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Mario Fresa, Svenimenti a distanza (Il Melangolo - Genova 2018) - Lettura di Stelvio Di Spigno

43229052 181182306150354 2747463005561159680 nMARIO FRESA, Svenimenti a distanza, Il Melangolo, Genova 2018.

Ci piace parlare oggi dell’ultimo libro di un notevole poeta di Salerno, Mario Fresa, che per i tipi del Melangolo ha licenziato un libro degno di essere letto e riletto, un testo complesso ma avvolgente dal titolo Svenimenti a distanza. Sul titolo, e anche sul libro in generale, si legge (ed ho letto) in rete un po’ di tutto. È quindi gradita l’occasione per fare chiarezza, cercando di capire il senso profondo, diciamo anche il significato, di questa operazione poetica. Fresa è un poeta estremamente capace. È uno dei pochi della sua generazione (quella dei nati negli anni ’70) che opera sullo stile e padroneggia il verso lungo, breve, il prosimetro, l’andamento strofico, la pronuncia lirica e l’invenzione onirica, parodiante, ironica, persino quella sacra con le sue salmodie più o meno laiche. La sua intonazione è sempre calibrata, sigillata, lavorata, pensata a lungo dato che prima della musa poetica Fesa è un critico e un filologo sopraffino, un cantante lirico e un ragguardevole conoscitore di musica, che quando scrive non lascia nulla al caso, nulla al non detto, anche quando vuol sembrare che faccia il contrario, è sempre lui a tenere i fili del discorso. Questo vale in particolare per questo libro, nel quale l’ordito di vite anonime, senza origine, senza una particolare cornice didascalica, si intreccia con l’occhio vigile dell’io poetico in un corto circuito fatto di vertiginosi enjambement, catene di lemmi lunghissime che vanno come a morire in un tramonto estatico e ancestrale nel quale lo spirito eracliteo di Fresa trova il suo compimento più appuntito e immanente. La polpa di questo libro, infatti, è un ordito densissimo di personaggi senza identità, che disegnano nella lingua poetica più fitta che si possa immaginare la trama del mondo, il suo caos convulso di relazioni e interrelazioni. Un disegno del mondo tellurico e spezzato dal quale esondano lacerti di bruciante e drammatica verità, su questo ordigno di esistenze perdute e discontinue. È solo il lavoro del poeta, sembra dirci Fresa, a riordinare il caos. Ed è proprio quello che Fresa fa, facendo arrivare al lettore il senso generale di un mondo pulviscolare, polverizzato, che quando vuole sa cantare o raccontare la sua iattura di esserci, che si trasforma nella felicità dello scriverne e nella suprema fiction di dominarlo dall’alto. Fresa ne tiene i fili con impeccabile maestria, e di questo romanzo in versi, così peculiare da non temere gli inevitabili confronti con i maestri milanesi di questo genere tanto praticato, in poesia, ancora oggi, resta una sorta di cometa bruciante e infuocata, ricchissima di movenze che si consegnano al lettore come l’opera di una vita che si annulla e si celebra in molteplici vite, togliendoci il totem di identità definite e lasciando sulla pagina solo ciò che è più consustanziale alla vera poesia, cioè la rappresentazione ontologica dell’inconoscibile: l’alterità di chi vive al nostro fianco e il mistero del Tempo. In questo senso lo stesso titolo sembra alludere alla possibilità, del tutto casuale, di trascendere se stessi, di sottrarsi a questo sabba forsennato per lasciarsi attraversare dall’atto creativo. Non mancano – e sono le vere perle di questo libro – poesie in cui l’estro di Fresa si coagula in posture più classiche o maggiormente liriche. Avviene quando il poeta si riprende il suo statuto e dice io a uno dei tanti personaggi che restano nel mistero del non pronunciabile tracciato esistenziale. Si potrebbe anche dire che, memore della lezione di Pessoa o di Pound, ognuna di queste vite è la vita stessa del poeta e della poesia, che in Fresa coincidono mirabilmente, senza pose compiaciute, con un rigore e un dinamismo che ne fanno uno degli autori benemeriti del panorama poetico italiano. Anche se le generazioni si rincorrono, cambiano e non vanno oltre una generica notificazione di presenza molto fugace per non dire effimera, credo che parlare di libri intensi e cercare di fare critica e non cabale ideologiche, possa ancora giovare al nostro mondo culturale, alle sue discrasie, ma anche alle sue soprese avvincenti come il lavoro di questo poeta che ad ogni uscita aggiunge un tassello a una storia che resta tutta da scrivere. La storia del Sud e della sua letteratura. Quella vera, passata e presente.

Stelvio Di Spigno
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VENTICINQUESIMO PREMIO LETTERARIO
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ATELIER 94Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (PN) nel 1959, vive a Porcia. Ha pubblicato i libri di poesia: Altro che storie! (Campanotto, 1988), L’erba in tasca (Scheiwiller, 1992), Vose de Vose/ Voce di voci (Campanotto, 1995 e 2009), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio). Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume, tra cui i saggi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati, 1992), Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005). Ha curato i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001) e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (Mondadori, 1999). Del 2009 è il non-fiction Padroni a casa nostra (Mondadori). I suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente (Transeuropa, 2000), Tuo figlio (Mondadori, 2004), Vita della mia vita (Mondadori, 2006), Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013), Satyricon 2.0 (Mondadori, 2014), Bestia da latte (SEM, 2018). È direttore artistico del festival Pordenonelegge.

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