Recensioni
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G9788869741722iuseppe Manitta “Gli occhi non possono morire”, Italic 2018. Nota critica di Giovanni Perrino

Non ho voluto chiedere conto all’autore ma il “Breviario di Ott” nella mia abissale incultura mi ha rimandato alla Liturgia delle ore, quelle brevi preghiere che la Chiesa raccomanda ai sacerdoti ma anche ai laici come invocazione corale che scandisce le ore e segna l’unità ecclesiale. Mi catapulto in questa spiegazione chiedendo scusa per l’eventuale gaffe di cui mi assumo la responsabilità.
Da questo personale percorso che spiega nel mio fantasticare sia la dimensione delle liriche (da Breviarium) sia il loro laico contenuto di preghiera e di raccoglimento, sono partito per andare a rileggere con enorme godimento uno dei libri più belli di Mario Luzi “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” in cui il poeta canta il suo percorso ad limina.
In questa elegante silloge di Giuseppe Manitta, come avevo intuito, ho trovato molte corrispondenze con quella raffinata collezione luziana di pizzi e merletti nella quale le parole della poesia si fanno musica nel gioco di struggenti accostamenti, di umane lacerazioni e pause di silenzio.
Giudico ancor oggi molto opportuna e giovevole tale rilettura che mi pare del tutto coerente con il mio proposito.
Lì e qui, infatti, lo sguardo sul mondo è solo un introibo, un percorso inedito in cui la parola liberata viene lanciata e lasciata correre, a guisa di cane senza guinzaglio.
Corre all’impazzata per poi fermarsi d’un tratto, smarrita, davanti a spazi improvvisi e sconosciuti.
“Gli occhi non possono morire” in tal modo appare in tutta la sua nudità, un’ad-ventura interiore che si fa ricerca dolente man mano che si inoltra nel vuoto della spazialità, ma che sa illuminarsi di pur fioca luce ai minimi segni che la vita quotidianamente invia anche nelle stagioni più buie.
Le parole, selezionate con cura certosina, si posizionano nei canti del Breviario in maniera millimetrica a costituire effetti, ora manieristici ora barocchi, di inedito e sicuro fascino per le ben riuscite emancipazioni dai canoni compositivi consueti.
Tale aspetto di novità qualitativa mi pare evidente ma mano che si procede in una lettura non affrettata e, se necessario, ripetuta, dei canti.
Cito ad exemplum il canto XXII: “Fioriscono anche le pietraie, / sudano le ossa dei mandorli / aspettando che l’ombra / di un bambino / appaia nella bufera / a coprire il deserto...”.
Da docente mi divertirei a chiedere ai miei studenti di individuare i colori in questi come in altri versi di Manitta. Sono infatti convinto che i suoi versi, pur nella tenuità, abbiano una luminosità loro propria.
“È inverno. / La luna / cade dalle gocce dell’alloro / parla di sorrisi / e osserva. / La bambina blu è fuggita. / Non tornerà più.” (I, 17).
E poi andando avanti: “Ariamo le stelle / per coltivare / la luce chiusa nel pozzo. / Il vento pascola nella solitudine / e il macero dell’uomo / gocciola sulla terra. / Ariamo / la luce chiusa nel pozzo, / il vento / e perdiamo l’anima.” ( IV, 18). Penso ai miei ipotetici studenti e confermo l’efficacia di una tale lettura-analisi.
Il viaggio verso le radici, ad infinitum, come lo sguardo dell’amato Leopardi, procede, cita luoghi non luoghi, li cita e subito dopo li elide confermando che quei topoi servono per dare forza allo spaesamento: Trezza, La Giudecca, Monte Pellegrino, Gerico, Gerusalemme perdono la dimensione geografica e restano nell’anima.
Da tale apparente esplorazione di luoghi fisici, il poeta ci porta a sostare, il viaggio diventa transito, cammino impervio e oscuro, ancora una volta itinerarium ad infinitum che, nel farsi poesia, diventa metafora del mondo, specchiamento dell’uomo nella immensità del creato.
La liturgia è anche offerta faticosa, preghiera che fatica ad uscire dalle labbra e dagli occhi: “Il gelo ha plasmato le rocce,/ha scavato nella sabbia/per trovare le lacrime/ della Maddalena./ Ha fatto urna/delle mani ossute...” (XXIV, 40); e prosegue nel XXV, il successivo: “...È stanca la pietra sull’altare, / ha smarrito Dio nell’ampolla, / piena di vino e di fango”. E conclude nel XXVI: “Era sera, / la casa di Giosuè / sulla collina / respirava i mandorli spenti / e il silenzio degli altari...”.
Ecco il breviario, la preghiera laica ma intensa e stralunata del poeta dove il pellegrinare sosta in silenzio ad ascoltare l’anima mundi.
Il viaggio si riavvolge: “La vecchia zolla lanciata fra la lava / è cimitero di ricordi, / è l’ossario di una terra, / è polvere, ambra, / rovi . / Eppure germoglia ancora. ( XXVIII, 44).”; e subito dopo: “Domani pianteremo un altro gelsomino, / a Gerico.” (XXIX,45).
Avrei voluto evitare di ripetere la citazione, ma, quando il gioco si fa duro, come non pensare all’immenso Leopardi, più che ai “Canti”, alle “Operette morali” e allo “Zibaldone”?
La sua ombra aleggia in tutta la silloge ma si materializza laddove prevale la sconfitta esistenziale, la condanna senza appello laddove... “La pioggia ogni giorno, / nel primo pomeriggio, scioglie le voci, / i volti / tarlati dalle formiche / che chiedono perdono / per una colpa / che non hanno commesso. / Attendono, /abbracciati ai cipressi / l’ultimo canto.” ( XX,36).
Nel raffinato lavoro manuale delle singole composizioni, le parole urlano sfinite dal pianto e dal dolore ma non perdono mai l’autocontrollo e la dignità. No, non è all’urlo di Munch che penso quanto al Guernica di Picasso, a quella lampadina che dà luce al modesto luogo e vince il buio e, con questo, la morte. È lì, in quella stanza-mondo, che ritrovo l’amico poeta Manitta. Anche il suo lavoro, come quello del sommo Maestro, viene da lontano, viene dal dolore del mondo, è un lavoro artigianale come lo è, in pittura come in musica e in poesia, il più classico pojein, affilato, fatto col bulino.
Ma in queste poesie gli occhi, come dichiara già il titolo, non possono morire, lo sguardo del poeta resta asciutto e attento, analizza come in un laboratorio di ricerca, mai un cedimento al dolore o alla compassione, men che meno al lacrimevole.
Il bisogno di poesia in Manitta parte di certo dall’accettazione del mal de vivre e la lezione di Leopardi continua a vivere nello spleen baudelairiano, da quella Via Crucis laica, e quando... e quando... e quando... quel salmodiare che interroga, chiede una pausa di riflessione, conosce l’irreversibilità della parola poetica e la sua capacità di svelamento.
Tale presa di coscienza non è comunque mai una resa; si riflette a capo chino ma poi ci si raddrizza per guardare in faccia la realtà e da essa, dal buio più buio, nasce l’Avvento, l’Attesa di una luce nuova anche se fatua ma in grado di conferire senso e delineare i contorni di ciò che resta della notte.
Dal canto IX di chiusura ho sottolineato i versi seguenti: “Il treno scrive litanie / sui petali a festa / sospese...”. Ecco, l’idea che vi siano petali a festa mentre avverto il rumore sordo del Breviario che ruzzola, mi raschia la gola e nel petto qualcosa pulsa. Grazie poeta, da amico ad amico, in verità.
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Zamalek nuova copertinaZamalek - un attimo prima del nulla

Zamalek. Solo andata, Terra d’ulivi Edizioni, 2018

di Luca R. Martini

Eliza Macadan, scrittrice e poetessa residente a Bucarest, ha un passato italiano (abbastanza lontano, ormai) che le ha permesso: a) di frequentare la nostra lingua e b) di dare espressione non gratuita a un suo vissuto che solo in italiano può essere detto - tutto questo sempre forse e forse secondo lei; Eliza Macadan scrive infatti poesie diverse in romeno e in francese, e non le compone contemporaneamente; sembra che scriva alternando blocchi temporali come si trattasse di piccole ere geologiche o di imprevedibili maree dell'anima.

Una civetteria della Macadan italiana è quella di giocare ad handicap e di non usare, nella nostra lingua, tempi verbali e strutture del periodo particolarmente complesse.
Eliza Macadan reagisce infatti al tempo imprigionandolo, decapitandolo a volte, irridendolo e facendosi irridere e ferire, mescolando in un presente continuo e continuamente messo sulla graticola del dubbio (“io conosco solo l'indicativo/ presente”, da Zamalek) ricordi, appropriazioni del momento, proiezioni future... La Macadan fa questo usando molto spesso l'indicativo presente appunto e riducendo i suoi versi a un'infinità di schegge - corrispondenti a stadi della sua vita che si giustappongono anche vertiginosamente - con il desiderio di fornirci (forse) una lezione di sapienza ancestrale mentre si esprime a mani per cosi dire nude, con una sintassi e una sintesi nuda delle cose (forse) essenziali della vita.
Zamalek. Solo andata (Terra D'ulivi, 2018), per esempio, la piu recente raccolta, è articolata in venti testi di varia lunghezza. Nonostante esibisca una coerenza tematica interna più solida o semplicemente evidente rispetto alle altre raccolte - è infatti “un poema come d'amore” - raccoglie la poesia italiana di Eliza Macadan nella sua modalità più riuscita.
Il tempo dell'amore che qui coinvolge e mescola da subito tempi e spazi fantastici lontanissimi tra loro - l'Egitto antico e i sogni di Biancaneve, i transiti di Marte e un teatrale cyberspazio di gesti virtuali - si presenta come un'assenza ("ora è l'ora/ non c'è più tempo/ neanche per me/ non c'è più un luogo/ per rimanere"); è un'assenza irrimediabile di cui il presente con le sue accensioni è la gabbia - qualcosa che somiglia a una tombale Piramide - e l'unica speranza di sfiorare l'altro da noi.
Che il tempo in ogni modo non porti che guai e in fondo sia meglio dimenticarlo o metterlo sotto chiave è chiaro poiché 'appena conosciuti ci si lascia'.
Tuttavia come nelle opere più mature di Eliza Macadan c'è una traccia più pacata, discorsiva, quasi piana e quasi esplicativa che corrisponde al testo numero XIX e che richiama nella forma e nel tono una delle poesie più famose della Macadan, la Lettera da Bucarest (in Passi passati, Joker, 2016). Là c'era un sentimento della politica, qui una dichiarazione politica dei sentimenti, un atto e un appuntamento mancato che rivelano una proposta di ascesi, oppure un crepuscolo sottinteso che può abbagliare la vita ma non la poesia di un bagliore di felicità quotidiana - felicità che è invece piena, nei versi, nella rinuncia, se non nella plateale sconfitta.
Nonostante o proprio per questo, in Zamalek Eliza Macadan è al massimo della sua felicità compositiva e della sensualità capricciosa del suo scrivere versi, facendo affiorare nel magma delle citazioni e dei richiami colti anche un paio di riuscitissimi freeze frame: quando il poeta non dice io e guarda gli amanti con un'oggettività (per esempio nel segmento V) che è l'ultimo tentativo di salvare una possibilità di essere se stessi e contemporaneamente di essere tout court e di essere messi in scena.
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peter covino webPeter Covino: il salto e l’immaginazione

di Andrea Galgano

La caratteristica primaria della poesia di Peter Covino è la sperimentazione, che però si mette al servizio dell’essere e del vivente, descrivendo spostamenti e ferite, i segni e l’abbandono. Il formarsi stesso della creazione poetica rincorre la comprensione del reale, la rivelazione della prospettiva, l’intersezione tra privato e pubblico, il mito e la metafora, la visione surrealista , e il lavoro sul linguaggio nasce per capire la profondità di sé, come epifania in attesa ed emersione meditativa, come accade in questo testo che raccoglie la supremazia della sensibilità pura di Malevic:

everything’s framed by looking: a visual pattern a rhythm: a visual
elemental language reconstitutes shapes then disintegrates nothing
is added in 5.—movements re-form into a ball an oppressive
unbalanced heavy cross—

Ciò che colpisce, dunque, non è solo la chiarezza espressiva quanto piuttosto una chiarità panica che si rivela in ogni dettaglio, facendo nascere preziosità nella grazia e nel candore, in cui l’heideggeriano Esser-ci impone tutta la sua presenza, in cui appare sostanziale il salto, non solo della metrica e dei disorientamenti lessicali, ma della vita, in tutte le sue forme di possibilità , «This morning the bells of St. Francis / compete with the caws of gulls / and the rumble and whistle of traffic»:

Earlier

your imprint in the bed as you trudge off to make coffee, the alarm
waking and not waking us. Remarkably, love starts again each day

though I’m having trouble breathing, and you remind me my allergy
medication’s probably off. Your words and the smell of you linger.

Ecco che l’immediatezza diventa un portale per capire meglio la nostra profondità, la nostra frattura, l’inappartenenza, la fragilità familiare, con i suoi riti e le sue figure, il dramma dello spostamento e dello sradicamento. Se nella nostra poesia, Ungaretti ha da sempre cercato la patria nella sua erranza nomade, la poesia di Peter si dimostra un’accurata avventura di sguardo levigato e di confine intimo e familiare.Sperimentazione, dunque, ma anche ironia e humour, tesi non tanto ad abbassare il livello narrativo quanto piuttosto a sfumarlo. Se si pensa alla variegata e composita poesia americana che racchiude varietà di toni, esperimenti, tradizioni e anche passaggi, la chiarezza della visione di Covino racconta prima che descrivere, tocca la realtà e il sogno, la duratura radice dell’essere e la vita stessa, vissuta nella lontananza, nel dolore, nel distacco e nella colloquiale contemporaneità, in cui anche i demoni oscuri colloquiano con la perdita e l’abbandono, in una densa ferialità di immagini che lotta con l’inquietudine, in un corpo a corpo senza fine, come avviene in "Such a Drag to Want Something Sometime":


. . I’m just back
from a summer backpacking

through Europe where I’ve discovered Gucci,
Sun-In, and bisexuality with a vengeance.
With this newly-affected

Euro-trash accent, I’m determined to sleep with anyone
who’s breathing:. .

La poesia si porge in forma di nostalgia inquieta nella latitudine degli affetti lontani, da una parte, e dall’altra la longitudine dell’esistenza che di adempie qui e ora, nella immensa visione americana. Qui le radici assumono, anche in una dilatata spazialità, una nevralgica importanza, perché rappresentano una sorta di zenit di confronto che crea combinazioni lessicali, paesaggi onirici («In the dream of the river, the sound of water / Rushing, water roaring: sounds / Like animal sounds, human sounds, both: You have loved me too well and not enough») che fluttuano come una lunga visione interiore, catarsi di memoria e presente e la viscerale unione di quotidianità e dolore, come accade nella storia veterinaria di "Eternal Mercy Hallmark Card". La parola abbraccia il tempo per fermarlo e accoglierlo, impararne la stoffa levigata, il fiato alchemico del dolore, dove il cuore vive la profonda fotografia del reale che ama la storia:


Last night the snow filled up your arms
tracks of snow from East 2nd Street &
I couldn’t dig out your Porsche replace
the curtains in ample free time
paint the changes of the window in the light
little of nothing to hold on to
how the skin peels away the bugs
come apart with mayonnaise & honey

La struttura heideggeriana dell’essere dell’esserci situa nel respiro breve, nei dettagli ricchi del dolore, la forma e il riflesso dell’istante, il frattale, la solitudine come dolore e promessa di paesaggio onirico, e poi il limite e la paura:

In the dream of the river, the sound of water
Rushing, water roaring: sounds
Like animal sounds, human sounds, both: You have loved me too well and not enough...

O ancora:

My mother sometimes fought back,
But she’d bruise easily
& lie to her Chinese co-workers
At the dress shop

La parola raggiunge tutta la sua primordiale testimonianza del fluido scorrere dell’esistenza, il dettaglio non frantumato, le viscere, narrate attraverso l’ansia e il tremore che racchiudono la visitazione di un battito cadenzato, che scombina il piano dell’appartenenza, dove anche il minuto è il luogo in cui la vita dell’essere accade e laddove la vita della mente risplende:


The transplant team arrived
Exactly five minutes after
She flatlined.
When they cut into her,
Her face twitched

And her eyes
Flew open,
A customary reflex
We’d read and heard about
But never experienced first hand.

(“Her Eyes Flew Open”)

Lo scavo umano si presenta attraverso rimandi, che se possono collegarsi alla compiuta vertigine di Frank O’Hara , che «non ama l’intellettualismo cieco perché, in esso, non trova la linfa e la sorgente. Il magma poetico ha bisogno di scivolare come aggredito, di amalgamare suggestioni, depositarsi nel fondo dell’essere » (molti e variegati qui i riferimenti da «She was standing this close to me / & thanked me for recognizing her, / right in front of Penn Station / with two bodyguards on a Tuesday, 2:45 in the afternoon», che omaggia Taylor Dayne, in Penn Station attraverso una dettagliata precisione, fino alla sofisticata immaginazione di Millennial Wyoming in Unpopular Imagination, with Codeine «Until the day after minor surgery, he believed / most / of Wyoming was a factory specializing / in night-lights and bars of soap decorated with / images of bucking broncos or upright prairie dogs»), si afferma qui, appieno, la ricamata e frastagliata vitalità di un trauma, come accade nelle fenditure di tempo di Sri Lanka, in cui il chiaro omaggio a Paul Celan, si coniuga con la scissione, la spaccatura e l’abisso per un nuovo miracolo che non invecchia, supremo e fragile:

when the heart swells
can He still speak through us

inner reminating
cornered death knell
of the other side
spindled-
heaven in an earthbound
warning.


Bibliography:

COVINO P., The Right Place to Jump, New Issues Poetry & Prose, Michigan 2012.

ELLIOTT B., On Peter Covino’s ‘The Right place to jump’, (https://www.huffingtonpost.com/bobby-elliott/on-peter-covinos-the-righ_b_1903554.html), November 21, 2012.

GALGANO A., La lancia di Frank O’Hara, in ID.-BATTAGLINI I., Frontiera di Pagine II, Aracne, Roma 2017.

HIGHTOWER S., Review: Peter Covino’s “The right placet to Jump”, (http://foggedclarity.com/article/review-peter-covinos-the-right-place-to-jump/).

HOLLAND W., “The Right Placet o Jump” by Peter Covino, (https://www.lambdaliterary.org/reviews/05/26/the-right-place-to-jump-by-peter-covino/), May 26, 2013.

HOPPENTHALER J., Interview with Peter Covino (https://www.connotationpress.com/hoppenthaler-s-congeries/may-2017/3007-peter-covino-poetry), May 2017.

SIEGEL M., The right placet to jump, (https://therumpus.net/2013/03/the-right-place-to-jump-by-peter-covino/), March 30th 2013.
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copertina Tempo di riserva Silvia Rosa 2Silvia Rosa, Tempo di riserva (Ladolfi 2018)

“[...] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia. [...] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta. [...]. Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.[...]"

dalla prefazione di Gabriella Montanari

*

RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo
‒ sole minuscolo ingoiato
da un cielo di lucciole e assenze ‒
come candido marmo, una perla
screziata di buio per ogni silenzio
che custodisci con mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate
dei soffioni turchini che si agitano
in questa distanza al rallentatore,
di paura in paura, e tu sei una statua
bellissima, terribile, senza occhi
né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido
una ciocca di capelli velluto
una goccia di sangue carminio
anche un dentino per la fata che sono
quando ti rubo il respiro ‒ contro il mio cuore
o nella teca dell’ombelico, voglio che
l’odore di muschio che ti sboccia umido
in un’ombra del collo mi si arrampichi
addosso, lungo la schiena

Quando tornerai ad abbracciarmi
avrò cresciuto un piccolo bosco
d’inverno, bianchissimo,
dentro le vertebre e in bocca.
 

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.
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copertina canzone del padre
Canzone del padre - Luca Brescani (Lietocolle 2018)

“Canzone del padre”
è un lavoro sul linguaggio del perdono, sulla storicizzazione di un lessico famigliare, è uno sguardo sul rapporto abissale che contraddistingue ogni binomio padre/figlio. Non è diversa da una grande storia d’amore quella che ogni figlio intraprende con il padre e di conseguenza, nel padre/mancante, possiamo leggere la conferma di un tradimento singolare.
Il lavoro che Bresciani ci propone è quello di far convergere, verso un punto di incontro, l’elaborazione del lutto con il lavoro del perdono: “Finalmente vedo / che nessuno si salva da solo / e se oggi decido di guarire / so che anche tu starai bene”.
L’elaborazione del lutto consiste nel far sì che la perdita venga accolta, cioè che il soggetto possa trasformare l’oggetto che non c’è più (una persona amata, una rappresentazione di sé, una condizione lavorativa, eccetera) in un ricordo accettabile. Nel lavoro di Bresciani l’assenza del padre non coincide con la morte ma con l’allontanamento di una persona cara.
Non esiste un gesto che possa generare il desiderio del perdono; colui che chiede e a cui viene concesso, è immobile. È dunque un’assenza doppia quella con cui il poeta deve regolare i conti: rappresentarsi un padre che si è sganciato sia dalla catena simbolica (il padre senza legge) sia dal reale (il padre che abbandona); e infine sopravvivere ed essere in grado di riqualificare la sua funzione, di perdonare. Come indicavo inizialmente, questo poemetto, composto da brevi poesie nella forma accennata del sonetto, è un percorso che interpella la memoria fin dal suo esordio. Abitare la memoria vuol dire inabissarsi nei recessi del dolore, tra le pieghe di una ferita sanguinante e tuttavia questo sangue sembra essere il sacrificio che esige l’etica paradossale del perdono e il lavoro estenuante del lutto: “Ti devo mostrare / la pace nelle parole: / i verbi a formare una conca / come mani attorno a una fiamma”. Enunciati i punti cardinali della storia, il poemetto si inabissa nel cuore della narrazione, la strada del linguaggio cola a picco in una serie di poesie di rara eccellenza. Permane comunque un’incrinatura di luce nel luogo cupo dove Bresciani ci ha portato; il poeta riconosce nel padre una disperazione che lo trascende, quella che Jankélévitch definiva la solitudine del colpevole.
La convergenza e l’unione tra il lavoro del perdono e l’elaborazione del lutto avviene nel linguaggio: “Una nuova salita / senza armi sulla schiena: / useremo il cielo / per romperci il fiato”. Un luogo salvo è l’ultimo capitolo del libro. In questo senso Bresciani, soprattutto nel finale, ci ricorda che il perdono proviene da un luogo, la memoria, dove ha chiamato la storia della propria famiglia e dove l’assenza del padre sembra essere il presupposto ad ogni possibile riavvicinamento: “Quando manchi / manchi a tutti i figli / come un agosto decaduto / spinto giù dai calendari”. Il poeta chiama l’assenza del padre nel luogo salvo del ricordo dove far interagire i frammenti famigliari. Solo qui e solo riproducendone il suo lessico può avvenire il miracolo del perdono, dove la perdita viene accolta e si rimette - ancora - una colpa.


Fabio Prestifilippo

Ci appartiene
lo stesso modo di camminare:
troppo veloce per restare
e troppo piano per fuggire.
La stessa fame
viene a divorarci le suole
e se ne va lasciandoci dritti
come alberi appena morti.
*
Psichiatria è un reparto
che non conosce il silenzio.
È un bosco di cemento
dove si caccia tutto l’anno.
Tu avevi il collo dei cervi
dopo l’esplosione dei fucili
e nelle geometrie delle mattonelle
cercavi una croce per la tua carne.
*
Un alcolizzato lo riconosci
da come sfugge ai pasti
quando l’istinto di mangiare
viene rapito da quello di bere.
Il suo corpo arreso
è un vecchio adesivo
incollato ai bar della piazza
su cui non si legge più nulla.
*
Imitavo con la bocca
il rumore della salvezza
continuando a girare una chiave
che aveva finito le sue capriole.
Era un gesto di sopravvivenza
come bere da una pozzanghera
che condividevo nella mia stanza
con una madre che diventava figlia.
La nostra buona notte
era uno scuotere di maniglie
mentre una gola slegata dalla mente
diceva che ci avrebbe ucciso di notte.
Poi l’alba giungeva
e la porta si liberava
e nel lavandino del bagno
un arrivederci scritto col piscio.


Testi tratti da Canzone del Padre (LietoColle 2018)

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24 luglio 1993Eleonora Rimolo, Simona Bianco e Lucia Dell’Aia sono tre donne tra i sette relatori al seminario-convegno “Prato pagano. Il futuro nell’antico” che si svolgerà domani, lunedì 8 ottobre, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, per la chiusura (il 22 ottobre) della mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”. Eleonora Rimolo terrà una relazione su “Pietro Tripodo, un poeta filologo”, che ha pubblicato sulla seconda serie della rivista poesie e traduzioni, poi confluite nel suo primo libro “Altre visioni”. Di Tripodo si deve ancora capire il reale portato della sua opera, e di questo si parlerà in un prossimo convegno ideato e curato da Ines Morisani. Simona Bianco parlerà di “Un’opera a intarsio: i versi di Beppe Salvia in Prato pagano”, e in particolare delle due sillogi pubblicate quand’era ancora in vita sul primo “Prato pagano”, Lettere musive e cieli celesti. E Lucia Dell’Aia, a partire da Kore, ha elaborato una poetica scritto un intervento, “Dolci chicchi rubini”: la poesia mediterranea di Prato pagano”, che è, come lei stessa ha scritto, “una ricostruzione culturale di poetica a partire dalla suggestione mitologica del chicco di Kore nel contesto della cultura mediterranea”.

Pietro Tripodo

Da “Prato pagano” autunno 1986 inverno 1987 nn. 4-5

Da Amplitudine del sole

Pioggia estiva o nube, improvvido viene
Amore. Schianta le spume dei flutti
il tempo. I lampi abbagliano i cuccioli
ignari, se la furia è intempestiva.
Così è tale che muore, il desiderio.
Ora una vergine sorride, ora
che vecchio tremo del suo splendore.
Le galassie scaglia nel suo eterno,
schianta le spume dei suoi flutti il tempo.

Beppe Salvia

Da “Prato pagano”, n. 2 – 1980

Non luci non serene passioni di
nuda castità dimorano gli umani,
ma vagabonde mete ed improvvise
rauche voci come fosser nodi

d'un filo che circonda, perimetro,
la rete che pescano; refe, mite
artificio che sospirando filano
arcolai opachi come vetro,

e pur d'umane ammende è colma sfera
ogni speranza, lume nuovo vedo
nel filo nel vetro, dietro la vera
vita la sorte ch'e un sospetto, sete
appagata d'altra sete, serica
brezza che muove cespi dell'erica

minuta, tela c'ha perle rosee
luci serene occhi degli umani.


A sinistra una rara foto di Pietro Tripodo, scattata il 24 luglio 1993 a Civitella D’Agliano, ai lati Claudio Damiani e Gabriella Sica, al centro l’artista Bizhan Bassiri, i cui disegni compaiono su “Prato pagano”.

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ImmagineJacopo Mecca e Paolo Rigo, giovani e ben ferrati studiosi di poesia contemporanea, parleranno di Valerio Magrelli al Seminario “Prato pagano. Il futuro nell’antico” (8 ottobre 2018), curato da Gabriella Sica alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. “Valerio Magrelli straniero e sodale in Prato pagano. Un terreno fertile” è il titolo della relazione di Jacopo Mecca. “Tra forma e chiarità: Petrarca in Prato pagano?”, quella di Paolo Rigo che muove da un commento di Sabrina Stroppa a “Ora serrata retinae”.

Nella foto Valerio Magrelli, in un clamoroso articolo firmato da Franco Fortini, Versi candidi e versi volpini, in esposizione alla Mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta”, apparso su “L’Espresso”, il 9 marzo 1986, a ridosso dell’uscita dei primi due numeri della seconda serie di Prato pagano.
da "Prato pagano. Almanacco di prosa e poesia", n. 3, aprile 1981


di Valerio Magrelli

Io mi addormento come
Si spegnono le luci d’un paese,
e uno dopo l’altro
svaniscono gli oggetti dal pensiero.
Il sonno è il risultato
Di questa sottrazione:
quando il calcolo è giusto
nulla deve avanzare
e tutto torna.

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