Recensioni
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copertina Tempo di riserva Silvia Rosa 2Silvia Rosa, Tempo di riserva (Ladolfi 2018)

“[...] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia. [...] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta. [...]. Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.[...]"

dalla prefazione di Gabriella Montanari

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RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo
‒ sole minuscolo ingoiato
da un cielo di lucciole e assenze ‒
come candido marmo, una perla
screziata di buio per ogni silenzio
che custodisci con mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate
dei soffioni turchini che si agitano
in questa distanza al rallentatore,
di paura in paura, e tu sei una statua
bellissima, terribile, senza occhi
né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido
una ciocca di capelli velluto
una goccia di sangue carminio
anche un dentino per la fata che sono
quando ti rubo il respiro ‒ contro il mio cuore
o nella teca dell’ombelico, voglio che
l’odore di muschio che ti sboccia umido
in un’ombra del collo mi si arrampichi
addosso, lungo la schiena

Quando tornerai ad abbracciarmi
avrò cresciuto un piccolo bosco
d’inverno, bianchissimo,
dentro le vertebre e in bocca.
 

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.
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copertina canzone del padre
Canzone del padre - Luca Brescani (Lietocolle 2018)

“Canzone del padre”
è un lavoro sul linguaggio del perdono, sulla storicizzazione di un lessico famigliare, è uno sguardo sul rapporto abissale che contraddistingue ogni binomio padre/figlio. Non è diversa da una grande storia d’amore quella che ogni figlio intraprende con il padre e di conseguenza, nel padre/mancante, possiamo leggere la conferma di un tradimento singolare.
Il lavoro che Bresciani ci propone è quello di far convergere, verso un punto di incontro, l’elaborazione del lutto con il lavoro del perdono: “Finalmente vedo / che nessuno si salva da solo / e se oggi decido di guarire / so che anche tu starai bene”.
L’elaborazione del lutto consiste nel far sì che la perdita venga accolta, cioè che il soggetto possa trasformare l’oggetto che non c’è più (una persona amata, una rappresentazione di sé, una condizione lavorativa, eccetera) in un ricordo accettabile. Nel lavoro di Bresciani l’assenza del padre non coincide con la morte ma con l’allontanamento di una persona cara.
Non esiste un gesto che possa generare il desiderio del perdono; colui che chiede e a cui viene concesso, è immobile. È dunque un’assenza doppia quella con cui il poeta deve regolare i conti: rappresentarsi un padre che si è sganciato sia dalla catena simbolica (il padre senza legge) sia dal reale (il padre che abbandona); e infine sopravvivere ed essere in grado di riqualificare la sua funzione, di perdonare. Come indicavo inizialmente, questo poemetto, composto da brevi poesie nella forma accennata del sonetto, è un percorso che interpella la memoria fin dal suo esordio. Abitare la memoria vuol dire inabissarsi nei recessi del dolore, tra le pieghe di una ferita sanguinante e tuttavia questo sangue sembra essere il sacrificio che esige l’etica paradossale del perdono e il lavoro estenuante del lutto: “Ti devo mostrare / la pace nelle parole: / i verbi a formare una conca / come mani attorno a una fiamma”. Enunciati i punti cardinali della storia, il poemetto si inabissa nel cuore della narrazione, la strada del linguaggio cola a picco in una serie di poesie di rara eccellenza. Permane comunque un’incrinatura di luce nel luogo cupo dove Bresciani ci ha portato; il poeta riconosce nel padre una disperazione che lo trascende, quella che Jankélévitch definiva la solitudine del colpevole.
La convergenza e l’unione tra il lavoro del perdono e l’elaborazione del lutto avviene nel linguaggio: “Una nuova salita / senza armi sulla schiena: / useremo il cielo / per romperci il fiato”. Un luogo salvo è l’ultimo capitolo del libro. In questo senso Bresciani, soprattutto nel finale, ci ricorda che il perdono proviene da un luogo, la memoria, dove ha chiamato la storia della propria famiglia e dove l’assenza del padre sembra essere il presupposto ad ogni possibile riavvicinamento: “Quando manchi / manchi a tutti i figli / come un agosto decaduto / spinto giù dai calendari”. Il poeta chiama l’assenza del padre nel luogo salvo del ricordo dove far interagire i frammenti famigliari. Solo qui e solo riproducendone il suo lessico può avvenire il miracolo del perdono, dove la perdita viene accolta e si rimette - ancora - una colpa.


Fabio Prestifilippo

Ci appartiene
lo stesso modo di camminare:
troppo veloce per restare
e troppo piano per fuggire.
La stessa fame
viene a divorarci le suole
e se ne va lasciandoci dritti
come alberi appena morti.
*
Psichiatria è un reparto
che non conosce il silenzio.
È un bosco di cemento
dove si caccia tutto l’anno.
Tu avevi il collo dei cervi
dopo l’esplosione dei fucili
e nelle geometrie delle mattonelle
cercavi una croce per la tua carne.
*
Un alcolizzato lo riconosci
da come sfugge ai pasti
quando l’istinto di mangiare
viene rapito da quello di bere.
Il suo corpo arreso
è un vecchio adesivo
incollato ai bar della piazza
su cui non si legge più nulla.
*
Imitavo con la bocca
il rumore della salvezza
continuando a girare una chiave
che aveva finito le sue capriole.
Era un gesto di sopravvivenza
come bere da una pozzanghera
che condividevo nella mia stanza
con una madre che diventava figlia.
La nostra buona notte
era uno scuotere di maniglie
mentre una gola slegata dalla mente
diceva che ci avrebbe ucciso di notte.
Poi l’alba giungeva
e la porta si liberava
e nel lavandino del bagno
un arrivederci scritto col piscio.


Testi tratti da Canzone del Padre (LietoColle 2018)

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24 luglio 1993Eleonora Rimolo, Simona Bianco e Lucia Dell’Aia sono tre donne tra i sette relatori al seminario-convegno “Prato pagano. Il futuro nell’antico” che si svolgerà domani, lunedì 8 ottobre, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, per la chiusura (il 22 ottobre) della mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”. Eleonora Rimolo terrà una relazione su “Pietro Tripodo, un poeta filologo”, che ha pubblicato sulla seconda serie della rivista poesie e traduzioni, poi confluite nel suo primo libro “Altre visioni”. Di Tripodo si deve ancora capire il reale portato della sua opera, e di questo si parlerà in un prossimo convegno ideato e curato da Ines Morisani. Simona Bianco parlerà di “Un’opera a intarsio: i versi di Beppe Salvia in Prato pagano”, e in particolare delle due sillogi pubblicate quand’era ancora in vita sul primo “Prato pagano”, Lettere musive e cieli celesti. E Lucia Dell’Aia, a partire da Kore, ha elaborato una poetica scritto un intervento, “Dolci chicchi rubini”: la poesia mediterranea di Prato pagano”, che è, come lei stessa ha scritto, “una ricostruzione culturale di poetica a partire dalla suggestione mitologica del chicco di Kore nel contesto della cultura mediterranea”.

Pietro Tripodo

Da “Prato pagano” autunno 1986 inverno 1987 nn. 4-5

Da Amplitudine del sole

Pioggia estiva o nube, improvvido viene
Amore. Schianta le spume dei flutti
il tempo. I lampi abbagliano i cuccioli
ignari, se la furia è intempestiva.
Così è tale che muore, il desiderio.
Ora una vergine sorride, ora
che vecchio tremo del suo splendore.
Le galassie scaglia nel suo eterno,
schianta le spume dei suoi flutti il tempo.

Beppe Salvia

Da “Prato pagano”, n. 2 – 1980

Non luci non serene passioni di
nuda castità dimorano gli umani,
ma vagabonde mete ed improvvise
rauche voci come fosser nodi

d'un filo che circonda, perimetro,
la rete che pescano; refe, mite
artificio che sospirando filano
arcolai opachi come vetro,

e pur d'umane ammende è colma sfera
ogni speranza, lume nuovo vedo
nel filo nel vetro, dietro la vera
vita la sorte ch'e un sospetto, sete
appagata d'altra sete, serica
brezza che muove cespi dell'erica

minuta, tela c'ha perle rosee
luci serene occhi degli umani.


A sinistra una rara foto di Pietro Tripodo, scattata il 24 luglio 1993 a Civitella D’Agliano, ai lati Claudio Damiani e Gabriella Sica, al centro l’artista Bizhan Bassiri, i cui disegni compaiono su “Prato pagano”.

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ImmagineJacopo Mecca e Paolo Rigo, giovani e ben ferrati studiosi di poesia contemporanea, parleranno di Valerio Magrelli al Seminario “Prato pagano. Il futuro nell’antico” (8 ottobre 2018), curato da Gabriella Sica alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. “Valerio Magrelli straniero e sodale in Prato pagano. Un terreno fertile” è il titolo della relazione di Jacopo Mecca. “Tra forma e chiarità: Petrarca in Prato pagano?”, quella di Paolo Rigo che muove da un commento di Sabrina Stroppa a “Ora serrata retinae”.

Nella foto Valerio Magrelli, in un clamoroso articolo firmato da Franco Fortini, Versi candidi e versi volpini, in esposizione alla Mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”, apparso su “L’Espresso”, il 9 marzo 1986, a ridosso dell’uscita dei primi due numeri della seconda serie di Prato pagano.
da "Prato pagano. Almanacco di prosa e poesia", n. 3, aprile 1981


di Valerio Magrelli

Io mi addormento come
Si spegnono le luci d’un paese,
e uno dopo l’altro
svaniscono gli oggetti dal pensiero.
Il sonno è il risultato
Di questa sottrazione:
quando il calcolo è giusto
nulla deve avanzare
e tutto torna.
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43229052 181182306150354 2747463005561159680 nMARIO FRESA, Svenimenti a distanza, Il Melangolo, Genova 2018.

Ci piace parlare oggi dell’ultimo libro di un notevole poeta di Salerno, Mario Fresa, che per i tipi del Melangolo ha licenziato un libro degno di essere letto e riletto, un testo complesso ma avvolgente dal titolo Svenimenti a distanza. Sul titolo, e anche sul libro in generale, si legge (ed ho letto) in rete un po’ di tutto. È quindi gradita l’occasione per fare chiarezza, cercando di capire il senso profondo, diciamo anche il significato, di questa operazione poetica. Fresa è un poeta estremamente capace. È uno dei pochi della sua generazione (quella dei nati negli anni ’70) che opera sullo stile e padroneggia il verso lungo, breve, il prosimetro, l’andamento strofico, la pronuncia lirica e l’invenzione onirica, parodiante, ironica, persino quella sacra con le sue salmodie più o meno laiche. La sua intonazione è sempre calibrata, sigillata, lavorata, pensata a lungo dato che prima della musa poetica Fesa è un critico e un filologo sopraffino, un cantante lirico e un ragguardevole conoscitore di musica, che quando scrive non lascia nulla al caso, nulla al non detto, anche quando vuol sembrare che faccia il contrario, è sempre lui a tenere i fili del discorso. Questo vale in particolare per questo libro, nel quale l’ordito di vite anonime, senza origine, senza una particolare cornice didascalica, si intreccia con l’occhio vigile dell’io poetico in un corto circuito fatto di vertiginosi enjambement, catene di lemmi lunghissime che vanno come a morire in un tramonto estatico e ancestrale nel quale lo spirito eracliteo di Fresa trova il suo compimento più appuntito e immanente. La polpa di questo libro, infatti, è un ordito densissimo di personaggi senza identità, che disegnano nella lingua poetica più fitta che si possa immaginare la trama del mondo, il suo caos convulso di relazioni e interrelazioni. Un disegno del mondo tellurico e spezzato dal quale esondano lacerti di bruciante e drammatica verità, su questo ordigno di esistenze perdute e discontinue. È solo il lavoro del poeta, sembra dirci Fresa, a riordinare il caos. Ed è proprio quello che Fresa fa, facendo arrivare al lettore il senso generale di un mondo pulviscolare, polverizzato, che quando vuole sa cantare o raccontare la sua iattura di esserci, che si trasforma nella felicità dello scriverne e nella suprema fiction di dominarlo dall’alto. Fresa ne tiene i fili con impeccabile maestria, e di questo romanzo in versi, così peculiare da non temere gli inevitabili confronti con i maestri milanesi di questo genere tanto praticato, in poesia, ancora oggi, resta una sorta di cometa bruciante e infuocata, ricchissima di movenze che si consegnano al lettore come l’opera di una vita che si annulla e si celebra in molteplici vite, togliendoci il totem di identità definite e lasciando sulla pagina solo ciò che è più consustanziale alla vera poesia, cioè la rappresentazione ontologica dell’inconoscibile: l’alterità di chi vive al nostro fianco e il mistero del Tempo. In questo senso lo stesso titolo sembra alludere alla possibilità, del tutto casuale, di trascendere se stessi, di sottrarsi a questo sabba forsennato per lasciarsi attraversare dall’atto creativo. Non mancano – e sono le vere perle di questo libro – poesie in cui l’estro di Fresa si coagula in posture più classiche o maggiormente liriche. Avviene quando il poeta si riprende il suo statuto e dice io a uno dei tanti personaggi che restano nel mistero del non pronunciabile tracciato esistenziale. Si potrebbe anche dire che, memore della lezione di Pessoa o di Pound, ognuna di queste vite è la vita stessa del poeta e della poesia, che in Fresa coincidono mirabilmente, senza pose compiaciute, con un rigore e un dinamismo che ne fanno uno degli autori benemeriti del panorama poetico italiano. Anche se le generazioni si rincorrono, cambiano e non vanno oltre una generica notificazione di presenza molto fugace per non dire effimera, credo che parlare di libri intensi e cercare di fare critica e non cabale ideologiche, possa ancora giovare al nostro mondo culturale, alle sue discrasie, ma anche alle sue soprese avvincenti come il lavoro di questo poeta che ad ogni uscita aggiunge un tassello a una storia che resta tutta da scrivere. La storia del Sud e della sua letteratura. Quella vera, passata e presente.

Stelvio Di Spigno
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img511I “Quaderni di Prato Pagano” saranno l’argomento della relazione di Damiano Sinfonico.

I “Quaderni di Prato pagano”, quattro volumetti pubblicati tra il 1985 e il 1988 per le edizioni Abete-Il Melograno, come allegati della rivista “Prato pagano”, sono l’espressione di punta di un’effervescente e in quel periodo sorprendente vitalità creativa di alcuni giovani autori ai loro esordi a Roma. Quattro libretti dalla grafica semplice ed elegante per quattro autori esordienti: Beppe Salvia, Gabriella Sica, Claudio Damiani e Giacomo F. Rech

Nella foto in basso (l’unica esistente) Beppe Salvia, Claudio Damiani, Giacomo F. Rech in una riunione per Prato pagano in vicolo del Bologna, a casa di Gabriella Sica che ha scattato la foto.

Quaderni di Prato pagano

da Estate di Elisa Sansovino, a cura di Beppe Salvia, “Quaderno di Prato pagano”, Estate-Autunno 1985, n. 2

da Gabriella Sica, La famosa vita, “Quaderno di Prato pagano”, Inverno 1985, n. 3

da Claudio Damiani, La famosa vita, con due disegni di Beate von Essen, “Quaderno di Prato pagano”, Dicembre 1987, n. 1, Nuova serie

da Giacomo F. Rech, Firmamento, “Quaderno di Prato pagano”, 1988

*
Beppe Salvia

non sempre i pesci d’ombra argentei lari
son conosciuti per i bei colori
arguti e malinconici i futuri

han disprezzo di niente e per orgoglio
d’essere i vivi nel sole
vogliono e nascosti flettere luci
diffondere illuminarsi d’oro,

quando in curve di scoglio
e quando grigi guizzi e un punto d’oro,

non sempre i pesci d’ombra argentei lari.

Gabriella Sica

Il fulmine

Alle nuvole assomigliano le donne
come le acque delle maree lente vanno
e tornano sui tempi fissi della luna.

Minacciosi come fulmini gli uomini
rimbombano nel mondo irati e stolti
simili al tuono prima della guerra.

Vorresti forse adesso fulminarmi?

Claudio Damiani

Tu hai tenuto con te il piccolo gatto
nero, dei dolci giochi hai intrattenuto
con lui, l’hai alzato, l’hai stretto sul grembo
anche. Gli hai dato dei baci sugli occhi
e sulle mani, l’hai stretto vicino
tanto a te, ora dimmi: perché
lo lasci? Lutolo mugula solo
nel piccolo orto solingo...
(E già il giardino le foglie ricoprono,
già lento scende dai gelidi monti
l’Autunno triste col querulo flauto).

Giacomo F. Rech

Diana non sogna come noi, lei vive
Proiettata nel freddo del futuro.
Normalmente non parla
Di quelle cose di cui parlo io:
Diana si muove in proiezione astrale
e la sfera celeste come un bosco
divelto raccoglie i pensieri dell’idolo mio.

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42994769 2005472476179794 3762583220370014208 nTre domande a Gabriella Sica, poeta e curatrice del seminario “Prato pagano. Il futuro nell’antico”
di Eleonora Rimolo

Com’è nata l’idea del seminario di studi dedicato a “Prato pagano?”

Cosa avreste preferito che facessi? Fare un balletto, accennare passi di danza al suono di qualche musica dei tempi andati? O raccontarvi del mio ultimo sogno kafkiano in cui mi viene imputato, in quanto poeta, il reato di umanità? E invece no. Ho soltanto provato a pensare e a inventare un seminario di studi. Sì, di studi ora che non sono più di moda, almeno nel mondo della poesia. Un modo per tornare a sillabare un alfabeto che sembra spazzato via dalla velocità dei nostri tempi. Un vero seminario di studio, a partire non da idee preconcette ma da un temario iniziale e inventando poi percorsi possibili e individuando giovani che potessero essere interessati. Un tentativo di trasmettere un’eredità ai giovani, di ravvivare una memoria nella speranza che sappiano farne tesoro, loro e chi ascolterà. Questo è “il futuro nell’antico” del titolo, nella duplice prospettiva delle scelte di “Prato pagano” all’epoca e di un monito per oggi, se si vuole evitare la superficialità e l’asfissia. Un seminario come finissage della mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”, che ho curato con Eleonora Cardinale alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e ha trovato posto nel nuovo Museo Spazi900 (si potrà vedere fino al 22 ottobre). Mi piace leggere i saggi sulla poesia dei giovani, ce ne sono di bellissimi, mi piace qui citare quelli di Francesco Giusti, che purtroppo non è potuto venire. Si deve studiare, non si può affidare tutto all’emotività, all’istante, al presente che, per noi, è il web, una meraviglia il cui uso richiede sapienza. Il presente svanisce in un istante, neanche ci stiamo dentro che già è passato. E la poesia è un congedo, un perenne congedo. Bello il titolo che Roberto Deidier ha scelto: L’arte di voltarsi indietro. Questa è dopotutto l’arte della poesia e i poeti somigliano ad Orfeo che prova disperatamente a far rivivere l’amore, un viso, i luoghi che non ci sono più. E bello quello di Lucia Dell’Aia, “Dolci chicchi rubini”: la poesia mediterranea di “Prato pagano”. Mi aspetto qualcosa da Paolo Rigo che pone una questione centrale e per niente scontata: Petrarca in “Prato pagano”? E poi ci sono le letture dei “Quaderni di Prato pagano: Salvia, Sica, Damiani e Rech” (Damiano Sinfonico), di Beppe Salvia (Simona Bianco) e di Pietro Tripodo (Eleonora Rimolo).

Purtroppo ci sarebbero voluti due giorni invece di un pomeriggio, per parlare di altri poeti che hanno esordito o pubblicato le prime cose su “Prato pagano”, come Silvia Bre e Antonella Anedda, oppure Marco Lodoli e Gino Scartaghiande, o ancora Paolo Prestigiacomo, o di altri temi. In particolare mi dispiace non aver trovato spazio per un intervento intitolato Versi, disegni e fotografie. E poi ci saranno errori e lacune, ma non si può fare tutto. Me ne scuso in anticipo, e già devo fami perdonare per i miei “ritorni”.

C’è qualcosa, in particolare, che possono – e che dovrebbero fare i poeti oggi?

Cosa fare? Cosa possono fare i poeti? Per quanto mi riguarda, se posso farmi questa domanda, io fondamentalmente posso leggere, studiare e scrivere. E seminare semi, tracciare solchi, curare il mio terreno, come i pastori di Virgilio. Questo è quello che so fare, ed ho sempre fatto. Questo è quello che posso fare. E poi salvo, sempre questo salvare con nome, salvare e salvare. Sì, sono un archivista del tempo. Salvo il passato, e per entrare nel futuro non posso non conoscere l’antico. L’antico è Omero o Virgilio, ma anche Beppe Salvia e Pietro Tripodo, per esempio, poeti con cui mi sono trovata in quello spazio verde di un prato e di cui ci rimane la loro splendida poesia. Siamo sommersi dal presente, pochi gli sguardi sull’antico e sul futuro. Alziamo gli occhi. E ci soccorre sempre l’amato Saba: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”.

Qual è l’intento del convegno che si terrà lunedì presso la Biblioteca Nazionale di Roma?

Tento di salvare quello che andrà perduto, chissà che non resti qualche traccia, un’orma dei nostri piedi (poetici) con cui calpestiamo la terra. “Prato pagano” non è stata solo una rivista, ma un tempo magico vissuto negli anni Ottanta. Era finita la fase della gavetta e degli studi universitari, mi sentivo sola e come per incanto, davvero per magia, si materializzò quasi una generazione nuova di poeti, compagni di un bel pezzo di strada. Qualcuno sarà con noi lunedì, qualcuno se n’è già andato via. Rimane come un sogno. Rimane una bella esperienza di giovinezza, di comunità, di un noi che ovunque, e anche tra i poeti, si è disperso, naufragato nell’ego dei singoli che sta diventando accecante.

VENTICINQUESIMO PREMIO LETTERARIO
CITTÀ DI BORGOMANERO
 

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