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Mauro Ferrari: Le nuove Origini di Giancarlo Pontiggia. Qualche nota a "Il moto delle cose"

9788852082115 0 0 300 75Mauro Ferrari

Le nuove Origini di Giancarlo Pontiggia
Qualche nota a Il moto delle cose

I
Se in Origini1 Giancarlo Pontiggia raccoglieva la propria non abbondante e ben cadenzata produzione, con diversi inediti, in un unico volume che dava conto a mo’ di anticipazione di una sorta di suo primo tempo, con Il moto delle cose compie adesso un vero e proprio balzo evolutivo. Alla luce di questa grande riuscita – uno dei libri decisivi degli ultimi decenni – le due precedenti raccolte apparivano una sorta di preparazione, seppur fortemente originale, ancora legata a una poetica che potremmo definire neo-orfica, in qualche modo centrata sulle esperienze personali dell’Io anche se elevate a valore universale tramite la luce magica del mito e di una pronuncia preziosa e attentissima2; in questo nuovo libro il poeta milanese va alla ricerca di nuovi fondamenti, ciò a cui la poesia deve essere chiamata in nome dell’umano universale e “che valga la pena” (p. 10), in cui è scoperta la duplice accezione di “pena”. Una poesia, insomma, che passa da un Io che ha comunque non di rado basi autobiografiche a un Tu in cui intravvediamo, al di là di un primo livello monologante, che pure sussiste, un appello universale in cui riconoscersi in nome di un comune destino.
Ed è Il moto delle cose un libro intensissimo, assolutamente originale e al contempo profondamente radicato nella tradizione poetica più alta: sullo sfondo gli amati classici (Lucrezio in primis, ma anche Orazio e, tramite lui, Foscolo3 e il Leopardi più cosmico), e in primo piano le grandi voci del Novecento, tra cui spiccano Montale4 e Sereni, che appare nel tono colloquiale di certi accenti e negli inserti di parlato.
Dato sommariamente conto di almeno alcune delle numerose ascendenze, non viene però toccato il punto principale, cioè l’originale impasto tematico che Pontiggia produce e soprattutto il peso che questa poesia può avere sul panorama contemporaneo, indicando un significativo movimento di distanziamento (ma non di estraniamento o escapismo) dall’immanente, dalla cronaca che imperversa in certo minimalismo, a favore di una tematica metafisica – affrontata non di rado di petto, senza interporre il filtro confortante di una maschera – che semmai si concentra su temi universali e trascendenti. Sarà bene intendersi su quest’ultimo termine: Pontiggia ci parla di un mondo lontano dall’esperienza dei sensi ma soggiacente al vivere quotidiano, un platonico “spettrale paradigma di cose” ma ben più concreto perché immerso in una visione lucreziana e quindi materialista del mondo, profondamente pessimista, in cui il tempo, cioè le cose e gli uomini, “si sfanno / in polvere di secoli” (p. 78): il “moto delle cose” è una realtà inattingibile e inesplicabile, quindi inconoscibile (in gergo novecentesco diremmo indecidibile), in perenne fermento e divenire che precede la nostra nascita (noi che siamo, dice il primo titolo, “tra le cose del mondo”, p. 9) e seguirà imperterrita la nostra morte: “una linea infinita di tempo / ci precede; un’altra / ci segue” (p. 45).
È un mondo di “cose / che già erano prima di noi, / e restano, quasi immortali, dopo” (p. 51) e si depositano proteiformi in eventi, tempi e oggetti: “Vicenda dopo vicenda / nella furia viola, nel delirio / dei giorni” (p. 27); “Stridono, le cose”5, e ci si “incaten[a] / agli stupefacenti velami del mondo” (p. 31) come fossero una solida realtà che stimola desideri e sofferenze mentre la vita non è altro che un “affond[are] / sulla stadera del mondo” (p. 36), in cui “stadera” rimanda sia al precario equilibrio che alla mercificazione, al nostro essere creature economiche che perdono di vista ciò che davvero è la realtà, immodificabile tramite la nostra volontà, i desideri e le azioni, e che potrebbe giungere al solipsismo e all’egoismo: “E senti / che non hai doveri se non per te” (p. 57). Qui però Pontiggia sembra additare se non una soluzione (impossibile) almeno una condotta etica che eviti la disperazione e preservi la dignità dell’uomo: avere doveri per sé impone infatti imperativi categorici e quindi scelte. La brama di vita (e vita è ciò che sta tra la nascita e la morte) fa sì che l’uomo combatta “per arrivare alla desolazione della realtà”, diremmo in termini yeatsiani – e lo Yeats di Among School Children può ben rappresentare in sintesi il pensiero di Pontiggia.
Una riflessione ininterrotta, ampiamente e riccamente modulata sulla vita (il termine centrale del libro, forse più ancora di “cose”) e sulla morte (si vedano i testi a p. 85 e 93), in cui la morte è vista come inevitabile parte del ciclo vitale (“Tutto è natura, anche la fine”, p. 85) e il Tu viene ultimativamente e amleticamente posto di fronte a una scelta tra due possibilità: se sia meglio “il silenzio mistico / di chi contempla il muro” (l’atteggiamento schopenhauriano di rinuncia) ovvero “il frastornante rumore del mondo” (p. 93); ma anche la “vita / che trafigge, rapida, tormentosa” o “la fine caritatevole”(ivi). Dubbio chiaramente indecidibile per tutti noi, appesi al nostro “durare” ad ogni costo, ben sapendo che le cose ci sopravviveranno, anche le più umili (si veda p. 103, o il fenomenale “armata // neutra delle cose” (p. 135), dove l’enjambement è ulteriormente approfondito dallo stacco strofico per dare forza al “neutra”, ad indicare appunto estraneità e insopprimibile alterità: profonda attualizzazione di Leopardi alla luce del Novecento.
Ci sembra quindi che l’approdo del libro sia proprio la morte, “gioia di sonno” (p. 111), apparizione che si concretizza quasi in chiusura di libro: “E lo vedemmo, infine, stremato-stremante, il buio / non buio – opaco, torpido, molle” (p. 151): apparizione che Pontiggia vuole contraddittoria e inafferrabile grazie alla straniata aggettivazione “stremato-stremante” e alla striscia in enjambement “buio non buio”: visione a cui la potenza della fantasia, dantescamente, deve cedere.

II
Per approfondire alcuni punti riguardanti lo stile e il metodo compositivo di Pontiggia, nel concreto anche se sommariamente, abbiamo scelto Sovrastino, su queste sabbie, la seconda poesia della raccolta, una delle più “metafisiche”, intense ed elaborate dal punto di vista espressivo.

Sovrastino, su queste sabbie

Sovrastino, su queste sabbie
finissime, tese come un lino, vaste
come il fiammeo dominio dei pensieri,
cieli più ampi del tempo
che s’ingorga, lento, pigro,
in una luce ardua,
ventosa

o s’infoschino – in una sera
scura, dura, scheggiata,
che si sgretola, pezzo
dopo pezzo, sugli scogli
ondosi, flagellati
da crespe dense di fuoco, erosi
dalla furia
gemmata degli elementi –
le porte, brucianti, dei tuoi occhi,

sempre, o contemplante, sentirai
il respiro
possente, luminoso
del mondo, la sua forte quiete, il suo
operoso, micidiale

moto.


La prima strofa comincia con un’apparente invocazione, in realtà un congiuntivo (“Sovrastino”) che apre una dipendente coordinativa-disgiuntiva, il cui soggetto apparirà soltanto al v. 4 (“cieli più ampi del tempo”), quindi dopo due incisi di cui il secondo si dirama dal primo (“su queste sabbie . . .” e “vaste / come . . .”); la seconda strofa (“o s’infoschino”) apre la seconda parte della disgiuntiva e mostra una sintassi parallela, con un lungo inciso (stavolta indicato anche tipograficamente) costituito da una subordinata con varie coordinate che accatastano dettagli (“in una sera / scura, dura . . .”) e il cui soggetto grammaticale (non lo stesso della prima strofa, come poteva apparire naturale) appare solo al v. 16, otto versi dopo il verbo.

Le due strofe presentano quasi una antitesi di complessa interpretazione, in buona parte demandata agli aggettivi: ben 23 in 22 versi, a indicare la complessità del mondo e la difficoltà nel definirla; contribuisce a questo effetto la posizione stessa degli aggettivi, sovente in enjambement.

I strofa

Sabbie finissime, vaste, fiammeo, ampio, lento, pigro, ardua, ventosa

II strofa

Scura, dura, scheggiata, ondosi, flagellata, erosi, brucianti


Se la prima strofa ha a che fare con l’immanente e con l’azione strenua di un pensiero razionale che vuole comprendere il mondo (cioè tempo e spazio) e la sua potenza, la seconda parla dell’azione dei sensi (esemplificata dalle “porte, brucianti, dei tuoi occhi”) con cui comprendere la realtà in modo complementare. Si noti ulteriormente, in ciascuna strofa, la contrapposizione tra l’elemento umano e quello naturale, presentata ancora tramite l’aggettivazione: se il tempo è “lento, pigro” il pensiero è “fiammeo”; se la sera è “scura, dura, scheggiata” gli occhi sono “brucianti”. E proprio qui emerge quella che potremmo definire coesione ultima del foregrounding: i due aggettivi sono infatti sovrapponibili, anche se si può sottolineare come il pensiero “fiammeo” può aggredire il mondo, mentre gli occhi “brucianti” subiscono dolorosamente la sua presenza e la sua azione.

Solo al termine della seconda strofa, in pratica, comprendiamo che le due strofe non rappresentavano la proposizione principale, bensì due subordinate con valore limitativo che anticipano una principale di tipo enunciativo (“sempre, o contemplante . . .”, v. 17) che appunto contiene il nucleo di significato, condensato ci pare nella forte aggettivazione: in ogni caso “o contemplante”, sentirai la potenza del mondo, quieta ma “micidiale” nel suo moto. Proprio questo è l’aggettivo centrale: la macchina del mondo è macchina di morte, serena e impassibile come la natura che parla all’islandese, incomprensibile sia all’intelletto che ai sensi. Non è estraneo a definire la potenza insita nella natura il fonosimbolismo del testo, così denso di allitterazioni e suoni aspri: si veda già il gioco di sibilanti dei primi due versi:

Sovrastino, su queste sabbie
finissime, tese come un lino, vaste

replicato più oltre:

o s’infoschino – in una sera
scura, dura, scheggiata,
che si sgretola

in cui è funzionale al senso anche la rima “scura”/“dura”.

O ancora, si noti come le sillabe aperte contribuiscano a rallentare il ritmo in

cieli più ampi del tempo
che s’ingorga, lento, pigro


Questo tipo di analisi potrebbe essere replicato per molti testi della raccolta – sicuramente per quelli più importanti – portando a identiche conclusioni sia dal punto di vista tematico che soprattutto espressivo: siamo in presenza di un libro fortemente strutturato, come prova anche la straordinaria suddivisione in sezioni (anche di un solo testo), fittissimo di rimandi interni (si vedano la note 3 e 4), con continui rimandi a immagini e aree semantiche che ne fanno un libro profondo, pensato e costruito con la massima attenzione.


Note
1 Giancarlo Pontiggia, Origini, Poesie 1998-2010, Interlinea, Novara 2015; raccoglie le due raccolte Con parole remote (Guanda, Parma 1998) e Bosco del tempo (ivi 2005) più una corposa scelta di testi editi solo in plaquette, che anticipano appunto Il moto delle cose (Mondadori, Milano 2017).


2 Mentre Pontiggia come noto prende le distanze dall’aspetto più vitalistico, panico e whitmaniano del Mitomodernismo, con il suo carico di retorica magniloquente e superficiale entusiasmo.

3 Orazio è preciso riferimento classicistico quanto ad equilibrio compositivo, e in generale atteggiamento autoriale, ma il suo influsso filtra anche direttamente in diversi loci, come ad esempio “vedi // com’è la natura delle cose, polvere / su polvere, ombra / che si disfa in ombra” (p. 70), dove è chiaro il riferimento all’oraziano “pulvis et umbra” (Odi IV, 7). Quanto a Foscolo, modello tematico ma anche esempio di alta idealità stilistica e morale, è emblematica la striscia “ricco / di fama e di mito” (p. 89), che rimanda al “bello di fama e di sventura” del sonetto A Zacinto.


4 Montale occhieggia nella sintassi ad ampie volute, nelle chiuse epigrammatiche e nei numerosissimi verbi come invasa, infima (2 occorrenze), intana, ingorga, incavedia, (t’)immoti, intediato, (t’)increti, incavediano, indedala, memori del montaliano “s’infinita” di Casa sul mare e, infine, del dantesco “s’india” (Par IV, 28). Ciò che più importa, qui, e dimostra una grande coerenza interna, è il valore trasmutativo del prefisso in-, che rimanda alla continua evoluzione del moto delle cose e della natura delle cose.

5 “Stridìo” che ritorna almeno “nello stridìo rigoglioso delle cose” (p. 33), nello “strido” di p. 65, nello stridere del cielo e delle “vertebre dell’aria” (p. 83), nel metaforico stridere delle “ombre non ombre” di p. 127, e gli “stridi / d’anima” di p. 128, laddove emerge una associazione profonda, forse inconscia, con la morte e l’urlo acuto e scomposto della sofferenza ultima. Lemma anche modulato in tantissime varianti anche rimanti quali “agitìo” (sempre p. 65), a confermare una ben precisa coerenza lessicale ed immaginativa che punta alla trasformazione e allo sfarsi del tutto.
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ATELIER 94Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (PN) nel 1959, vive a Porcia. Ha pubblicato i libri di poesia: Altro che storie! (Campanotto, 1988), L’erba in tasca (Scheiwiller, 1992), Vose de Vose/ Voce di voci (Campanotto, 1995 e 2009), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio). Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume, tra cui i saggi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati, 1992), Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005). Ha curato i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001) e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (Mondadori, 1999). Del 2009 è il non-fiction Padroni a casa nostra (Mondadori). I suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente (Transeuropa, 2000), Tuo figlio (Mondadori, 2004), Vita della mia vita (Mondadori, 2006), Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013), Satyricon 2.0 (Mondadori, 2014), Bestia da latte (SEM, 2018). È direttore artistico del festival Pordenonelegge.

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