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Canzone del padre, Luca Bresciani - Nota di lettura di Fabio Prestifilippo (Lietocolle 2018)

copertina canzone del padre
Canzone del padre - Luca Brescani (Lietocolle 2018)

“Canzone del padre”
è un lavoro sul linguaggio del perdono, sulla storicizzazione di un lessico famigliare, è uno sguardo sul rapporto abissale che contraddistingue ogni binomio padre/figlio. Non è diversa da una grande storia d’amore quella che ogni figlio intraprende con il padre e di conseguenza, nel padre/mancante, possiamo leggere la conferma di un tradimento singolare.
Il lavoro che Bresciani ci propone è quello di far convergere, verso un punto di incontro, l’elaborazione del lutto con il lavoro del perdono: “Finalmente vedo / che nessuno si salva da solo / e se oggi decido di guarire / so che anche tu starai bene”.
L’elaborazione del lutto consiste nel far sì che la perdita venga accolta, cioè che il soggetto possa trasformare l’oggetto che non c’è più (una persona amata, una rappresentazione di sé, una condizione lavorativa, eccetera) in un ricordo accettabile. Nel lavoro di Bresciani l’assenza del padre non coincide con la morte ma con l’allontanamento di una persona cara.
Non esiste un gesto che possa generare il desiderio del perdono; colui che chiede e a cui viene concesso, è immobile. È dunque un’assenza doppia quella con cui il poeta deve regolare i conti: rappresentarsi un padre che si è sganciato sia dalla catena simbolica (il padre senza legge) sia dal reale (il padre che abbandona); e infine sopravvivere ed essere in grado di riqualificare la sua funzione, di perdonare. Come indicavo inizialmente, questo poemetto, composto da brevi poesie nella forma accennata del sonetto, è un percorso che interpella la memoria fin dal suo esordio. Abitare la memoria vuol dire inabissarsi nei recessi del dolore, tra le pieghe di una ferita sanguinante e tuttavia questo sangue sembra essere il sacrificio che esige l’etica paradossale del perdono e il lavoro estenuante del lutto: “Ti devo mostrare / la pace nelle parole: / i verbi a formare una conca / come mani attorno a una fiamma”. Enunciati i punti cardinali della storia, il poemetto si inabissa nel cuore della narrazione, la strada del linguaggio cola a picco in una serie di poesie di rara eccellenza. Permane comunque un’incrinatura di luce nel luogo cupo dove Bresciani ci ha portato; il poeta riconosce nel padre una disperazione che lo trascende, quella che Jankélévitch definiva la solitudine del colpevole.
La convergenza e l’unione tra il lavoro del perdono e l’elaborazione del lutto avviene nel linguaggio: “Una nuova salita / senza armi sulla schiena: / useremo il cielo / per romperci il fiato”. Un luogo salvo è l’ultimo capitolo del libro. In questo senso Bresciani, soprattutto nel finale, ci ricorda che il perdono proviene da un luogo, la memoria, dove ha chiamato la storia della propria famiglia e dove l’assenza del padre sembra essere il presupposto ad ogni possibile riavvicinamento: “Quando manchi / manchi a tutti i figli / come un agosto decaduto / spinto giù dai calendari”. Il poeta chiama l’assenza del padre nel luogo salvo del ricordo dove far interagire i frammenti famigliari. Solo qui e solo riproducendone il suo lessico può avvenire il miracolo del perdono, dove la perdita viene accolta e si rimette - ancora - una colpa.


Fabio Prestifilippo

Ci appartiene
lo stesso modo di camminare:
troppo veloce per restare
e troppo piano per fuggire.
La stessa fame
viene a divorarci le suole
e se ne va lasciandoci dritti
come alberi appena morti.
*
Psichiatria è un reparto
che non conosce il silenzio.
È un bosco di cemento
dove si caccia tutto l’anno.
Tu avevi il collo dei cervi
dopo l’esplosione dei fucili
e nelle geometrie delle mattonelle
cercavi una croce per la tua carne.
*
Un alcolizzato lo riconosci
da come sfugge ai pasti
quando l’istinto di mangiare
viene rapito da quello di bere.
Il suo corpo arreso
è un vecchio adesivo
incollato ai bar della piazza
su cui non si legge più nulla.
*
Imitavo con la bocca
il rumore della salvezza
continuando a girare una chiave
che aveva finito le sue capriole.
Era un gesto di sopravvivenza
come bere da una pozzanghera
che condividevo nella mia stanza
con una madre che diventava figlia.
La nostra buona notte
era uno scuotere di maniglie
mentre una gola slegata dalla mente
diceva che ci avrebbe ucciso di notte.
Poi l’alba giungeva
e la porta si liberava
e nel lavandino del bagno
un arrivederci scritto col piscio.


Testi tratti da Canzone del Padre (LietoColle 2018)

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