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Antonella Vairano "Il mondo s'è fatto male" (CSA editrice, 2019) - Lettura di Clery Celeste

FRONTE ALTA RISOLUZAntonella Vairano “Il mondo s’è fatto male
(CSA editrice, 2019)

Lettura di Clery Celeste


La scrittura di Antonella Vairano è un tamburo che batte costante. Non si ferma, non cede neanche per un attimo a mancare il ritmo. Il mondo s’è fatto male è un libro in cui potete leggere le poesie una di seguito all’altra, i versi spesso raggruppati per sezioni di due paiono dare una parvenza di leggerezza alla pagina, sembra arieggiata, lo spazio vuoto tenta di farvi respirare. In realtà a un certo punto sarete costretti a fermarvi, a fare marcia indietro, a ritornare sui testi. La Vairano è calibrata: vi trascina in un mondo che si è fatto male gradino per gradino, sentite la pesantezza della scala solo a un certo punto e vi chiedete come ci siete arrivati. Eppure non vi sembrava di esser scesi tanto.

Questa di Antonella Vairano è una poesia rivolta a un voi, c’è sempre un destinatario espresso nel testo, quasi per una necessità alla vocazione intesa come chiamata, come chiamata necessaria e ultima. La disperazione c’è ma è nel tono dei testi, come se attraverso la parola poetica ci fosse la necessità di una ultima chiamata al bene, di un ultimo grido possibile. “Guardate/ o non guardate/ che nasco figli/ di un cielo bianco./ Ora andate./ Voltatevi/ o non voltatevi/ a vedermi sparire/ con il coltello nell'osso temporale.

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A questo istinto estremo della comunicazione si unisce la deriva di un tono profetico. Chi scrive è colui che vede meglio degli altri, semplicemente forse vede prima, la visione è uno squarcio, una ferita aperta sulla luce o sul baratro del buio. Il momento del segno è rivelazione ultima degli eventi, del male inserito nel bene, è il significato del destino dell’uomo che si inserisce dentro al simbolo. Allora in questa poesia per gli uomini si trova anche una poesia per un Dio, per un orecchio distante e feroce, questo Dio ha gli occhi ma se li cava. Questo Dio non vede il male e non vede il bene. Esiste, viene chiamato con la ferocia di chi ha ancora fame del bene. “E che Dio abbiamo che/ scompiglia le lingue/ per non perdere il trono? (...)Il peggiore peccato/ rimasto/ è un sacerdote fermo/ con una preghiera in mano.” Procedendo nella lettura la Vairano vi porta per mano in un mondo dove l’elemento biblico è restituito al quotidiano e la parola assume lentamente il solo tono della profezia. E quel tamburo che sentivate all’inizio del libro si fa sempre più forte, sempre più vicino, sempre più disturbante, sempre più spaventoso. Siamo costretti a misurarci con un reale che esprime il divino nascosto, con una dimensione altra del mondo, che volutamente ci rifiutiamo per comodo.

 

Cosa si chiede al poeta se non di restituirci alla coscienza? Il poeta è anche il profeta, ha il compito di rendere nel suono il male e di avvisarci del salto, di salvarci. Questa tensione verticale al baratro e alla corda lanciata che ci salva è resa anche nei testi, tutti verticalissimi, tutti a scalini. Possiamo risalire, la parola è l’inizio di tutto, ci può salvare dalla fine. 

*
Al Poeta

Riportami a casa Poeta.

Scendi dallo scalino che gira in tondo.
Accompagnami.

Tu conosci la strada discreta
tocchi l'impenitenza e le parole.
Tienimi insieme la dolenza e il sorriso sgraziato.

Tu conosci la smorfia che incide la pietà
e affama le api e le lingue morte.

Sollevami Poeta.

Le gambe sono grasse
e i piedi sono storpi.

I lucernai
sono il segno
del passo deciso.

Non ho altro da conoscere.
Dammi il sonno per andare.



*

Specchi

Infuso di specchi rotti.

Il sangue è nero
mestruo di donna ammalata

come tizzoni di carbone,
polvere.

La mano è contusa
ma non basta a spezzarla.

Un convivio di profeti
è intorno al battistero:
deciderà chi dev'essere salvato.

Lavacro che sfinisce
il tormento
e impasta farina dura.

Nell'etica dei giorni
l'universo si rimetterà in proprio.


 


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