta nell’«idea di perfezione», produce solo disastri. È nella natura dell’uomo: «il male è scritto nelle viscere», e non andrebbe mai dimenticato: «non c’è un perché / all’ottusa malformazione / della Specie che noi siamo».
Qual è allora la soluzione? La «posizione / della giusta distanza»? la “divina Indifferenza” di montaliana memoria? Ma questa già per il poeta degli Ossi di seppia era un’opzione improponibile, prerogativa degli Dèi, non degli uomini. E Vitale, non troppo diversamente, ammette: «Non a tutti è dato saper mostrare cecità / diventare muro, insetto, foglia / e volgere gli occhi altrove». Dinanzi al male e alle ingiustizie (una sezione del libro s’intitola, non a caso, “Guerre civili”) si risveglia «l’ansia del combattimento, / il pensiero di andare oltre la soglia / sotto un cielo carico di tempesta / al passo con la dignità offesa / come gli eroi che non s’arrendono / e spendono la vita a raddrizzare / i quadri storti, a costruire il tempo / che nessuno ancora ci ha servito». Sono versi, questi, che testimoniano una indubbia tensione morale e una profonda pietas per le «inermi creature / sedute sull’orlo di un cielo in tempesta».
Anche per loro il poeta si ripromette, in limine, di «preparare piani segreti / mappe di resistenza, attraversare campi minati / e tagliare barriere di filo spinato». La poesia è assimilabile a un treno «che sfila / lungo gl’intarsi della memoria» e «attraversa paesaggi posati per caso / pestati nel mortaio del tempo / gettato via senza un lamento / senza neppure il dovuto scontento / rarefatta rassegnazione che tenta di trasformare / in oro per sé le ore perse per gli altri / inutilmente sedate dal pensiero / imbrigliato, impigliato, scombinato / dal perenne ritardo accumulato». In un mondo segnato dalla fretta, che inneggia alla velocità, che mira a guadagnar tempo (a vuoto), il poeta si trincera in una «gabbia di ferro e vetro d’un tempo / disteso, dilatato, rubato» e, in tale raccoglimento, con «infantile fiducia», trova una forma di riscatto e di risarcimento, se è vero che il male di vivere diventa il «taglio da cui fiorisce, a bassa voce, / la piuma del tuo sorriso». Ovviamente, quello consolatorio della musa. E la misura del «canto» poetico è volutamente dimessa, perché «non si tratta di fare miracoli». Il poeta si propone programmaticamente di «Ridurre il campo visivo / alla coda dell’occhio / per meglio vedere ciò che resta nascosto / allo sguardo troppo sicuro». Così, «nell’immobilità felice dello sguardo finalmente a tempo», riesce a mettere a fuoco ciò che gli sta a cuore. E l’ispirazione, liberatoria, viene di conserva: «C’è un forte vento che sale / nella stanza a ripulire l’orizzonte / così mi giro dall’altra parte del mondo / e canto, sottovoce, canto».


CARLO PROSPERI

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LADOLFI COP. ORLOGiuliano Ladolfi - "L'orlo del tempo" (Ladolfi editore, 2018) 

Lettura di Gabriella Mongardi


L’orlo del tempo: un titolo intensamente poetico per un romanzo tenero e delicato, malinconico ed elegante, che attraverso la vita di tre personaggi e i loro rapporti dipinge l’affresco di una generazione e di un’epoca, gli anni che vanno dal 1968 al 2008, caratterizzati da profondi mutamenti economici, sociali e culturali – il passaggio da un mercato nazionale a un mercato globalizzato, la contestazione giovanile, l’irruzione del relativismo – colti da una prospettiva “privata” e “provinciale”. Ambientato quasi interamente nel Piemonte orientale, tra Borgomanero e Stresa, il romanzo vale anche come testimonianza della trasformazione di un tessuto sociale che i personaggi sembrano subire senza riuscire a coglierne gli elementi di positività, legati come sono alla loro adolescenza, al rifiuto di invecchiare, alla permanenza del passato: attaccati come sono – verrebbe da dire – all’orlo del tempo, nel tentativo impossibile di fermarlo.

Nel romanzo, suddiviso in quattro parti, il tempo è scandito per decadi. La prima parte comprende tre capitoli, intitolati ciascuno a uno dei personaggi principali e a un anno: “1968 Valentino”, “1978 Guido” “1988 Luisa”: fra i tre, non ancora ventenni del 1968, esiste un aggrovigliato rapporto di amicizia-ammirazione-rivalità-amore i cui fili si allungheranno, variamente sdipanandosi e intrecciandosi, fino alla fine del romanzo.

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9788866444435Silvae, Gabriella Mongardi, Ladolfi editore, gennaio 2019

Silvae di Gabriella Mongaerdi è un libro costruito con grande eleganza a cominciare dalla cornice (entro cui sono incastonate le poesie) costituita dal testo incipitario e da quello finale in cui l'autrice rimanda al mito di Orfeo ed Euridice, avvertendoci immediatamente che il centro della sua ispirazione è una perdita, un'assenza amorosa.
La parola, infatti, già nel testo d'apertura, viene ceduta ad un' Euridice (è lei che canta, mentre Orfeo tace) ormai consapevole che tutto è quasi perduto e che tuttavia bisogna che la vita continui fino all'inoltramento nell'oscurità del bosco (che dà il titolo al testo conclusivo) da dove avrà inizio l'altro viaggio verso l'ignoto
Ecco allora il perché del titolo latino “Silvae”, che ricorda quello dell'opera più nota di Stazio, come sottolinea il prefatore (oltre che, in questo caso, editore) Giuliano Ladolfi nella sua coltissima lettura; ma che a me fa venire in mente, piuttosto, la selva oscura di Dante, quella da cui ha inizio il cammino del poeta fiorentino nel regno dell'oltretomba in compagnia del suo amato Virgilio, anche lui citato in esergo con quel “Si canimus silvas”, che non solo potrebbe confermare una tale ipotesi, ma implicare un consapevole progetto, da parte dell'autrice, di perseguire uno stile medio-alto, come quello a cui allude lo scrittore latino dell'egloga, la quarta, da cui è tratto l'emistichio.
Il motivo, come prima si diceva, della perdita dell'amore s'intreccia, dunque, con la questione della fuggevolezza del tempo terreno, che, con la sia ciclicità ripetitiva e quasi immemore, supera l'esperienza individuale chiamata a misurarsi con l'altra dimensione spazio-temporale, il cui sviluppo non è più orizzontale, ma ascensionale.
Orizzontalità e verticalità strutturano, infatti, gli altri testi in cornice: benché siano taciute le date di composizione si deduce il passaggio da un anno al successivo: ai colori e alle atmosfere autunnali succede l'inverno, e dopo “i fuochi d'artificio/gettati alle spalle”, ha inizio un anno nuovo in cui si prende nota del piccolo miracolo d'esistere, comunque, ancora: “La novità è che sono ancora viva/ ancora guardo cadere la neve/ di febbraio struggente di lentezza”; e nei testi successivi, l'arrivo della primavera fa esplodere gli umili fiori dentro la luce.
Il mondo di qui, infatti, sia pure attraverso il velo di un malinconico struggimento, risplende nei versi della Mongardi con tutta la sua concreta, sensoriale, cromatica bellezza, tanto che non sarebbe azzardato definire l'autrice una poetessa di paesaggi; e, tuttavia, il mare, le amatissime cime delle Alpi Liguri, i fiori, i cieli, le ombre e le luci proprio nel momento in cui sono celebrati quali elementi naturali, assurgono ad una spirituale astrattezza, offrendosi come simboli di uno slancio visionario, di una fame d'assoluto. E il nulla effimero delle cose, più di una volta evocato dall'autrice, finisce con il coincidere con il Tutto, non appena si fa materia di una tessitura timbrico-musicale curata con quella competenza maturata attraverso la lunga e costante lettura dei classici e l'amore per la qualità sonora delle lingue, che qui si mescolano (il latino, il francese, il tedesco, l'inglese) con esiti sempre felici.
Tutto questo perché l'architrave che sostiene il suo mondo, se non il mondo tout court (sembra dirci la Mongardi) è pur sempre lei, la Poesia: “Scrivo perché l'Amore mi trasforma, / mi lievita come la Vita (...) Scrivo. Ma è un errore”: così, a pagina quarantacinque, la Mongardi parla del suo rapporto con la scrittura poetica.
E non deve meravigliare l'uso del termine “errore”, che non è stessa cosa dell'infecondo “sbaglio”, ma indica un modo di procedere molteplice, imprevedibile, irrazionale che in ogni caso collabora alla costruzione del sapere. Così è la Poesia: per quanto tecnicamente disciplinata, essa sgorga dal profondo, dall'ignoto che ciascuno è a se stesso, dal sacro centro del nostro labirinto, e ci conduce, come il filo d'Arianna, verso la meta invisibile: “Invisibile la traccia/ invisibile il termine/ del nostro cammino.”

Franca Alaimo

17 febbraio 2019
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IACOVELLANino Iacovellla - “Latitudini delle braccia”
(deComporre edizioni, 2013)

Lettura di Clery Celeste


La poesia di Nino Iacovella nel suo “Latitudini delle braccia” (deComporre edizioni, 2013) è una poesia che viene dal sangue. Dal sangue come memoria genetica, come memoria emotiva e collettiva. Siamo quello che altri sono stati prima di noi: ce lo vogliamo dimenticare, vogliamo crederci unici e capaci di andare avanti, vedere solo presente e futuro prossimo. Il trauma è insieme ferita e movimento, il trauma dei nostri avi si muove dentro di noi, viene pulsato e distribuito lungo tutto il nostro corpo. Non può essere dimenticato. Nino Iacovella fa esattamente questo procedimento: trova la cellula del dolore e la fa uscire, le dà un nome, una forma, una collocazione. La rende sua e attraverso la scrittura la rende anche nostra, ci ricorda che siamo ciò che c’è stato prima e che il passato ci appartiene.

Latitudini delle braccia è un ottimo esempio di quella che si definisce poesia sociale; il nodo centrale del libro viene teso tra due estremi che comunicano, Iacovella ci racconta le tragedie taciute della seconda guerra mondiale e il disagio attuale di una società priva di comunicazione, dove le cose prendono il sopravvento su tutto. Si arriva a confondersi con esse, a non capire più i confini tra un movimento automatico delle scale mobili e il movimento della cassa toracica per respirare.

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Claustrofonia 
Doris Emilia Bragagnini

“CLAUSTROFONIA - sfarfallii - armati - sottoluce”
(Ladolfi Editore 2018)


Lettura di Annamaria Ferramosca



Da tutte le pagine ho sentito emergere un dolore lontano e pure ricorrente, un profondissimo male del vivere che investe sguardo e ascolto, e si restituisce all’esterno versando amarezza e ironia sul senso del tutto.

In apertura vi è infatti un muro, e di contro la triade lessicale sfarfallii - armati- sottoluce. Dunque si evocano subito moti di risposta (della psiche e della poesia) ad ogni contrafforte eretto della disumanità. Sono moti leggeri, ma pronti a vorticare perfino con armi, e angoli d’ombra, come riflessi dello sperdimento, ma anche del sogno.

Ma subito si apre un universo di immagini concitate dalla realtà e da un’interiorità squassata, e insieme dalla natura e dall’arte (Merisi, Tchaikovski), a dire che si sta scivolando in altre atmosfere, su infiniti altri codici da decrittare. Sono voci di pleniluni, o di piccoli animali come tartarughe e farfalle, che tracciano un cammino mai ovvio, mai prevedibile. E seguendo questo affabulare dal lessico insolito, fascinoso, spiazzante e visionario, si comprende una fiera volontà sottesa di combattere ogni ordine, ogni banalità e le tante derive insipienti e nauseabonde dell’oggi.
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414GfCvAayL. SX330 BO1204203200 Dana Szeflan Bell, Danusia – La storia di una bambina sopravvissuta - (traduzione di Francesco Todaro), Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2017, pp. 124, euro 12,00.


Cosa succede quando il ricordo è talmente duro e orribile da non poter essere nemmeno verbalizzato? Quando non è possibile dargli un senso, una collocazione nel divenire del nostro passato?

Resta sempre freudianamente accreditata la tesi che i ricordi di avvenimenti traumatici possano essere rimossi dalla coscienza per un istinto di autoconservazione. Sorvolando sulle numerose teorie psichiatriche a riguardo, mi limito a riferirmi ad un concetto messo in evidenza, per le conoscenze acquisite in epoca successiva, anche nel libro della nostra autrice: quello di Disturbo Post Traumatico da Stress: un fattore traumatico estremo che implica un’esperienza personale molto forte: una paura intensa, il sentirsi inerme o il provare orrore per qualcosa. I sintomi caratteristici che risultano dall’esposizione ad un trauma estremo includono il continuo rivivere l’evento traumatico. Per chi ha vissuto queste esperienze traumatiche, dunque, ricordarle è come riviverle. Gli eventi traumatici del passato sono richiamati con tale vividezza e intensità emotiva che sembra quasi che il trauma si stia riverificando. Nei campi di concentramento, tra le tante cose distrutte e sterminate, c’era anche la memoria stessa: moltissime persone lamentavano vuoti di memoria, in molti casi un’inconscia rimozione. Anche in seguito, quando l’esperienza è ormai conclusa e superata, rimettere insieme i pezzi di ciò che è successo e raccontarlo con coerenza narrativa pare addirittura impossibile, ma l’incapacità o la supposta incapacità di raccontare, non significa avere dimenticato. Esattamente quello che capita all’ormai adulta Danusia, che tra le mani stringe le poche foto di famiglia, cucite dalla mamma nei risvolti di un cappotto e miracolosamente superstiti, quando viene invitata a raccontarsi in un’intervista. Mi sono soffermata su questa premessa per mettere in risalto l’atto di coraggio dell’autrice, disposta a mettere di nuovo a fuoco l’enormità di quel dolore passato. Perché lo fa? Solamente “nella speranza che possa aiutare le future generazioni a capire cosa è accaduto a delle persone degne di rispetto per mano di un regime di pazzi sotto il dominio del terrore”. Spero vivamente che, almeno, questa operazione sia stata per lei di aiuto terapeutico, permettendole di recuperare anche tanti momenti positivi di quella bella famiglia che non esiste più, se non nei ricordi di lei sopravvissuta. A lei a e chiunque compie un gesto simile deve arrivare il nostro consapevole grazie, unito alla volontà di raccogliere la sua testimonianza come un dono prezioso. Inutile dire che, al pari degli intervistatori, anch’io mi sono commossa nella rivisitazione di questo inferno in terra, che appare ancora più terribile dopo la descrizione del periodo felice e spensierato vissuto dai suoi cari, prima dell’avvento di Hitler. Gli eventi storici non possono essere compresi da una bambina così piccola, ma i suoi occhi, la sua pelle, tutto il suo essere provato fino allo stremo delle forze, ne registrano progressivamente gli effetti con incredibile lucidità, restituendoci interamente lo scenario di impensabile follia che ha imperversato in quegli anni. Tuttavia è necessario ricordare, porre davanti agli occhi di chi spesso non ha mai conosciuto disagi e per questo fatica a crederci, di quali abissi di male può essere capace l’uomo. Ricordiamoci il bel libro di Hannah Arendt, la “filosofa del male”, autrice de La banalità del male (1963): un resoconto sul processo all’ufficiale nazista Adolf Eichmann che aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei nei vari campi di concentramento e di sterminio. Quando, nel 1960, fu catturato in Argentina, dove si era rifugiato, e fu finalmente condannato, in sua difesa ebbe a dire che, in fondo, si era occupato “soltanto di trasporti”. Tuttavia ciò che la Arendt scorgeva in quest’uomo dall’aspetto così comune, non era tanto la stupidità o la mostruosità, ma l’incapacità di pensare. Per lui, che con cieca obbedienza aveva sempre agito all’interno di ristretti limiti permessi dalle leggi e dagli ordini, non si poneva il problema del giusto e dello sbagliato. E di uomini come lui ce ne erano tanti, uomini comuni, “normali”, capaci di dare il via, senza rendersene conto, ad azioni di atrocità inaudita. Sulla “banalità” del male, sulla facilità con cui il male si appropria dell’uomo si potrebbe, purtroppo, discutere a lungo. Questo è un libro che sfida la “banalità” del male. Il racconto dell’autrice, nel rivelare la sua storia, si fa scudo del pensiero e il pensiero cerca di raggiungere la profondità. Danusia si chiede drammaticamente il perché di questo male (leggere pag. 97), scava cercandone le radici, ma, frustrata, non trova risposte. Non le trova perché - dice la Arendt - il male non ha radici, solo il bene ha profondità e può essere integrale. Auguriamocelo.
Annalisa Macchia

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