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Giorgio Sica - "Breviario per vagabondi" (lettura di Eleonora Rimolo)

screenshot.1 «Camminando si fa il sentiero…»

Nota di lettura a Breviario per vagabondi di Giorgio Sica (Giuliano Ladolfi, Collana Perle, dicembre 2017)
di Eleonora Rimolo

Il vagabondaggio è una condizione poetica essenziale che Giorgio Sica dichiara a gran voce di vivere fin dal titolo di questa sua silloge, Breviario per vagabondi, pubblicata da Giuliano Ladolfi per la collana Perle nel dicembre 2017: come un flâneur spinto dall’intima necessità di un’indagine senza posa sulla propria interiorità, nella prima sezione della sua raccolta si mostra inquieto, dolente. Il libro si apre con un testo di morte e allo stesso tempo di rinascita, in cui il Soggetto tenta con un gesto estremo e definitivo di liberarsi della prigione del proprio corpo per tendere e raggiungere l’Assoluto, attraverso uno Streben che mira ad un rapporto di reciproca appartenenza con l’Infinito, con lo Spirito del mondo:
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Sei sempre stato qui/e lo sarai ancora/quando queste mani si disfaranno in fili/come strisce di carta straccia/e questi occhi diverranno polvere/che vortica nel vento del tuo soffio. Il secondo, invece, è un testo d’amore (Ho amato pazzamente/rimorso riperduto e ritrovato/sempre e solo me stesso/franto in miriadi di schegge di specchi,/un grumo di bisogni nevrotici/trascinato in fuga da tutto e tutti […]), e su questa nevrosi costante tra tensione erotica e cupio dissolvi si costruisce la personalità dell’autore, cosciente di fuggire incessantemente da un’Idea all’altra, da un’illusione all’altra (era così bella la tua immagine/che l’avevo scambiata per te) ma incapace di fermarsi, forse per il gusto autolesionista di ferirsi con l’arma imbattibile e crudele del tempo. È una voce lontana a suggerirgli di proseguire, di riabbracciare continuamente il dolore in questo istante puro immenso e triste per raggiungere un punto di luce da cui poter guardare con estrema distanza ogni manifestazione della vita (ma la luce/la luce che tutto illumina e redime/all’improvviso s’è franta in mille schegge/vetri rotti di un caleidoscopio/frammenti di vite esposte al neon). Ma la luce raggiunta, e quindi anche questa breve sosta in forma di barlume, si trasforma ben presto in un incubo allucinatorio dove gli inganni diventano mostri inconsci da cui svegliarsi, per riprendere il cammino verso spazi migliori. I luoghi del poeta sono i luoghi della Natura, e con la Natura egli dialoga costantemente nel tentativo di fondersi armoniosamente con essa in maniera autentica, senza lasciarsi andare ad artificiosi rigonfiamenti sentimentali: se per Machado camminando si fa il sentiero, i passi di Giorgio Sica si muovono per ritornare all’utero primordiale della Grande Madre. L’incedere dei versi somiglia spesso, in questa sezione, a una danza in cui l’emotività costitutiva dell’Io trova riposo e conforto nel fluire dell’anima verso una dimensione quasi trascendente ed osmotica a cui si accede mentre soffia l’ “unico vento”: lei trema (come una foglia sul ramo)/io tremo (come un uomo su una panchina) –/nell’unico vento. Il mare, gli scogli, i gabbiani, la sabbia dorata e il tepore rassicurante del sole sono elementi prediletti in questi testi, che l’autore deve conoscere alla perfezione e a cui sente in parte di somigliare: essi sembrano, infatti, punto di partenza, percorso e arrivo di quel vagabondaggio collocato in un tempo indefinito ma in uno spazio che appare a tratti familiare, a tratti ferocemente straniero. L’incontro con la preghiera e con quella che nella prefazione Bàino definisce una “religiosità irreligiosa”, avviene già nella chiusa singhiozzante dell’ultimo testo che compone la prima amplia sezione, dedicata ai luoghi dell’andare: Tutto canto liturgia/benedizione coro grido lacrima/silenzio. Con un uragano di globale fracasso del verso Sica ci trascina via dai suoi versi più narrativi per introdurci nelle atmosfere rarefatte dei giardini zen: la micro-sezione Intermezzo (Quasi haiku) è formata da bozzetti brevi ma d’intensa carica lirico-descrittiva, che fotografano una natura distesa, placida, orientale. L’haiku Seduto nel prato/esplode di fili d’erba la mia ombra/nel sole che cade sancisce il definitivo ricongiungimento dell’uomo vagabondo con il suo luogo originario: la superficie di un giardino rarefatto contiene comodamente in sé lo spirito del poeta, di cui non rimane nemmeno più l’ombra all’atto della meditazione. La seconda parte, Giardino giapponese, come spiega lo stesso Sica, è un tentativo, pallido e sfocato, di rendere l’ineffabile incanto dei templi e dei giardini di Kyoto e Nara, le antiche capitali dell’Impero del Sol Levante. La sacralità della poesia orientale è in queste ultime poesie del libro un tentativo riuscito di individuare le ragioni profonde e le varie modalità di scrittura della pagina-mondo: il muschio sa/il segreto della neve./Nella sua carne affondano/le mie mani. E le mani del poeta, che modellano le parole come argilla per farne cose, non possono non plasmare allo stesso modo le verdi onde di vento e le preghiere incise sulle lacche rappresentando così quella scissione intrinseca indispensabile al viandante per poter mantenere viva la sua promessa di viaggio, che da sempre è garanzia di ricerca, atto di fede verso il mistero.

 

 

 

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