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Anna Paola Soncini, Quando l’attimo diventa tempo. Sonetti al nero - Nota di lettura di Riccardo Campi

Anna Paola Soncini, Quando l’attimo diventa tempo. Sonetti al nero, con una nota di A. Bertoni, Riva del Po (Ferrara), Book Editore, coll. “Fuoricasa”, 2019, pp. 72.

La sorpresa è la prima reazione che suscita la lettura di questa “compattissima corona di sonetti”, come la definisce Alberto Bertoni nelle pagine di commento poste in conclusione della plaquette. Tale sentimento nasce nel lettore dalla lampante constatazione che il testo ch’egli ha per le mani, benché vi ricorrano largamente i temi barocchi della vanitas e del “tempo edace” e malgrado i desueti schemi ritmici e rimici dell’endecasillabo e del sonetto adottati, non è affatto un pastiche, un’esercitazione dotta e post-moderna che giochi con tali forme come in una parodia citazionista di stilemi e linguaggi estenuati. Anna Paola Soncini, naturalmente (si vorrebbe dire: professionalmente), conosce a fondo la storia della secolare tradizione poetica alla quale attinge i propri modelli, e ovviamente è consapevole che si tratta di una tradizione esaurita, i cui capolavori sono ormai consegnati alla nostra memoria culturale quali preziosi e venerabili pezzi da museo. La sua padronanza, sovente virtuosistica, nel maneggiare e rielaborare forme obsolete non si esaurisce, però, nel gusto ludico di risolvere brillantemente le difficoltà che pone una scrittura à contraintes quale quella inderogabilmente disciplinata e sommamente ardua per densità e coesione imposta dal sonetto. Già la sensibilità e la cautela di cui l’autrice dà prova nel giustapporre registri lessicali diversi, che è come dire orizzonti culturali discordanti, rivela il carattere per nulla gratuito di questo esercizio poetico: fin dal secondo sonetto, entro una tessitura linguistica e sintattica in cui abbondano gli arcaismi, compare, posto vistosamente in rima, un “circo Togni”, così come più avanti compariranno un “rotore”, una “motolancia” e un “aliante”, affinché sia chiaro, fin da subito, al lettore che, se le forme espressive utilizzate appartengono a una tradizione apparentemente esausta, l’oggetto del discorso appartiene al mondo cui appartiene anche il soggetto che parla nel testo.

Nell’arco dei ventisei sonetti che nel loro insieme compongono questa collana poetica unitaria e coerente, tratteggiando una parabola nel tempo, ossia una “linea narrativa” (Bertoni), il “corpo” che viene descritto per lo più come “malato, pigro, impaurito” e “ormai gelato” si rivela essere il vero deuteragonista che impone la propria presenza fisica, dolorosamente concreta, in contrapposizione al soggetto lirico, il quale tuttavia evita con cura di abbandonarsi fino al punto di pronunciare l’odioso pronome della prima persona singolare: il soggetto è piuttosto una voce che incessantemente parla nel buio, nel “nero”, come tante voci che abbiamo udito monologare nei testi beckettiani. I sonetti, infatti, potrebbero essere letti come il prolungato dialogo di questo soggetto dall’identità sfuggente e dai contorni sfumati, ma dotato di un passato evocato allusivamente in immagini balenanti che sostanziano il suo parlare, con il proprio corpo e le sue mute sensazioni, la sua sofferenza e la sua memoria incisa nella carne, il suo decadere − tanto è vero che il quindicesimo sonetto consiste interamente in una lunga apostrofe rivolta dal soggetto al proprio corpo. È da notare, tuttavia, che né questo né il dolore che lo strazia vengono mai sublimati o ridotti a immagini allegoriche, astratte: al contrario, essi nel testo compaiono sempre come realtà attuali, vive e lancinanti, presenze tanto consistenti quanto quella del soggetto che dà loro voce. È qui che si fa chiaro come il ricorso a forme poetiche chiuse e superate non funzioni affatto come citazione, dotta e parodica, di forme vuote di un discorso altrui − si tratta con ogni evidenza, malgrado tutto il pudore con cui viene evocata, di un’esperienza vissuta.
Nondimeno l’elaborata elocuzione, ricca di similitudini, metafore e delle altre figure di cui la retorica tradizionalmente dispone, così come il lessico arcaicizzante utilizzato senza disdegnare termini rari e inusuali che suonano neologistici, risulta funzionale a una deliberata presa di distanza dalla materia dolorosa del discorso: “Dir vorrei tutti i brividi del cuore / Senza temere mai l’inverecondo”. L’apparato retorico e stilistico sapientemente messo in opera da Anna Paola Soncini offre, appunto, al soggetto i mezzi per dire pudicamente l’inverecondia del proprio dolore che non ammette di rimanere inespresso. Tale apparato svolge così una duplice, contraddittoria funzione fornendo al soggetto uno schermo, o una maschera pudica, attraverso cui parlare di esperienze che il pudore vieta di esibire troppo apertamente e, al contempo, rendendole comunque nominabili, fissandole in parole, che non siano però quelle di una confessione lirica, scomposta e impudica. Sarà quindi lecito affermare che questa corona di sonetti riattiva la funzione che, in definitiva, fu sempre quella propria della Retorica, alla quale da più di due secoli schiere di poeti, gli più moderni degli altri, si sono affannati a torcere il collo, per lo più invano. Ricorrere anacronisticamente alle forme chiuse della tradizione, calare in esse la materia nuova di un’esperienza vissuta, sono allora il modo più coerente per tentare di dare un ordine, se non un senso, alla “vita contorta” e, insieme, per imporre al proprio discorso una disciplina rigorosa che permetta di tenere a freno la tentazione di cedere a un facile lirismo. È per questo che, in virtù del costante controllo esercitato sulla materia verbale del testo e della laboriosa costruzione del dettato sintattico e stilistico, questi sonetti, benché definiti “al nero”, comportano una severa etica della scrittura, la quale, al contrario, non è affatto pessimista. Scegliere la griglia rigidamente chiusa e codificata del sonetto significa aver scelto il rigore dell’espressione che accetta la sfida di dare ordine, in quattordici versi regolari, a un groviglio di sensazioni, ricordi, dolori che non possono né devono restare muti, e che tuttavia non vogliono nemmeno, per pudore, trasformarsi in lamentazione luttuosa. Vero pessimismo sarebbero il silenzio e la rinuncia a tentare di esprimere “la vita che scorre in controluce”.

Riccardo Campi
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