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Vincenzo Guarracino - "Tutto o niente. Analisi critica dell'opera di Curzia Ferrari (lettura di Marco Beck)

guarracino tutto o nienteVincenzo Guarracino, TUTTO O NIENTE, Analisi critica dell’opera di Curzia Ferrari
presentazione di Marco Beck 

(presentazione avvenuta a Palazzo Sormani, Sala del Grechetto, il 14 novembre 2017

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1.

Sulla locandina d’invito che avete ricevuto, in formato cartaceo o digitale, il palinsesto della presentazione prevede un mio commento critico. Se ben si riflette su questa formula, commento critico, se ne deduce che il mio contributo dovrebbe risolversi in un esercizio di “critica al quadrato”. Perché? È presto detto. Tutto o niente, il saggio di Guarracino, è già di per sé, come esplicitamente enuncia il sottotitolo, una «analisi critica dell’opera di Curzia Ferrari». L’applicazione di un commento critico a un’analisi critica eleva automaticamente tale commento alla seconda potenza. È matematico.

Mi sembra di percepire, a questo punto, il diffondersi in sala di un brivido sottopelle: «Adesso» paventerà più di un ascoltatore «dovremo sorbirci una tediosa dissertazione in critichese, una sfilza di sciarade indigeste per un pubblico di non addetti ai lavori». Mi affretto perciò a dissipare ogni timore. Rassicuratevi, non parlerò in gergo specialistico. Non emetterò oracoli. Non ricorrerò a funamboliche figure retoriche, ad arzigogolate sottigliezze, a pirotecnici calembours. Nulla di tutto ciò. Se in simili acrobazie verbali consiste la critica letteraria, allora io non sono affatto un critico. Il mio stile nell’approcciare i libri, nel leggerli e nello scriverne, è piuttosto quello dell’editor, colui che si cala nell’opera (inedita o pubblicata) con gli arnesi – più artigianali che intellettuali – del caporedattore. Massima oggettività nella valutazione, riduzione del margine di gusto soggettivo ai minimi termini, azzeramento di qualunque velleità esibizionistica. Tanto più che qui, nella Sala del Grechetto, tra di noi siamo, per la maggior parte, amici. Amici tutti noi al di qua del tavolo, amici numerosi seduti sulle poltroncine. In sostanza, più che in una pubblica sala da conferenze o convegni, ci ritroviamo in un salotto privato, in una succursale del salotto di casa Ferrari. E tra amici, in salotto, si conversa usando un sermo cotidianus, un linguaggio amabilmente colloquiale.
 

2.

Permettetemi, prima di entrare in medias res, di fare brevemente il punto sulla situazione odierna della critica letteraria. Ho l’impressione che, dopo una crisi simile a quella economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la critica stia lentamente riguadagnando quota alla Borsa della cultura, anche se l’editoria continua a ostracizzare la saggistica letteraria, madre della critica, che – com’è arcinoto – non ha mercato, non produce profitti perché può contare solo su una ristretta platea di studiosi, di studenti di facoltà umanistiche, tutt’al più di lettori colti. È plausibile sostenere che oggi si possa e si debba procedere a una rifondazione della critica? Ebbene, io rispondo in maniera cautamente affermativa. Certo, sono da tempo scomparsi, senza lasciare eredi, i “mostri sacri” del secondo Novecento, da Bo a Garboli, da Baldacci a Raboni, da Pampaloni a Marabini. Di quella generazione, restano in servizio permanente effettivo solo un anziano Citati, ancorato ai classici e indifferente alla produzione contemporanea, e un Magris di poco più giovane, prevalentemente orientato verso la saggistica d’impegno etico-civile e verso la narrativa.

Scrivono pur sempre, sui maggiori quotidiani, critici-giornalisti di vasta cultura e di tastiera (una volta si sarebbe detto: di penna) raffinata. Uno di costoro, anzi, riscuote la mia stima incondizionata per la sua capacità di fondere tradizione e innovazione in virtù di un prodigioso eclettismo: Alessandro Zaccuri dell’«Avvenire». Ma in generale la loro audience diminuisce di pari passo con la flessione inarrestabile delle vendite in edicola. E ha ragione Alfonso Berardinelli, un valido rappresentante di questa categoria, quando osserva che in più di un caso, specie nella decifrazione della poesia, la recensione del critico di turno sovrasta qualitativamente il testo analizzato e finisce col premiare l’autore recensito molto al di là dei suoi meriti effettivi. Ecco, proprio qui sta il nocciolo della questione: a corrodere, a indebolire il potenziale (anche in termini di autorevolezza, di influenza promozionale) della critica letteraria odierna è l’odierno scadimento della scrittura creativa. L’editoria d’intrattenimento, tecnicamente pregevole ma umanamente sterile, ha pressoché assassinato l’editoria di cultura. In assenza di capolavori, come può il critico esercitare una facoltà di giudizio ad alto livello?
 

3.

Ciò non toglie che una riflessione su questo problema, un dibattito sulle sue cause e un fervore d’iniziative al fine d’invertire la freccia della crisi stiano generando una reazione suscettibile di promuovere qualche soluzione in vista di una risalita della china. A prescindere da singoli interventi, in almeno due occasioni si sono coalizzate nel corso del 2017 le energie di intellettuali non rassegnati alla decadenza della critica. Nello scorso febbraio, a Firenze, i responsabili di «Atelier», «rivista di poesia, critica e letteratura», capeggiati dal direttore-editore Giuliano Ladolfi, hanno celebrato i 20 anni di vita del periodico di Borgomanero organizzando un convegno sul tema La critica letteraria oggi e la fucina ventennale di «Atelier», con contributi spazianti sull’intero spettro tematico: critica militante, accademica, internazionale, multimediale e – angolatura di grande attualità – centrata sulla poesia nel cyberspazio del Web. Da parte mia, ho cercato in quella sede di prospettare un possibile diagramma di sviluppo nella conciliazione fra il modello tradizionale, classico, elevato dei miei maestri (Bo, Garboli, Pontiggia, Raboni, padre Castelli) e le nuove linee di tendenza che cominciano ad emergere. Con particolari note di merito per la stessa rivista «Atelier» (che ha pubblicato gli Atti del convegno fiorentino nel fascicolo di marzo, a tempo di record) e l’inserto culturale dell’«Avvenire», Agorà.

Più di recente, un’altra rivista di fresca fondazione, «Il Maradagàl», diretto da Sara Calderoni, nel numero inaugurale di settembre ha riservato ampio spazio a un “forum” sullo status quaestionis della critica. Spicca, in un coro di prestigio, la voce autorevole di Daniela Marcheschi, autrice di cinque riflessioni che denunciano impietosamente le carenze di un settore minoritario, ma al tempo stesso spronano alla riscossa: «Vale la pena lottare, anche rischiando di essere giudicati dei donchisciotte, per la libertà e l’efficacia della critica. Per la sua e la nostra dignità».
 

4.

Per la libertà, l’efficacia e la dignità della critica Curzia Ferrari lotta da decenni. E senza essere affatto giudicata donchisciottesca, ma venendo unanimemente considerata come una depositaria del patrimonio novecentesco capace tuttavia di adeguarsi alle nuove correnti di pensiero pur nella fedeltà a uno stile personalissimo, inconfondibile, a modo suo “artistico”. Confesso di averne tratto ripetuti benefici io stesso. L’ultimo della serie è rintracciabile nel numero di aprile 2017 del mensile «Studi cattolici», diretto da Cesare Cavalleri: si tratta di una magistrale recensione alla mia raccolta poetica del 2016, Grideranno le pietre (ed. Ladolfi). Recensione nella quale, oltre a coniare il neologismo «beckiano» («universo beckiano»), Curzia perlustra con straordinario acume e cordiale sintonia le sorgenti, i fondamenti della mia ispirazione: anzitutto i due versanti del quotidiano e dell’eterno, dell’amore coniugale arricchito dagli altri amori familiari e della meditazione religiosa declinata con cadenze narrative nei poemetti cristologici; e poi la centralità, insieme sensuale e sentimentale, dell’elemento femminile, quella mia “filoginia” che dalla figura archetipica della Vergine Maria si estende ad abbracciare donne e bambine magari sconosciute, oltre i confini della famiglia.

Potrà sorprendere che il mio approccio critico al libro del critico (oltre che italianista, grecista, latinista e – last but not least – poeta) Vincenzo Guarracino scelga come punto di partenza l’attività critica di Curzia Ferrari, meno familiare al pubblico dei lettori rispetto alla sua copiosa produzione nei campi della biografia saggistico-spirituale, della narrativa lunga e breve, della poesia prepotentemente proliferata negli anni Duemila, della slavistica praticata come valente studiosa e traduttrice, del giornalismo culturale e sportivo. Se prendo le mosse di qui – il che equivale a concentrarsi sulla parte finale del volume “guarraciniano” (oso, a mia volta, coniare un aggettivo irreperibile nei vocabolari) – è proprio perché ritengo che questo côté “curziano” o “ferrariano” (ut supra...) sia tutt’altro che “minore” nel panorama dell’opera omnia di una scrittrice così polivalente, e dunque debba essere in qualche modo non tanto ri-valutato quanto ri-valorizzato.
 

5.

La parte conclusiva del libro, insomma, va inquadrata come una spia dell’ubertoso rapporto di Curzia Ferrari con il mondo della critica. Un rapporto di reciprocità, da intendersi in senso attivo e al contempo passivo. Mi spiego. Se si apre Tutto o niente alle pagine 89-90, ci s’imbatte in una lista («spigolature») di qualcosa come 65 autori di studi, saggi, interviste, articoli tutti dedicati a Curzia e pubblicati su una cinquantina di testate, anch’esse puntigliosamente elencate. Impressionante. Ma ancora più impressionante, molto più impressionante risulterebbe, rovesciando la prospettiva, un censimento degli articoli via via apparsi a firma Curzia Ferrari, delle sue prefazioni e recensioni, dei suoi testi di accompagnamento a cataloghi di mostre e a cartelle d’arte di eminenti pittori vissuti nel secolo scorso, delle trascrizioni di sue conferenze.
Guarracino assegna a questo “lato in penombra” di Curzia un rilievo tutt’altro che secondario. Ma la preminenza che nell’economia della sua analisi non può non essere attribuita ai libri della scrittrice, all’incalzare delle sillogi poetiche, allo sgranarsi di biografie “romanzate” e alle vette narrative del romanzo A fuochi spenti nel buio e dei racconti riuniti in Incidente di nudità, quella preminenza – in contrasto con la dispersione e forse, purtroppo, la scomparsa di una moltitudine di scritti occasionali – mantiene la disseminata pubblicistica critica di Curzia in un sottosuolo coincidente con il suo archivio cartaceo o con l’hard disk del suo computer. Da cui è auspicabile che un giorno riemerga per essere raccolta, “salvata”, in un volume, se non integrale, almeno selettivo. E per essere studiata, chissà, da qualche giovane universitario intento a preparare la sua tesi di laurea o di dottorato.
 

6.

Una sola pubblicazione organica, a rigore non fondata sulla critica pura ma piuttosto, com’è maggiormente congeniale alla scrittrice, sulla ricognizione biografico-letteraria, contiene numerosi, esemplari squarci di ermeneutica. Mi riferisco a «Dio del silenzio, apri la solitudine». La fede tormentata di Salvatore Quasimodo (Áncora, 2008). Imperniato sulla recherche di una relazione non meno intellettuale che sentimentale con il poeta Premio Nobel 1959, una relazione che Guarracino ricostruisce con sguardo partecipe ma anche “discreto”, rispettoso della privacy, questo volume offre, nella sua indagine molto più che testuale sull’opera quasimodiana, uno specimen della qualità talora davvero eccelsa esibita dalla scrittura critica di Curzia. In una mia raccolta di saggi, Le mani e le sere. Incroci tra fede e letteratura (Ladolfi, 2015), mi sono così espresso sulla cifra stilistica che contrassegna quel profilo di Quasimodo sub specie animae: «Colpisce, fin dal primo capitolo, la suggestiva alternanza di svariati registri espressivi: critico-saggistico nelle pagine più strettamente attinenti alla dimensione letteraria del personaggio, con penetranti scandagli nella tessitura, anch’essa intrinsecamente poetica, del vivere e convivere quotidiano; giornalistico nella rivelazione di molti sorprendenti aspetti; narrativo nella gestione della ricca aneddotica di supporto; lirico in corrispondenza di forti accensioni concettuali o emozionali».

Ed è proprio così che funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – la vera grande critica: con un variegato, iridescente impasto di linguaggi, di punti di osservazione, di modalità espressive. Senonché tutto ciò costa studio, ricerca, fatica fisica e mentale, a volte perfino sofferenza. Richiede una poliedricità che è appannaggio di pochissimi esponenti delle nuove generazioni. Esige una tempra di scrittore a tutto campo che è dote oggi sempre più rara.
 

7.

Che tale poliedricità e tale tempra siano indiscutibili prerogative di Curzia, lo testimonia l’intero tracciato del libro di Guarracino. E con estrema chiarezza lo conferma la «conversazione» che, come un’appendice estranea a schemi e convenzioni radicate, imprime al volume un sigillo quanto mai incisivo: il sigillo, il colophon di una vita consacrata alla letteratura e all’arte (tra parentesi: Curzia possiede anche un talento di pittrice e acquafortista noto solo a una cerchia di “intimi”). Ci si aspetterebbe, prima di leggerla, una tradizionale intervista. Assistiamo, invece, a un vero e proprio colloquio impostato da un critico che mira non solo ad approfondire alcuni aspetti “intriganti” dell’opera ma anche ad illuminare alcune semisconosciute sfaccettature esistenziali dell’interlocutrice. E infatti i due piani si mescolano, si fondono, scolpiscono il volto di una persona a tutto tondo: donna, in quanto figlia, moglie, madre, compagna, viaggiatrice, animatrice di circoli politici e salotti culturali; scrittrice, in quanto impegnata quotidianamente a riversare in pagine destinate alla stampa le sue esperienze, i suoi interessi e amori, le sue passioni e fantasie, le sue ansie e inquietudini di ricercatrice inesausta dell’evangelico “granello di senape”. E si schiudono in tal modo scorci di auto-critica (col trattino!) letteraria, non senza striature di autocritica (senza trattino!) psicologica, come in quella battuta finale “in re minore”, dove, stilando un bilancio del proprio vissuto, Curzia si rammarica per «tutti i momenti che avrebbe voluto pervasi da un altro spirito e presentati con differente veste». Per poi concludere con un amaro, ma quanto sincero?, «Forse ho sbagliato tutto. Forse»: un sospiro che si direbbe proveniente da un paragrafo delle Confessioni di sant’Agostino, nella travagliata sequenza che precede la definitiva conversione.

In questa partitura a due voci, in questo “andante con brio”, possiamo leggere un’ulteriore messa a fuoco, da parte della voce protagonista, quella di Curzia, di temi e concetti che la voce qui deuteragonista, quella di Vincenzo, ha precedentemente sviluppato nei due capitoli, La vita come un libro e L’opera, in cui – per così dire – canta da solista. Fino a un certo punto solista, però. Dato che la trama di citazioni per la maggior parte poetiche intrecciata con l’ordito biografico-saggistico fa sì che la voce della scrittrice oggetto di studio risuoni anch’essa in un gioco di contrappunti. Bastano comunque un paio di cenni per esemplificare questa “autoanalisi” critica stimolata con metodo maieutico dalle interrogazioni e provocazioni di Guarracino: 1) la demitizzazione della cosiddetta “ispirazione”, che secondo Curzia può al massimo «farti scrivere un bel verso – come si fa un bell’oggetto artigianale», mentre per realizzare un bel libro servono «idee, pensieri ben collegati», in quanto è solo il pensiero che «coinvolge tutto il tuo mondo»; 2) il perseguimento accanito della «metratura», equivalente alla greca metriotes e alla latina mediocritas (meglio ancora: l’aurea mediocritas di stampo oraziano): una misura esatta, un perfetto equilibrio che si contrappone alla banalità del luogo comune, ma comporta «fatica e febbre».
 

8.

In funzione di epilogo e riepilogo, vorrei proporre un focus su due pilastri che, uno sul lato della prosa e l’altro sul lato della poesia, reggono lo snello edificio costruito da Vincenzo Guarracino per ospitare la sua visione – agile, fluida e tutt’altro che monumentale o museale – dell’opera di Curzia Ferrari. Dopo aver concesso spazio adeguato all’ambito della narrativa romanzesca e “novellistica”, l’autore di Tutto o niente accende i riflettori sull’«antropologia religiosa» di Curzia Ferrari. Mostra cioè come, a partire dal trittico laico Majakovskij – Gorkij – Isadora Duncan, la forma tradizionale della biografia filologica, storiografica, documentale si evolva verso un’osmosi tra il rigore dell’impianto storiografico-saggistico e l’avvincente applicazione di stilemi caratteristici della migliore fiction d’intrattenimento. E spiega come questa formula chimico-letteraria raggiunga gli esiti più alti nella ricostruzione delle vite, dei carismi, della psicologia, della spiritualità, persino dei risvolti in ombra di santi quali – oltre a Ignazio di Loyola – Rita da Cascia, Innocenzo da Berzo, Angela Merici, Margherita da Cortona.

Scrive Guarracino, alle pagine 64-65, che «questa zona della produzione di Curzia Ferrari le ha garantito uno spazio ben preciso nella letteratura italiana contemporanea come autentica “inventrice” del genere, capace di operare un’equilibrata fusione tra dati storici desunti dai documenti e una sua personale rielaborazione del personaggio, grazie alla funzione poetica dell’immaginazione».
 

9.

Ed ecco il secondo pilastro. Quell’aggettivo, poetica, merita una doppia sottolineatura. In primo luogo perché, effettivamente, nelle pagine biografiche e più in generale critico-saggistiche di Curzia Ferrari non mancano mai increspature, screziature, sprazzi di transizione dal piano orizzontale della prosa al linguaggio, all’immaginario, alla verticalità della poesia. Ma c’è di più. La peculiare sensibilità di Vincenzo Guarracino, che tra le sue corde critiche ama soprattutto far vibrare quella della traduzione e interpretazione di poeti antichi, moderni e contemporanei, come attestano le numerose antologie da lui allestite, lo induce a prediligere, all’interno della multiforme operosità della scrittrice, la vocazione di poetessa: una vocazione giovanile che è rifiorita di recente ed è venuta crescendo con travolgente vitalità nel decennio 2006-2016, dando corpo alla tetralogia FondotintaLucertolaPietraSemaforo rosso. Legittimamente, Guarracino tende a concentrarsi su questo “pellegrinaggio al Parnaso” in quanto rivelatore delle falde più riposte, dei sentimenti più profondi, dei moti più segreti dell’animo di Curzia.
 

10.

Sia chiaro: Guarracino non istituisce una dicotomia tra la Curzia prosatrice e la Curzia poetessa. Tra le due facce fondamentali del medesimo impegno letterario rintraccia, anzi, alcune significative risonanze e consonanze. Tout se tient nel mondo intellettuale e spirituale di Curzia Ferrari. Ne posso dare io stesso testimonianza alla luce della mia dimestichezza, anche recensoria, con un buon numero di sue pubblicazioni. Alla luce, inoltre, della collaborazione redazionale per la revisione finale delle bozze di Tutto o niente. Se non è dissacrante (e a mio avviso non lo è) parafrasare il celebre motto dei gesuiti in riferimento a colei che nel Cavaliere nero ha ripercorso con strumenti narrativi la vita di sant’Ignazio di Loyola, ebbene: Guarracino in primis e io in secundis abbiamo lavorato, in due fasi successive, ad maiorem Curtiae gloriam. Pienamente convinti che lei, Curzia Ferrari, meritasse tutta la nostra appassionata e affettuosa dedizione.

 

Marco Beck vive a Milano, dove è nato nel 1949. Laureato in Lettere Classiche con una tesi di letteratura latina, lavora da una quarantina d’anni nel campo dell’editoria libraria. Per quasi un ventennio (1976-1995) ha svolto il ruolo di redattore e poi coordinatore editoriale delle collane di classici della Mondadori («Meridiani», «Scrittori greci e latini» della Fondazione Lorenzo Valla, «Lo Specchio» ecc.; esperienza fondamentale, in quest’ambito, la sua stretta collaborazione con Giovanni Raboni per la traduzione e il commento dell’intera Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, dal 1979 al 1993). È stato in seguito, fino all’inizio del 2005, dirigente responsabile del Settore Letterario delle Edizioni San Paolo, gestendo le linee di narrativa (in particolare i romanzi delle «Vele»), saggistica letteraria e poesia. Dal 2006 al 2012 ha diretto, presso le Edizioni O.G.E., le collane di narrativa «Oleandri» e «Ner-Oleandri». Attualmente freelance, collabora con varie case editrici e, per la critica letteraria, con «L’Osservatore Romano». Poeta, narratore, e critico, ha al suo attivo numerosissime pubblicazioni. 
 

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