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Matteo Bianchi legge "Transito all'ombra" di Gianluca D'Andrea

dandrea ransito all ombra

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Gianluca D`Andrea, Transito all`ombra, Marcos y Marcos, 2016
nota di lettura di Matteo Bianchi

 

La speranza obliqua



La poesia di Gianluca D’Andrea è un esperimento. La sua ultima raccolta poetica Transito all’ombra è costruita su una struttura portante ben definita e dalla grande importanza simbolica. Il numero ricorrente è il 14: la prima parte Storia, i ricordi sommata al primo dittico dà proprio 14, così come Immagini, i ricordi e la parte Era nel racconto insieme a Zone recintate. Il numero ha a che fare con la vita privata del poeta: è proprio a 14 anni che comincia a scrivere poesie. La struttura e le sue fondamenta sembrano ben salde, ricordano una sinfonia mozartiana per la sua soavità e leggerezza. Ma ecco, con un colpo di vento, la dissonanza che fa diventare la musica atonale: l’ultima parte della raccolta Notturni, pensieri nati sul balcone di casa del poeta a Treviglio nelle notti insonni, è rappresentato dal numero 7. Il palazzo costruito da D’Andrea sembra improvvisamente crollare, il terreno sotto i piedi sdrucciolevole e le certezze venire meno. E’ proprio in questa dissonanza, in questo deserto del reale che nascono le poesie di Transito all’ombra.

L’opera è un ininterrotto susseguirsi di piano individuale e storia collettiva: i ricordi intimi e personali del poeta sono sempre perforati da schegge impazzite di storia. Le poesie, che possono essere definite piccoli quadri di vita quotidiana, sono deformate dalla memoria collettiva, così il ricordo tutto infantile di un gioco nel cortile del palazzone di Messina, dove è nato, viene sporcato dall’immagine di Francisco Franco e Ustica. La storia, per chi come D’Andrea è cresciuto tra anni Ottanta e Novanta, ossia quando «gli individui al loro fondo,/tutti impegnati, da bolle a sognare/il proprio mondo», è inaccessibile, arriva da lontano senza dare spiegazioni. La memoria collettiva con il suo patrimonio gli è preclusa: non riesce neppure a vedere la cappella degli Scrovegni dipinta splendidamente da Giotto, ma si deve accontentare di guardarla, in una visione postmoderna, su una guida ingiallita. La copertina realizzata dall’artista svizzero Luca Mengoni mette in risalto questo fattore: le gambe di un uomo, D’Andrea stesso, in una visione pasoliniana sono immobilizzate dal serpente della storia che con le sue spire lo blocca, forse per sempre. Il suo passaggio resta all’ombra, la sua intimità è vinta dalla furia della storia. D’Andrea scrive poesie così sensoriali, che anche l’odore diventa fondamentale: al ricordo di un temporale estivo, odore di vita, si sovrappone quello dell’epoca in cui vive, odore di morte. Tutta la raccolta presenta questa stratificazione di tempi, l’accavallarsi di piano individuale e dimensione collettiva. Il poeta ci parla guardando un mondo che sta crollando, non per niente le parole «macerie» e «rovine» sono molto presenti.

È da questa situazione disperata che il lettore deve tendere l’orecchio per ascoltare la voce di D’Andrea. In un’epoca di parole urlate con rabbia, il poeta ha l’obbligo morale di andare controcorrente e di parlare sommessamente, «Tutti siamo piccoli, Sofia,/abbiamo poco o niente da dire,/eppure questo fiato, così buffo,/è il dovere che ci unisce e dissolve». In questa totale solitudine, in questa profonda assenza della presenza, la voce di D’Andrea è un lungo tremolio, un sussurro a cui bisogna prestare attenzione: è la voce di un uomo che come l’angelo di Paul Klee è proiettato verso il futuro ma con un occhio in direzione del passato. In questa totale negatività che gli fa dire «eppure la terra è statica in milioni di anni senza/ noi, ci raggiunge e vomita», in questo stato di isolamento perenne che svuota il corpo, una labile traccia di speranza è presente ed è rappresentata dalla piccola Sofia, la figlia di D’Andrea. Come nella Strada di Cormac McCarthy, la salvezza arriva dai bambini che con il loro sguardo obliquo e pieno di meraviglia possono ricostruire ciò che i loro genitori hanno distrutto.

Matteo Bianchi

 

 

 

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