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Cesare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (il melangolo 2018) - Lettura di Giuliano Ladolfi

Ces71yIXM8JOFLare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che...(il melangolo, 2018)

LA POESIA E' VERAMENTE FINITA?

di Giuliano Ladolfi


Mi capita molto, molto raramente di “divorare” un libro interessante, perché preferisco la “lentezza” della lettura che mi spinge a meditare e a rimeditare su quanto sto apprendendo. Invece non sono riuscito a trattenermi di fronte alla pubblicazione di Cesare Viviani La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (Genova, il melangolo, 2018). In primo luogo mi ha catturato l’argomento che prende in considerazione la situazione attuale della scrittura in versi, in secondo luogo, forse il primo per importanza, per la stima nei confronti dei testi pubblicati dall’autore, in terzo luogo per una serie di motivi più personali: per mettere in crisi le mie convinzioni, per ampliare gli orizzonti mentali sull’argomento e per dialogare con chi da più di quarant’anni sta praticando quest’arte.
Il risultato della lettura è stato entusiasmante: sono stato subissato da una valanga di concetti, di problemi, di suggerimenti, di esperienze, di consigli, di spunti di riflessione. Non ci troviamo, infatti, di fronte a un trattato di estetica o di poetica, ma a uno zibaldone di appunti di contenuto assai diverso, che spaziano dalla natura della poesia alla situazione odierna della poesia, alle mode attuali, al mutamento di situazione rispetto alla seconda parte del Novecento, alla condizione del poeta, al rapporto della poesia con la contemporanea società “emporiocentrica”, con il lettore, con la vita, all’indiscriminata proliferazione delle pubblicazioni su internet, al dilettantismo, alla mancanza di autentica critica letteraria ecc...
A parere di Viviani, di fronte all’impossibilità di una definizione della parola poetica non resta che prendere consapevolezza della condizione di limite: «La parola della poesia non ha la finalità di comunicare contenuti e valori, o di coinvolgere emotivamente i lettori. La parola della poesia ha un valore in sé, in quanto autonomia irriducibile: ha il valore straordinario di essere percezione del limite», «Il fondamento della poesia è il vuoto, l’assenza, il nulla». Sono consapevole che citare la singola riflessione si corre il rischio di perdere di vista il senso generale, perché i temi sono posti e ripresi più volte.
Parte considerevole viene attribuita al silenzio (e qui si coglie l’esperienza del terapeuta che conferisce maggiore importanza al silenzio rispetto alla parola), alla lettura dei poeti, alla dignità dello scrittore, alla critica, alla commistione tra poesia e interessi personali. Il testo è sostanziato da una forte tempra morale che conferisce autorevolezza e a dignità.
Personalmente non concordo con alcuni posizioni e trovo eccessivamente astratti i concetti fondanti come quelli di poesia come “consapevolezza del limite” e non perché non sia corretto, ma perché generico, in quanto applicabile a ogni situazione umana, dalla vita, all’apprendimento, dall’educazione all’attività ecc., generando in questo modo una specie di sovrapposizione identitaria con la condizione esistenziale umana.
Fondamentale, invece, è l’appello all’umiltà, allo studio, alla preparazione: «bisogna leggere tanta poesia, finché entri nel sangue»; «bisogna leggere tanta poesia perché entri nel cuore». Ecco l’appello più pressante che Viviani rivolge ai giovani, i quali troppo spesso si ritengono paghi di quanto “visionato” su internet o su qualche antologia. Per tale motivo la seconda parte, A meno che..., può essere considerata anche come invito-manifesto per la formazione di una nuova generazione di autentici poeti, che dalla lettura trarrebbero certamente sostanziale giovamento in tutti i sensi.
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