Recensioni
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NARDINDonatella Nardin “ Rosa del battito “ Fara Editore Rimini 2020

Lettura di Fabrizio Bregoli

 

“Buttate pure via / ogni opera in versi o in prosa. / Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa.” (“Concessione”, da “Res amissa” in “L’Opera in versi”, Mondadori – 1998): così dice Giorgio Caproni in una sua poesia, affermazione che anche Donatella Nardin crediamo possa sottoscrivere, come emerge dalla lirica in chiusura a questa raccolta, che a questa raccolta dà anche il titolo, dove sono riscontrabili significative corrispondenze con il testo di Caproni: “altro non resta se non l’amore, / rosa del battito // per l’enigma che siamo”.
Poesia e mistero si interrogano nei versi della Nardin, perché è “il non detto” il centro nevralgico della poesia, soltanto questo sa offrire “da solo il suo senso profondo”. Siamo partiti - in modo non convenzionale - dalla fine, a rovescio quindi, per mettere da subito in evidenza la dichiarazione di poetica che è alla base di questo nuovo lavoro di Donatella : l’assunto della inconoscibilità dell’esistenza, in cui siamo tuttavia immersi con le nostre vite, sempre alla ricerca di un “polline di suono” (C. Rebora) che si presti a offrire uno spiraglio di comprensione, prospettiva a cui solo l’amore autentico sembra assolvere.
È poesia della perdita quella che Donatella Nardin ci offre, nella forma di un dialogo prima di tutto con sé stessa perché possa diventare tramite verso l’altro, tentare un ricongiungimento con quanto abbiamo perduto, con chi abbiamo lasciato, restituirci alla dimensione della “comunione dei vivi e dei morti” (G. Raboni) nella rispettiva compresenza.
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imageLa cura? El confinamiento
di Hernan Rodriguez Vargas

Di recente stanno girando sui social i dipinti di Edward Hopper che ricordano noi stessi in quarantena. In numerosi dipinti dell’artista ci sono dei personaggi che, in un perfetto stato di isolamento e alienazione, vengono colpiti da una forte luce solare ma il loro stato di segregazione è tale che neanche i raggi del sole possono penetrare nelle loro espressioni stupite e meditative. Questi personaggi siamo noi: costretti all’isolamento anche in compagnia, restiamo completamente da soli. C’è la primavera fuori, che arriva, ma noi dobbiamo immaginarla. C’è la luce del sole che raggiunge le nostre finestre e i nostri balconi, ma non ci tocca, perché affacciare lo sguardo sulla strada significa renderci conto di un vuoto che non è proprio quello della strada, ma il nostro. Nei primi giorni di quarantena eravamo più allegri e scherzosi, adesso di meno. In questo momento tutto sembra come se si trattasse di un sogno. L’idea di Joseph Conrad diventa ancora una volta una grande verità: «si vive come si sogna: perfettamente soli»; mentre, paradossalmente, le nostre vite, come nella poesia di Desnos, perdono, poco a poco, la loro realtà.

Nel frattempo, due parole colpiscono al cuore i nostri valori più profondi: sorveglianza e autorità. Nel mezzo di questo sogno che abbiamo chiamato quarantena, c’è chi applaude le imponenti manifestazioni di forza, di repressione, di arbitrarietà e ci invia al contempo un messaggio dal proprio balcone: «non ci interessa più la libertà, vogliamo sacrificarla in nome dell’idea di sicurezza».

In diversi articoli è stato segnalata la metafora, inconscia, ma anche voluta, tra il Covid-19 e la guerra. Inconscia perché a molti di noi sembra chiaro che la vita è un imperativo in nome della quale bisogna combattere e sconfiggere il virus (il nostro nemico comune su scala globale); voluta perché la diffusione del virus, sin dall’inizio, ha fatto parte di un fenomeno più ampio di continua politicizzazione e così si parla in modo molto esplicito di stato di guerra, degli ospedali come trincee e della crisi economica presente e futura come economia di guerra. Una metafora sensibile e per niente sottile che contemporaneamente sottintende che una guerra, qualsiasi, essendo pura emergenza rende tutto necessario e accettabile: i sacrifici delle risorse, la ricerca di eroi, martiri e tiranni, la necessità continua di sorveglianza, il bisogno della punizione, l’accesso senza limiti alla privacy o la censura. Ogni giorno diventa un’opportunità per infilare nel nostro cuore una metafora che diventa più penetrante della luce del sole, che supera le nostre espressioni stupite e meditative e che rende accettabile anche la perdita delle nostre libertà (o di quelle che crediamo di avere). Tutto, mentre ci sembra di sognare, mentre aspettiamo impegnandoci ad essere ottimisti, mentre la nostra vita perde il senso della realtà nel mezzo dell’altra trincea, quella che abita in ogni singola testa.

La cura? Non riguarda solo salvare i nostri corpi dalla malattia, neanche salvare la nostra mente in mezzo alla grande solitudine e alla speculazione politica, dalla paura alla paura, dall’ansia di un futuro ancora incerto. Si tratta di salvare anche il linguaggio dalle cattive metafore, ad esempio, attraverso la poesia.

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El confinamiento

J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité.
Robert Desnos

Una cosa queda,
una sola,

el calor del sol
la luz de las estrellas
la utopía de la justicia
y la ilusión del mar,
el mismo mar que
debo imaginar desde
una montaña alta, de nubes,
estrellas y pájaros que
cantan del otro lado
de mis sueños.

No puedo alcanzar
las flores, sino que
debo también
imaginar su perfume
y amar en silencio
todas las cosas que
no puedo ver ni tocar:

cada cosa querida
que ha perdido
su forma en medio
de tanto silencio.

Una cosa queda,
una sola,
este anhelo de ti,
de los luceros de la noche,
de la palabra «justicia»
de las flores que florecen
y del golpe azul de
las olas en el mar

*

Il confinamento

Resta una cosa,
Una

il calore del sole
la luce delle stelle
l'utopia della giustizia
e l'illusione del mare,
lo stesso mare che
devo immaginare da
una montagna alta, di nuvole,
stelle e uccelli che
cantano dall'altra parte
dei miei sogni.

Non riesco a raggiungere
i fiori, ma
devo anche
immaginare il loro profumo
e amare in silenzio
tutte le cose che
non riesco a vedere o toccare:

ogni cosa che desidero
ha perso
la sua forma in mezzo
a tanto silenzio.

Resta una cosa,
una
questo desiderio di te,
delle luci nella notte,
della parola "giustizia"
dei fiori che sbocciano
e il colpo azzurro
delle onde nel mare.

(Traduzione di Eleonora Rimolo)

*

Hernan Rodriguez Vargas è dottorando in Storia presso l'Università degli Studi di Salerno. Docente colombiano, proviene dalla Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, dove ha fatto due corsi di laurea e un corso di magistrale. È laureato in Filosofia con una tesi sulla concezione di filosofia nel secondo Wittgenstein; anche laureato in letteratura con una tesi sul rapporto tra poesia e capitalismo nell’opera di Cesare Pavese (Lavorare stanca). Così, avendo studiato e tradotto Pavese, si è dedicato allo studio della lingua italiana. Ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia e ha scritto una tesi sull’organizzazione coloniale del Seicento e Settecento sul Nuevo Reino de Granada, la quale è stata premiata dall’università e pubblicata nell’aprile del 2018. Inoltre è stato docente in diverse università latinoamericane, come la PUJ, la FUM e ha anche lavorato presso altre cattedre colombiane. Ha studiato inglese e francese e ha fatto anche parte di gruppi di ricerca. Tra il 2011 e il 2013 ha lavorato in un gruppo di ricerca filosofico il cui tema specifico è stato la filosofia del linguaggio, tra il 2014 e il 2015, invece, in un gruppo di ricerca di studi territoriali sul Magdalena Medio, infine, tra il 2015 e il 2016, in un gruppo di ricerca sulle vittime e il loro posto nella costruzione della pace nella Colombia attuale. Inoltre è traduttore e scrittore di articoli culturali, saggi e poesie.

Nell'immagine: E. Hopper, “Hotel By A Railroad“, 1952.
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VESTAGLIAAlessandro Moscè "La vestaglia del padre"(Aragno 2019)


Lettura a cura di Davide Tartaglia 




C’è una bellezza senza tempo dentro il tempo. Una bellezza che ci ha raggiunto, che ci ha sfiorato anche solo per un attimo e che ci ha ferito irrimediabilmente. Prima di andarsene. E cosa ne rimane? L’imprendibile gioia che abita il ricordo è destinata a rimanere in un mondo lontano oppure l’istante, la vita presente in qualche modo ne partecipa?
Sono queste le domande aperte dalla lettura de La vestaglia del padre, ultimo libro di Alessandro Moscè, dato alle stampe da Aragno editore; un libro evidentemente segnato dalla morte del padre del poeta fabrianese, e che trova in questa occasione il punto di abbrivo, il magma incandescente che giustifica la scrittura ma senza esaurirsi nei confini della vicenda privata. Ciò che a tema sono le domande ultime sulla morte (e quindi sulla vita), sul senso di ciò che ci lascia e quindi di ciò che rimane. Moscè conduce questo escavo attraverso una scrittura piana, senza scossoni, muovendosi in un territorio pienamente anti-novecentesco, mantenendo il ritmo ondulato e pacificato delle colline marchigiane, sul confine con la prosa. Ciò che colpisce è la capacità con cui una scrittura così apparentemente orizzontale, attaccata alle cose e alla ferialità, non rimanga mai a mezz’aria ma scatti improvvisamente verso l’alto o verso l’abisso. Una scrittura che appena sotto la superficie di questo moto ondoso cova un’energia tellurica che squarcia.
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LIBROTIBETANOMORTINella giornata mondiale della poesia Il libro tibetano dei morti è un libro necessario. 

Commento a cura di Clery Celeste


Oggi sarebbe l’equinozio di primavera e la giornata mondiale della poesia. Fatico a festeggiare entrambe le cose. In questo momento così faticoso resta da chiedersi quale parola può resistere. La poesia è in grado di resistere? Sono in grado i poeti di schierarsi contro la tragedia e il dolore, per farci approdare a una comune bellezza oppure sono tutti impegnati, anche in questi giorni, a scrivere e mettere la firma, a sventolare un proprio marchio?

Mi sono chiesta quali parole potessero essere davvero necessarie ora. Sono andata a riaprire Il libro tibetano dei morti (a cura di Giuseppe Tucci, pubblica SE). Un libro antichissimo, difficile da leggere senza alcuna preparazione. Ecco perché c’è una lunga introduzione che mette il lettore in una visione della morte completamente ribaltata da quella occidentale. Siamo abituati a pensare alla morte come a un salto, un passaggio nel buio da cui non si può tornare. Bisogna salvarsi in vita, in vita chiedere perdono. Dopo c’è poco da fare, ci aspetta il buio, o se siamo stati dei santi, la luce. Il libro tibetano dei morti non è un libro di poesie, è un libro di istruzioni, un trattato sulla liberazione. Andrebbe letto almeno una volta nella vita affinché quelle parole, al momento del bisogno, possano tornarci alla memoria e salvarci. Queste parole sono necessarie, sono quelle che devono resistere perché chi sta morendo in queste ore nelle stanze di terapia intensiva è solo, semplicemente chi muore in questi giorni non ha tempo per niente, muore solo. La coscienza del morto viene lasciata senza parole, senza un tocco. Ci sta venendo tolto uno dei primi simboli di civiltà che è la sepoltura, la giusta cura dei morti, l’ultimo invisibile dialogo tra morti e vivi.

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Claudio Parmiggiani Parla anche tu 2005 865x577Letteratura e covid19: narrazioni e contronarrazioni.

di Eleonora Rimolo

Atelier vi propone la lettura di un racconto di Antonio Tabucchi, dal titolo “Notte, mare o distanza”, incluso nella raccolta “L’angelo nero” (Feltrinelli, 1990). In questo racconto ci sono diversi personaggi, sostanzialmente divisi tra chi inquisisce, che pare sapere quello che fa e deve fare, e chi è inquisito – che appare come indifeso, goffo, ridicolo. La narrazione appare spietata, avviluppata tra le trame della memoria e dell’immaginazione, aperta al gioco beffardo della vittima e del carnefice, un gioco condotto a partire da una abituale riunione tra poeti che leggono versi, li commentano, brindano a quello che viene considerato “un buon viatico”, cioè la poesia. "In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?": Indro Montanelli scriveva questo in altri tempi mentre oggi i quotidiani nazionali recitano “Colpo di tosse al supermercato: c’è chi urla Fatelo arrestare”. La paura potrebbe condurre ad una condizione semipermanente di terrore e di richiesta spasmodica di ipercontrollo a tutti i costi? D’altronde il metodo cinese affascina ed è fonte di invidia per alcuni, oltre che restare l’unico testato con notevoli risultati: probabilmente è anche per questo che, in preda al panico, il governo italiano ha deciso di condurre un esperimento sociale che in qualche modo porta alle estreme conseguenze l’impostazione metodologica cinese – che agiva in modo drastico ma comunque localizzato. Cosa sta accadendo nel paese reale? Analizzando in maniera asettica l’andamento della società negli ultimi dieci giorni (se è vero, come dice Gramsci, che studiare un qualsivoglia fenomeno “è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza“) - cioè da quando si è stati sottoposti a quarantena per un'emergenza sanitaria che di fatto è stata dichiarata pandemia dall'Oms, della quale solo a posteriori si potranno calcolare reali danni e conseguenze – non è possibile evitare alcune domande ed elaborare alcune riflessioni. Se c’è qualcosa che forse oggi deve fare l’intellettuale è, dopo aver ammesso il proprio fallimento come ipotetico fautore di una qualche coscienza di classe, osservare ciò che lo circonda, tentandone un’analisi, e offrendo strumenti di sincera umanità e opportunità morali di ricostruzione e di condivisione. Certo le macerie che questa storia lascerà dietro sé saranno tante, e non solo di natura “sanitaria”: le testimonianze raccolte in questi giorni parlano di un Paese in cui sicuramente risulta emblematico l'invito degli amministratori a "segnalare" i casi sospetti, in una folle, feroce caccia all'untore. Il popolo risponde, opponendo il proprio patriottismo nazionalistico a qualsiasi cosa: è pronto a denunciare il proprio vicino se questo mette il naso fuori di casa senza (in apparenza) un valido motivo in nome dello Stato italiano (di cui si canta l’inno ogni sera alle 18.00), affinché ci sia una ritrovata libertà, senza ulteriori ritardi (come se dipendessero soltanto da noi). Sassi, sputi, secchi d’acqua, invettive, lattine e uova sono stati lanciati dai balconi in questi ultimi tre giorni contro i passanti, in tutta la penisola, e non solo: diversi sono i filmati che girano in rete e che ritraggono spesso anche minori, in barba a qualsiasi legge di tutela della privacy, pur di mettere alla pubblica gogna un capro espiatorio. Episodi isolati? Non è dato sapere. Certo vanno registrati, e devono aiutarci a capire cosa sta accadendo: è giusto che le problematiche che purtroppo affliggono la sanità pubblica spingano il cittadino a schierarsi con ferocia contro il suo prossimo? È indicativo leggere di una maggioranza della popolazione che inneggia all’uso delle armi, dell’olio bollente, delle torture e della malattia mortale contro chi viene visto in strada (ripeto, senza appurarne il reale motivo: dopotutto lo Stato ha lasciato la possibilità al singolo cittadino di recarsi a fare la spesa, in farmacia, dal proprio medico, in banca, etc.) e invoca l’esercito armato, lo stato di guerra, lo Stato di polizia o quello militarizzato, che dir si voglia. In quale direzione si sta andando e, in questi giorni di frenetica angoscia che attanaglia i più, che ruolo dovrebbe avere l’intellettuale, specificamente? E chi penserà ai senzatetto, quelli che sono stati denunciati dalle autorità perché ciondolanti in strada, perché impossibilitati di fatto a tornare al proprio domicilio, perché esso non esiste, così come non esiste altro che l’ipotesi della strada per tanti che vivono alla giornata, elemosinando un lavoro, una carità, qualsiasi forma di sopravvivenza in nome di una pietà che in troppi hanno dimenticato? Ciò che deve spingere alla resistenza oggi è la fede cieca nel desiderio della vita: e se militare significa affiancare la realtà e cercare di intervistarla, senza inquisire ma con la volontà di scoprire, allora anche noi dobbiamo porci un obiettivo, dobbiamo adempiere ad un compito, lanciando un messaggio, provando a restituire la speranza di una perduta umanità e di una possibile ricostruzione a tutti quelli che in questo momento davanti a sé vedono solo macerie.

Clicca qui per leggere il racconto di Tabucchi tratto da L'angelo nero: https://docplayer.it/47235410-Antonio-tabucchi-l-angelo-nero.html.


Nell'immagine: Claudio Parmiggiani - Parla anche tu, 2005.

 

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img 0739Dieci dolcezze di Marco Galvagni (Milano 1967).

Un poeta decisamente anomalo nel nostro panorama letterario, ora da gennaio nella “collezione letteraria” di puntoacapo editrice.
Più che un milanese, Galvagni sembra piuttosto un latino, o un portatore di colori e di luce mediterranea. In lui spira l’aria del mare, della libera natura. Egli è un sudamericano nato a Milano. Anche quando parla di Torino, vi porta “la canzone delle alghe” sotto “drappi d’astri” e avverte un femminile di “semplicità oceanica, ... polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo”, con “gemiti incessanti del fiore brunito” (p. 75). Di Mosca, ha fede che possa laggiù “trovare la patria del mio cuore... amando il mio viaggio felice” (p. 59).
La poesia iniziale che onora il padre, nient’affatto banale ma triste ed alta (p. 9): “su quei greti ci trovavamo,/padre,/ed era l’acuto silenzio/delle nostre illusioni,/la genesi/delle nostre buone intenzioni.”
Poi, due liriche sul poeta e sulla poesia (pp. 13-14), “siamo io e te, foglio/che mi sfidi... Il vaso di creta dei ricordi/annega di dolore il calamaio,/... scacciando i fantasmi della solitudine”.
Quindi il canzoniere, cioè quell’insieme – stilisticamente compatto – di poesie per la donna: non ho affatto intenzione di esaurire gli argomenti del libro con queste citazioni, ché non sarebbe possibile. Giusto l’essenziale, lasciando al lettore il piacere della scoperta.
Il tema della poesia di Galvagni è uno soltanto: la donna.
Il riferimento dei pochi dati di realtà non è a una sola donna, o almeno così sembra, ma all’universo femminile, a partire da una ragazza “reale” ma appartenente al trascorso, di cui si fornisce financo il nome, “conosciuta a 16 anni” (pp. 17 e 18), con cui l’amore fu “seminato con un possente aratro/in campi di stelle”.
E da lei parte la prodigiosa, variopinta, vitale e immaginifica figura della donna-natura, già dalla prima sezione, figura che si moltiplica, e diviene molte donne. Tutte. Forse troppe?
I suoi capelli sono corvini e onice (pp. 49, 60, 63, 72) o neri (p. 86) o corvini sono i suoi tratti (p. 83, 87; oppure biondi e d’oro o d’ambra (pp. 21, 22, 27, 28, 39, 59).
Gli occhi sono neri (pp. 72, 79, 88) o con “pagliuzze nere” (p. 81), oppure ramati o di quarzo (pp. 22, 32, 33, 35, 42, 65, 74) o nocciola (p. 22, 23, 27, 38), eppure “non nati” (p. 39). Lo sguardo, di cerbiatta (p. 25).
La lirica cortese di Galvagni si dà connotati sensuali e anche di realtà. Nello stesso tempo, la donna è l’oggetto del desiderio che, come tale, non viene mai raggiunto.
Anche se fossi dentro di te, non ti avrei: “perché sei inaccessibile nel momento medesimo/in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo” (p. 28). Dal tu al lei, si passa nella stessa poesia.
D’altro canto, si guarda a lei come dall’alto si guarda la terra: lei è “Bella come il mondo da una mongolfiera” (p. 87). Ti guardo come se ti possedessi, ma solo in certo senso, di lontano. E dunque, sempre, a partire da una separazione: “La mia bocca d’esilio vorrebbe mordere la tua carne” (p. 68).
Con tutto ciò, in quanto forse mai attinta, o forse appunto per questo, resta che la donna è la speranza di salvarsi la vita. La donna è la terra promessa. Troppo spesso la speranza crolla, a contatto con la realtà di ogni giorno: la poesia di Marco Galvagni rammenta il valore del sogno, parola che dal canto suo innumerevoli volte ricorre nei versi.
Sembra che il cielo stellato, così ricorrente, sia il cielo dell’immaginario e del sogno, che riacquista tutta la sua potenza, come polo e scaturigine delle immagini che offrono senso e forza al cammino.
La donna è desiderio di unità nel due, “nel dolce sogno d’una vita comune” (p. 40). D’essere condotto “per mano”, “verso una vita felice,/verso l’inferriata/che mi divide da me stesso” (p. 49); o anche, le si dice, “verso una vita lieta,/divelgi l’inferriata che mi divide/dal tuo sorriso che tutto occulta” (p. 53); colei con cui già (s’immagina) “Viviamo in un solo zampillio,/apparteniamo al porto più felice”, mentre “più oltre tutto è macerie” (p. 66).
La donna è desiderio, amore d’amore, da parte del poeta, desiderio d’essere desiderato (pp. 29, 61) e amato (pp. 29, 79).
Rimedio sicuro alla solitudine, più volte menzionata (pp. 36, 43, 44, 71) è in grado di sondare “la mia mente penetrando nell’anima” (p. 65).
Tanta ingenuità, se si assume il termine nel senso più nobile ed elevato, tanta laica e pur religiosa fede, meritano attenzione e lasciano pensare.
Certamente il riferimento è alla lirica d’amore, dai primi tempi dell’Occidente, inclusa una componente dionisiaca: “ballerò con le stelle una danza,/onda su onda la rugiada dei prati su cui ci rotoliamo/feriti d’amore dagli aghi di pino” (p. 31).
Certamente, è vero, la poesia di Galvagni trova un riferimento nella lirica cortese. Non proprio Dante: difatti, egli (per quanto di cortese in lui ricorra, e senza dimenticare le differenze) non menzionò mai i particolari del corpo dell’amata, se non nel senso di sublimarli o riferirli a una sfera superiore, come la menzione della bocca sta alla parola che edifica o al volto o al sorriso – in Galvagni invece compaiono, con chiaro riferimento erotico, le cosce bianche e snelle (p. 27), la farfalla oscura o il fiore brunito (pp. 28, 69), i seni “coppe d’argento del desiderio” (p. 28), tra cui “l’universo incolore/assume la forma delle fiamme” (p. 30), “due città sconfinate nel mare degli occhi” (p. 67), “morbidi seni poi turgidi/eretti a dismisura” (p. 74), visione di “turgidi” “seni verso il mio corpo” (p. 88); sono le notti e i giorni di gemiti straripanti (p. 37) – facendo seguito a una intonazione carnale che proviene anche dal medioevo. Non che la poesia delle corti, per il fatto d’esser tale, non comprendesse anche il corpo. Lo intendeva, e in molti casi, in qualche modo, vi mirava.
Mauro Ferrari, nella postfazione, avveduto del valore di questi versi, scrive che Galvagni è decisamente ispirato dalle radici della poesia occidentale, ripercorrendola tutta, compresa la tradizione cortese del medioevo; aggiungerei che ciò rischierebbe, se fosse l’unico carattere, di collocarlo fuori tempo, decisamente e da molti punti di vista. Ma intanto, mi sembra sia vero.
Tuttavia, oltre a concordare sullo spirito di tale collocazione, direi che c’è dell’altro, che non sfugge a Ferrari, quando egli accenna al “repertorio lirico-erotico” di questo poeta: qualcosa dei suoi versi lo rende modernamente antico, scrive Ferrari. È che, a mio avviso, la poesia di Galvagni arieggia qualcosa di sudamericano, certo con meno scaltrezza, per quanto possa servire il mestiere a conseguire la dimensione nella poesia, ma guadagnando per la via della freschezza d’ispirazione. Egli stesso, Galvagni, lo suggerisce, quando precisa che, oltre a una decina di composizioni riprese da altre sillogi, e che anche a mio parere stanno benissimo anche in questa, tutte le altre (non poche: una sessantina, e ben corpose) sono state scritte “in due mesi esatti: dall’ 8 aprile all’8 giugno 2019” (p. 89).
Poesia d’ispirazione e di forza, dunque.
Per via della straripante presenza femminile, fisica e sensuale ma insieme e di continuo sconfinante nell’atmosfera dell’immaginario, la poesia di Marco Galvagni risente anche della poesia latino-americana, che presumo l’autore conosca.
Come in Neruda, in qualche diverso modo, in questi versi prospera e fiorisce l’aggettivazione che disloca in maniera felice e generosa i sensi dei sostantivi usati.
Sono sue, di Neruda come di Galvagni, le esclamazioni, le enfasi per niente enfatiche, ma al tono giusto: “Ah mia mesta chimera...” (p. 29), “Ah lievi, pazze coppe agili... /Ah sapori, palpebre d’ala viva... /Ah cosce snelle di miele svestite” (p. 70).
Galvagni è quindi poeta greco, lirico e dionisiaco, o anche un poeta cortese del medioevo, che è nato nel Novecento e scrive nel ventunesimo secolo.
È mai esistita questa sua donna? Mi sembra dubbio, mi pare certo.
Mi sembra molto dubbio: per via dei riferimenti vaghi e molteplici, che rendono di volta in volta le molte dell’uno, l’universale femminile, più che la singolarità dell’esperienza in esistenza. A meno che non ci si riferisca a quella davvero nominata, la donna-origine. Ma non credo che basterebbe.

É certo, nel senso che, per questo dolcissimo e assai tormentato poeta, la figura femminile è il ricettacolo di tutto il desiderio, senza residui. E, al contempo, non è tanto detto ma s’intuisce, di tutta la pena d’esistere; lei, al tempo stesso grande sorgente, dannazione e figura consolatrice.

Carlo Di Legge

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garcia ciciciSonetti teologici di Agustin Garcia Calvo (tradotti da Lorenzo mari), (l'Arcolaio) - Nota di Stefano Pradel.
Agustín García Calvo (1926-2012) è stato senza dubbio una figura complessa all’interno del panorama culturale e artistico spagnolo. Linguista, poeta, drammaturgo, saggista, traduttore e filosofo, è stato insignito in diverse occasioni di prestigiosi premi che hanno riconosciuto l’importanza del suo lavoro nei diversi ambiti delle lettere.
I Sonetti in questione appaiono a modo di prologo del lungo poema in versi liberi Sermón del ser y del no ser (1972) e si tratta senza dubbio di un esercizio dalla componente ironica, per la quale il filosofo utilizza una forma chiusa come mezzo espressivo per un «pensiero raziocinante e sillogistico» che, proprio nella Spagna franchista, incontrava paletti e paratie in ogni dove (non a caso, il Sermone viene composto durante gli anni dell’esilio parigino). Ci troviamo di fronte a un esempio di riscatto di un pensiero cantante che vuole ritornare all’origine del linguaggio, a quello stadio di innocenza anteriore alle sovrastrutture di potere che lo degradano, per farne, da questo luogo, territorio di resistenza e sviluppo di un contro-discorso che dia un nuovo senso alle mallarmeane «parole della tribù».
Il libretto si presenta diviso in tre parti, che soddisfano ampiamente i tre requisisti necessari a una comprensione tridimensionale della poliedrica figura del pensatore spagnolo: collocazione etico-estetica all’interno del panorama culturale iberico ed europeo, concretizzazione del fare poetico e approfondimento del suo pensiero poetante. Ovvero, dopo una breve ma approfondita introduzione riguardante la figura di García Calvo, ci troviamo di fronte ai due sonetti che danno titolo alla plaquette, per concludere con un’intervista condotta dai poeti David Eloy Rodríguez e Laura Casielles.
Si ha qui l’occasione, per un momento, di collocarsi in un tempo antico, anteriore allo scisma dettato da Platone, in cui poesia e pensiero filosofico, seppur calcando strade apparentemente divergenti, ambivano alla stessa meta condividendo proficuamente lo stesso mezzo. García Calvo si riappropria di uno strumento considerato per secoli inadatto e inaffidabile alla conduzione del pensiero, all’esplorazione di qualsivoglia episteme situata al di fuori della sfera individuale. Per quanto riguarda i filosofi, si tratta di un’operazione che, nello spazio geografico e storico della penisola iberica, trova un numero esiguo di tentativi e, al di fuori di Unamuno e Zambrano, un numero assai minore di realizzazioni di successo. Lo stesso non si può dire dei poeti, che afflitti forse dalla coscienza di un diffuso e crescente discredito “sociale” della poesia (o forse da una generale diffidenza del proprio mezzo), hanno tentato per tutto il XX secolo di ricucire lo strappo tra parola cantata e parola pensante. L’obbiettivo era, ed è, la ricostruzione di una poetica del logos, il cui carattere è stato delineato da George Steiner nel suo The poetry of thought, avulsa dalla transitorietà di mode, scuole, gruppi o generazioni e che in Spagna trova importanti esponenti già a partire da Luis Cernuda e un referente “filosofico” nell’opera della stessa Zambrano.
L’impresa di Mari, quindi, merita un doppio plauso. Quello dovuto alla figura del traduttore, che anzitutto qui si cimenta con i limiti imposti da una forma chiusa e ne supera con agilità i trabocchetti; e quello dovuto all’operazione di “recupero” e divulgazione di un pensatore poco conosciuto in Italia e che, dalla frontiera della lingua, ha molto da indicarci.
Stefano Pradel

Agustín García Calvo, Sonetti teologici, cura e traduzione di Lorenzo Mari, L’arcolaio, Forlimpopoli, 2019, pp. 47, € 10,00.
Pubblicate le poesie finaliste

del

VENTISEIESIMO PREMIO LETTERARIO

CITTÀ DI BORGOMANERO

Votazioni on-line dal 01 al 20 aprile 2020

La premiazione è stata rinviata in autunno.

 

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