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Nevio Spadoni, poesie (1987-2017) - Società editrice Il Ponte Vecchio. Lettura di Alex Ragazzini

SPADONICOPERTINA
NEVIO SPADONI, POESIE (1987-2017) 
Nota di Alex Ragazzini


Nella poesia di Nevio Spadoni, voce tra le più autorevoli in lingua romagnola sulla scia di Guerra, Baldini e Baldassari, appare evidente la presenza continuativa di qualcosa che ricorda la inesauribilità della vita. Inconsciamente e consciamente un’attrazione verso il tema dell’assillo e della sua pacificazione, nella prospettiva umana, e quindi un concetto di vita inesausta, mai finita, tra inverni ed estati. Tez dl’invéran «Coma di tez d’invéran/ ch’i creca int e’ camen/ incù i pinsir/ i va d’ṣgalèmbar./ E dì che da burdël avéva j oc/ sól par la lona.» («Come tizzoni d’inverno/ che scricchiolano nel camino/ oggi i pensieri/ vanno zigzagando./ E dire che da ragazzo avevo occhi/ solo per la luna. »), ed anche Sudór d’Agost «Òna a la vôlta al s’è murtêdi al vóṣ,/ e me a so ’cvè com un uṣël d’arciâm/ cun e’ mi cvêrt ad ros ch’l’à ciap e’ fôrt./ I ghët j à fnì d’sparcê,/ dri e’ rapazì i s’leca./ U m’suda adös st’agost,/ arivaràl un segn?» («Una alla volta si sono spente le voci/ e sono qui come un uccello da richiamo/ con il mio quarto di rosso diventato aspro./ I gatti hanno finito di sparecchiare, / dietro il razzetto per i piedi si leccano./ Mi suda addosso questo agosto,/ arriverà un segno?»), entrambe tratte dalla raccolta Nèsar (2014).

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E’ lo stesso Nevio Spadoni in una nota personale ad illustrarci che «La vita è un giorno nel quale siamo stati, un po’ cullati e un po’ sbattuti, nell’urlo della tempesta, sotto al cuocere del sole, nell’attesa di un buio radioso. Complice il cielo?», Nèsar (2014). E’ una tendenza asimmetrica, sbilanciata sempre verso uno spazio sconosciuto, trattenuta solo in parte dalle parole naturali della lingua romagnola, e dalle situazioni di lucida concretezza, quasi geometriche, descritte nei versi. E’ come se Spadoni ci trattenesse appena per farci scorgere il più possibile oltre e dentro lo spazio della vita, salvandoci miracolosamente un istante prima di cadervi dentro.
Ed è parte della durezza degli attacchi, della dolcezza delle immagini. Pare che il continuo laboratorio della lingua abbia consentito a Spadoni di intessere una sua specifica partitura di accenti (elementi ritmici e tonali), in grado di far alternare la lettura tra la durezza consonantica e l’apertura vocale; che dalle prime raccolte, in particolare da Al voi (1986), fino alle sezioni fin ora inedite di Agli òmbar e I mur (2017), ci tenga sul filo della meraviglia attesa. La lingua di Spadoni dunque ha avuto buon gioco e s’è fatta coesa alla materia dei temi. I versi portano a termine i compiti loro assegnati.
Al tempo stesso ci sorprende a ogni testo una sorta di messa in mora del sistema normativo che prima pareva consolidato, ed è la parodia, l’auto ironia, il mettersi in gioco, l’auto ricostruzione: E nó... «Senza ch’a s’n’adaṣema, un dè a la vôlta/ un vent giazê l’à spatasê vi i sogn./ L’invéran e’ tô ẓo:/ ös-cia se e’ tô ẓo,/ e nó tot ranicé, ’s’ut ch’a faṣema?/ Coma di pur bagen/ inṣmì int i ricurd/ a s’supien int al mân/ senza fê bao.» («Senza neppure accorgerci/ un vento gelido ha spintonato via i sogni./ L’inverno infiacchisce:/ accidenti, se infiacchisce,/ e noi tutti rannicchiati, cosa vuoi che facciamo?/ Come poveri stupidi/ inscemiti nei ricordi/ ci soffiamo le mani/ senza parole.»); E’ scor e’ spëc «Chi sit?/ Cs’a vut?/ Acöstat!/ Oh Dio: la sbiṣla, al rugh, i ni, la pël/ tot un rinfegn,/ dat un cuntegn!/ Ṣbatù, e pu/ i calaméri/ tci séri/ du spnez d’cavel./ Rincula,/ a n’t’pös avdé!/ Nö, fermat,/ a voi savé:/ di so,/ e che burdël?/ Eh, che burdël,/ l’éra una vôlta!/ Al cmenza accè al fôl.» («Chi sei?/ Che vuoi?/ Avvicinati!/ Oh Dio: il mento allungato, le rughe, i nei, la pelle/ tutta grinze,/ due pennacchi di capelli./ Torna indietro,/ non posso vederti!/ No, fermati,/ voglio sapere:/ dimmi,/ e quel ragazzo?/ Eh, quel ragazzo,/ era una volta!/ Iniziano così le favole.»).
Si nota, in questo andamento quasi dialogico, tra le tesi di Spadoni, quella che induce a ripensare alla singolarità di ogni uomo e nel contempo alla condivisione complessiva, alla esortazione alla collettività, come nella commovente E’ fabiôl dla sperânza (Lo zufolo della speranza), che chiude il volume e nel contempo ne apre l’opera. «Se sól a tnèsum dri/ a e’ sprai d’una carvaia/ che pu l’arluṣ, e’ vioiga/ e’ va a dê l’ânma a l’óium,/ a e’ mar tra al foi d’urtiga./ Se sól a tnèsum dri/a e’ vérs di grel marien/ dop un scarvaz vérs séra,/ a e’ frol d’un uṣël d’pas,/ pu cun un ṣgverd a e’ zévar/ ch’e’ còndla i su zarviot!/ Se a cuntesum i dè/ cme égh ad pen ch’i dòndla/ una staṣon int e’ vent/ e a i prem fred i chesca,/ oh, sé, la vita pu/ la truvareb un vers,/ savé che in tot e’ bat/ cl’urlôẓ ad chêrna viva/ un pont par incuntrês,/ ’na séd d’amór mai straca/ ’na voia d’acva cêra/ sperânza par un dmân/ fabiôl da un son alẓir.// Se sól a tnèsum dri...» («Se solo ponessimo mente/ ad uno spiraglio che da una crepa/ poi manda luce, e vaga/ per dare vita all’olmo,/ al ramarro tra le foglie di ortica./ Se solo ponessimo mente / al cri cri dei grilli mariani/ dopo uno scroscio della sera,/ al frullo di un uccello da passo,/ poi con uno sguardo al cervo/ che culla i suoi cerbiatti!/ Se solo contassimo i giorni/ come aghi di pino che oscillano/ una stagione nel vento/ e a i primi freddi cadono,/ oh, sì, la vita poi,/ troverebbe un senso,/ sapere che in tutti pulsa/ quell’orologio di carne viva/ ponte per incontrarsi,/ una sete di amore mai sazia/ una voglia d’acqua limpida/ per tutti una speranza/ zufolo dal suono soave.// Se solo ponessimo mente...».
È bene anche tenere in conto che Spadoni è un filosofo. Si ricordino alcuni passi di Plotino in merito all’Anima, al corpo ed alla vista. In merito all’Anima: «Tuttavia, può darsi che la sensazione (all’Anima) le tocchi di necessità, se è costretta a ricorrere a tale mezzo (il corpo) per riconoscere i dati esterni, a partire appunto dai sensi; non per nulla, far uso degli occhi equivale a vedere.», e alla luce di questo passo si rilegga la raccolta E’ côr int i oc (1994), in particolare i testi Cun la códa dl’öc e Luṣ ad malizia. «Ci sono però condizioni negative che interessano la vista, e quindi anche all’Anima può capitare di provare dolore e afflizione, o, in generale, tutti i sentimenti che coinvolgono il corpo, e perfino i desideri, allorché l’Anima ricerca la cura del suo strumento (il corpo)», ed alla luce di questo si rilegga anche Al voi (1986).
Ebbene, di sguardi, di sensi, di desideri, di corpo, di Anima, se Spadoni è un autore della sensualità (intesa del corpo e della mente) e dell’Anima, intesa come ricerca dell’Assoluto, ri-leggiamone un compendio nei secchi e intensissimi versi di I tu oc: «I tu oc ch’i zérca e ch’i ṣgavdes/ imburné/ i m’à inciudê/ e la tu vóṣ chêlda ch’parsuéd/ a l’eternitê» («I tuoi occhi che cercano ed evitano/ anneriti/ e la tua voce calda che persuade/ all’eternità»).

 

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