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Josef Čapek "Poesie dal campo di concentramento" traduzione di Lara Fortunato - Lettura di Paolo Senna

CAPEK COPERTINAJosef Čapek, Poesie dal campo di concentramento, traduzione di Lara Fortunato, testo ceco a fronte, Torino, Miraggi, 2019

Lettura a cura di Paolo Senna


La cultura italiana contemporanea deve molto alle piccole case editrici che, spesso più che le grandi, hanno il merito e il coraggio (e forse l’incoscienza – se per incoscienza intendiamo la spinta a muoversi controcorrente in un mercato che appare regolato soprattutto da direttive economiche) di presentare al pubblico la traduzione di opere di grande spessore intellettuale e umano. Queste edizioni rimangono, spesso fatalmente, sottotraccia nel tessuto editoriale e pubblicitario, alcune non approdano nemmeno ai banchi delle librerie e restano ai più sconosciute; ma le loro scelte al di fuori dell’establishment, i loro cataloghi non allineati alle logiche della piazza, rappresentano molto probabilmente la garanzia di una più lunga durata e la possibilità vera di realizzare, per il tramite dell’editore, un incontro attivo e fecondo tra autore e lettore, generando un circolo virtuoso di coscienza e intelligenza. Tanto più questo accade quando l’autore presentato è di alto peso specifico, che porta nella propria scrittura e nel proprio tracciato biografico i segni della storia, che si muove nel suo tempo con l’incedere di un classico. È il caso delle Poesie dal campo di concentramento di Josef Čapek, offerte per la prima volta al pubblico italiano nella traduzione di Lara Fortunato e con il testo ceco a fronte per l’editore torinese Miraggi.
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Fratello maggiore del più noto Karel, Josef Čapek fu pittore, scrittore e poeta. Animatore della corrente cubista boema, fu tra i fondatori del gruppo dei “Testardi” (Tvrdošijní), artisti che si contrapposero all’avanguardia più avanzata per tornare a riallacciare legami con il postimpressionismo. Il suo esordio letterario è legato alla narrativa e alla stesura di brevi saggi significativamente intitolati Le arti più modeste (Nejskromnější umění), dedicati alle cosiddette “arti minori” ovvero a quell’arte dell’artigianato sopravvivente e sopravvissuta a fatica di fronte alla massiva produzione industriale. Il suo approdo al giornalismo nel 1921 nella redazione del quotidiano di Brno “Lidové Noviny” gli dà modo di scrivere racconti e novelle e di pubblicare diversi cicli di disegni satirici quali All’ombra del fascismo, Le scarpe del dittatore, Tempi moderni, una parte dei quali interfoglia le Poesie dal campo di concentramento presenti in questa edizione: una scelta editoriale non di poco conto, in quanto si rivela capace di suggerire al lettore la forza dei convincimenti politici di Čapek, non disgiungibili da quelli intellettuali. Lara Fortunato cita al proposito un passaggio di Čapek sul ruolo dell’artista: “L’artista non è posto di fronte alla realtà come uno spettatore che dalla poltrona guarda la scena, egli sta in mezzo alla realtà. Vi sta in mezzo anche con la sua interiorità” (p. 7). Ed è proprio dal centro di questa realtà dissacrata e tragica che Čapek scrive le sue poesie nel momento più duro della vita e dell’intera storia del Novecento: il campo di concentramento. Vi era giunto a seguito di un rastrellamento della Gestapo del 1939 che mirava a eliminare ogni voce di dissenso nel neonato Protettorato di Boemia e di Moravia (figlio del Trattato di Monaco del 1938 con il quale le grandi potenze avallavano con colpevole indifferenza i diritti di Hitler sulle popolazioni dei Sudeti). Le poesie vennero scritte e compitate nel campo di Sachsenhausen ed ebbero tra i primi lettori i compagni di prigionia. Una parte di esse riuscì fortunosamente a uscire dai muri del lager e poterono essere lette clandestinamente e diffuse e infine pubblicate, alla fine della guerra, grazie alle mani benevole di un compagno di prigionia che conservò i quaderni autografi di Čapek e li consegnò ai familiari. L’edizione procurata da Lara Fortunato raccoglie 35 delle 121 poesie che compongono l’opera: ne sono quindi un’antologia, ma la selezione è assolutamente efficace sia perché ci consente di auscultare la testiera dei toni e dei motivi affrontati da Čapek, sia per il loro valore di “documento” di un’esperienza terribile e quante altre mai annichilente. Il poeta soffre per la monotonia dei giorni e del tempo “troppo lento” che appare immobile, sembra divenire una forma di assoluta inconsistenza: “Tempo, non voli, dov’è il tuo passo feroce / che ci sgomina, dove la fretta e la furia / che alla vecchiaia noi trascina, alla tomba, / tempo, perché non voli?” (p. 59). Patisce l’assenza dei propri cari, lasciati senza un degno saluto: “Il canto del tordo s’è spento, il riso felice ammutito / mi dolgo per tutte le piccole gioie / – Ridatemi la mia vita! Il desiderio del prigioniero / lontano va, ai tempi trascorsi... / [...] Una moglie avevo e una bambina e una mia casa / lì a casa un tempo! Oh gioia, felicità, / libertà amata! / Nel tuo beato incanto / io tutto il mondo allora fiorire vedevo – / Io della vita più di cinque anni ho perso...” (p. 113). In questi testi non c’è una parola d’odio contro gli aguzzini per il delitto infame di cui quotidianamente si macchiano e per cui “la Morte stessa / mette via la falce”: “Basta” – e sono, si badi, le parole della Morte – “non posso più / vedere questa miseria, mietere corpi tanto dolenti. / Perché loro? Qui pur io vorrei esser morta!” (p. 87). Ma, e direi soprattutto, da questi testi emerge la tempra di Čapek, la sua profonda convinzione della dignità dell’uomo che neanche l’odio può distruggere: così è nel mirabile testo Al patibolo andava o in L’ultima neve, o ancora nell’ultima poesia scritta prima della morte, quasi fosse un presagio intitolata Prima del grande viaggio (che lascio al volenteroso lettore il piacere e la curiosità di leggere) o infine nell’estremo invito a non disperare di Se dopo la notte (p. 151):

Anche se dopo la notte come la pietra grave
il giorno grigio è di piombo, oh brama,
brama e anela, ah, non essere fiacco, spossato
non smettere di desiderare nella sfortuna
tutto ciò che la vita fa preziosa,
piangi, se vuoi, impreca, lascia stridere i denti,
ma scrollati di dosso la sorda prostrazione,
brama e anela, anche se il giorno è di piombo
e la notte grave come pietra tombale.

Un autore che va conosciuto, a dispetto delle davvero poche traduzioni italiane della sua opera: si pensi che il suo romanzo più importante Il pellegrino zoppo non è mai stato tradotto in italiano. Meriterebbe certo l’attenzione di qualche editore: anche per questo si può passare alla storia.



 

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ATELIER 94Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (PN) nel 1959, vive a Porcia. Ha pubblicato i libri di poesia: Altro che storie! (Campanotto, 1988), L’erba in tasca (Scheiwiller, 1992), Vose de Vose/ Voce di voci (Campanotto, 1995 e 2009), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio). Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume, tra cui i saggi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati, 1992), Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005). Ha curato i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001) e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (Mondadori, 1999). Del 2009 è il non-fiction Padroni a casa nostra (Mondadori). I suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente (Transeuropa, 2000), Tuo figlio (Mondadori, 2004), Vita della mia vita (Mondadori, 2006), Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013), Satyricon 2.0 (Mondadori, 2014), Bestia da latte (SEM, 2018). È direttore artistico del festival Pordenonelegge.

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