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STEFANO VITALE, La saggezza degli ubriachi. Poesie; La Vita Felice, Milano 2017 - Lettura di Carlo Propseri

jkjbSTEFANO VITALE, La saggezza degli ubriachi. Poesie; La Vita Felice, Milano 2017


L’ossimoro del titolo rispecchia la natura dell’uomo, che da un lato presume «di essere unità di misura e dismisura», «di giudicare e condannare, / assolvere e liberare», ma dall’altro si riconosce nel “ciondolare” senza meta, in preda a una inebriante “vertigine”, «nel bosco lunare della città / ipnotizzato dalla stravagante sensazione / del vivere e non pensare / nel rondò del camminare». L’errare, l’errore è consustanziale all’uomo, tant’è vero che, riallacciandosi liberamente a Shakespeare, Vitale dice: «Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli». E basta un nulla, una semplice distrazione, a volte, a trascinarci «per il collo / a una festa d’ubriachi». Una contraddizione di fondo, che ha radici ontologiche, sembra dunque caratterizzare l’antropologia sottesa a queste liriche, giacché l’uomo avverte la necessità di avere dei saldi punti di riferimento sì da potersi orientare nel buio che lo circonda, sì da trasformare il proprio «incerto andare» in un «viaggio» consapevole.

Un viaggio che è pure una sorda e assidua lotta contro il tempo, concepito ora come una «belva rabbiosa» difficile da trattenere, ora come vuota attesa di un Godot che non arriva, ora infine come una «selva» insensata o una sorta di labirinto senza uscita. Fermare il tempo, arginarne la franosità, spezzarne la catena è quindi la tentazione più istintiva. Ma anche la più illusoria. Tentazione umana, troppo umana, la cui vanità è già stata magistralmente illustrata da Pirandello. Da lui Vitale riprende infatti il contrasto tra vita e forma e, a sua volta, si chiede se c’è davvero una forma: se c’è la possibilità di individuare una «epigrafe del tempo senza tempo» o se anch’essa non sia «Qualcosa che incessantemente / additiamo e nel mentre s’allontana». Non è una questione marginale, in quanto coinvolge anche noi («E noi, allora, che forma siamo?»), la nostra identità e la possibilità stessa di una «Verità».
Il poeta non parla solo di sé o per sé: egli pone delle domande che hanno una portata universale. Il suo non è un discorso solipsistico e per questo, nei suoi versi, il “noi” fa largamente aggio sull’“io”: in fondo siamo tutti «figli di un destino comune» e alla stregua di «pastori erranti alziamo lo sguardo / verso le stelle, manto di leopardo, / notturno continente che tutti ci racchiude». Una maniera discreta, questa, di evocare, tra le righe, il poeta di Recanati. Il tema dell’identità è intrinsecamente legato alla metafora dello specchio, perché nello specchio dovremmo avere la possibilità di riconoscerci, di ritrovare cioè la nostra “forma vera”. Senonché: «Non ci sono specchi cristallini / dove ogni cosa corrisponde a se stessa / ma nuvole di vapore che sfumano il gesto / nell’illusione della precisione». «Anche gli specchi possono sbagliare / restituire ombre disfatte / pensieri capovolti, / cenere dimenticata / nella vecchia conchiglia riciclata». La nostra immagine ne esce quindi «inevitabilmente» deformata.
E la Verità? Inafferrabile pur essa, destinata pur essa a perdersi in un gioco di specchi senza fine. Una, nessuna e centomila: proprio come in Pirandello, quantunque Vitale preferisca parlare della «eterna tagliola / della presunta Verità». Per dire che «non abbiamo imparato la lezione / così ci coglie in fallo la voglia di sentenze / e ci tiene in stallo il maldestro tentativo / di ridurre le distanze tra noi e la maldicenza». Si noti qui la rima interna “fallo/stallo” che evidenzia ad arte il parallelismo tra l’errore moralistico e la velleità di ogni adæquatio rei ad intellectum. Ebbene, per quanto il nostro poeta prediliga il verso libero e sciolto, non manca, a tempo e luogo, di avvalersi della rima o, in alternativa, dell’assonanza, per dare icasticità e musicale consistenza al suo verseggiare. Si veda, a mo’ di esempio, la seguente lirica: «L’importante è colpire di sorpresa / spezzare la catena dell’attesa / rompere la noia / di questa inutile pastoia / che rende schiavi / di una Storia / di cui si sono perse / ormai le chiavi». Altrove le rime sono più defilate, talora anche interne, vuoi per esaltare l’efficacia di talune dittologie («cresce e mesce», «l’orrore e l’errore», «rappresi e sorpresi», «affidabili e improbabili»), vuoi per accentuare qualche enjambement o per dare aire al verso successivo («nell’ossessione scomposta della vita che ci resta / pesta nel mortaio dell’inutile attesa»; «teste ritmate / folate di vento»; «molecole colate / a folate dal cielo al niente»).
Ad esaltare la musicalità del dettato concorrono non di rado allitterazioni, paronomasie e anafore (in primis verbali). Così, soprattutto nella sezione finale del libro, Moments musicaux, il poeta può innestare il suo discorso su quello di alcuni brani musicali, in una mimesi che, pur senza rinunciare in toto alla valenza semantica delle parole, le porta a competere con l’onda «emozionale delle note», come giustamente annota Alfredo Rienzi nella sua “Prefazione”. Il che significa anche spingere la logica linguistica alle sue estreme conseguenze, fino a sconfinare in regiones incognitæ assecondando la sfida enunciata, in esergo alla sezione, da Paul Auster: «La lingua / ci porta via per sempre / da dove siamo [...], / perché ogni parola / è un altrove...». Si potrebbe a questo punto sospettare una suggestione verlainiana, quella dell’Ars poétique: De la musique avant toute chose. Ma il discorso è più complesso. E ambizioso. Vitale mira infatti a «Tirar fuori dalla selva del tempo / una parola certa e precisa / che ci rassomigli una volta per tutte / per dare un senso / al silenzioso scrutarsi delle cose: / è questa l’incrollabile speranza / che porta al fine di ogni arte».
In questo la saggezza all’apparenza così strana e stramba degli ubriachi può essere d’aiuto. Essa non è troppo diversa da quella dei pazzi, che ha sì il potere di sovvertire ogni logica razionale, in nome di un’altra logica, volubile «come una piuma», a dire di Pirandello, ma anche di aderire all’estrema “originalità” della vita, di coglierne e di esprimerne al vivo l’intima essenza. Come fa la musica per Schopenhauer. «La forza del ragionamento / è poca cosa / dinanzi al torbidìo / d’acque salmastre che nascondono / farfuglianti ombre / di un delirio di purezza». L’arroganza della ragione è come «l’arroganza degli specchi»: non approda a conquiste durevoli, ma conduce al «naufragio». Fluida e liquida, come la musica di Debussy, è la vita e non si lascia geometrizzare o costringere in un mastraccio. Essa è segnata dall’imperfezione e dalla caducità. Vitale parla addirittura «dell’intima necessità dello svanire», lo heideggeriano “essere per la morte”: marchio ineludibile della creaturalità. È il messaggio di cui si fa emblematicamente portatrice la sera, da completare con quello benaugurante che proviene - nella sezione “Dal terrazzo” - dalle piante in fiore: il fiore è infatti «volo perfetto del tempo esatto / d’ogni creatura / avventura di luce / che solo si ripete / nella cura e nella necessità / d’un meccanismo d’amore / automatismo creaturale / bellezza del nostro limite / che unisce e libera».
Al motivo del «tempo esatto», che non è chrónos ma kairós, si collega la “poetica dell’istante” (propria dell’impressionismo), a sua volta connessa all’immagine metaforica (e variamente declinata) della luce che trascorre, a mo’ di Leitmotiv, l’intera silloge. «La lezione dei fiori / è nel loro essere fiori, / mondo che rinasce / nella pura insolenza del vivere». Nell’epifania della luce. «Linguaggio silenzioso» è quello dei fiori, mentre per lampi e per improvvise illuminazioni si esprime la luce, rompendo l’oscurità che ci avviluppa e che l’imprigiona. Ma tacere è anche «la verità della ragione», laddove la sua tracotanza, che si manifesta nell’«idea di perfezione», produce solo disastri. È nella natura dell’uomo: «il male è scritto nelle viscere», e non andrebbe mai dimenticato: «non c’è un perché / all’ottusa malformazione / della Specie che noi siamo».
Qual è allora la soluzione? La «posizione / della giusta distanza»? la “divina Indifferenza” di montaliana memoria? Ma questa già per il poeta degli Ossi di seppia era un’opzione improponibile, prerogativa degli Dèi, non degli uomini. E Vitale, non troppo diversamente, ammette: «Non a tutti è dato saper mostrare cecità / diventare muro, insetto, foglia / e volgere gli occhi altrove». Dinanzi al male e alle ingiustizie (una sezione del libro s’intitola, non a caso, “Guerre civili”) si risveglia «l’ansia del combattimento, / il pensiero di andare oltre la soglia / sotto un cielo carico di tempesta / al passo con la dignità offesa / come gli eroi che non s’arrendono / e spendono la vita a raddrizzare / i quadri storti, a costruire il tempo / che nessuno ancora ci ha servito». Sono versi, questi, che testimoniano una indubbia tensione morale e una profonda pietas per le «inermi creature / sedute sull’orlo di un cielo in tempesta».
Anche per loro il poeta si ripromette, in limine, di «preparare piani segreti / mappe di resistenza, attraversare campi minati / e tagliare barriere di filo spinato». La poesia è assimilabile a un treno «che sfila / lungo gl’intarsi della memoria» e «attraversa paesaggi posati per caso / pestati nel mortaio del tempo / gettato via senza un lamento / senza neppure il dovuto scontento / rarefatta rassegnazione che tenta di trasformare / in oro per sé le ore perse per gli altri / inutilmente sedate dal pensiero / imbrigliato, impigliato, scombinato / dal perenne ritardo accumulato». In un mondo segnato dalla fretta, che inneggia alla velocità, che mira a guadagnar tempo (a vuoto), il poeta si trincera in una «gabbia di ferro e vetro d’un tempo / disteso, dilatato, rubato» e, in tale raccoglimento, con «infantile fiducia», trova una forma di riscatto e di risarcimento, se è vero che il male di vivere diventa il «taglio da cui fiorisce, a bassa voce, / la piuma del tuo sorriso». Ovviamente, quello consolatorio della musa. E la misura del «canto» poetico è volutamente dimessa, perché «non si tratta di fare miracoli». Il poeta si propone programmaticamente di «Ridurre il campo visivo / alla coda dell’occhio / per meglio vedere ciò che resta nascosto / allo sguardo troppo sicuro». Così, «nell’immobilità felice dello sguardo finalmente a tempo», riesce a mettere a fuoco ciò che gli sta a cuore. E l’ispirazione, liberatoria, viene di conserva: «C’è un forte vento che sale / nella stanza a ripulire l’orizzonte / così mi giro dall’altra parte del mondo / e canto, sottovoce, canto».


CARLO PROSPERI

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