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Nota di lettura a “Coppie minime” di Giulia Martini (InternoPoesia, 2018)
Di Eleonora Rimolo

L’arte è il nostro modo di organizzare il vuoto, come sostiene buona parte della critica psicoanalitica: questo, però, non vuol dire banalmente che la poesia esiste solo in rapporto con i fantasmi di chi la scrive (cioè che il verso sia solo la strutturazione in linguaggio del nostro inconscio), ma che proprio a partire da questa traduzione in significante della nostra interiorità si aprano spazi vuoti e sterminati di significato da riempire con tutte le possibili alterità che ci circondano, e che sono universalmente valide per tutti. È l’operazione sopraffina che compie Giulia Martini nel suo libro Coppie minime, edito da Interno Poesia: la passione per gli elenchi, con cui proprio il libro inizia (“Indiano, Patagonico, Siriano/e Grande sete e Sabbie nere, Gila, /il Quarto vuoto, il Gran Bacino, Gobi, /l’Antartide, Los Médanos de Coro. /Victoria, “se ci vai, non esci più” /e Atacama, Tanami, Sahara, /Sonora, Sabbia rossa, Artide, Lut –/è l’ora, è l’ora, è l’ora, è l’ora, è l’ora...”), è il sintomo di una rara attenzione nei confronti del catalogo muto della vita, dal quale l’autrice cerca di trarre un messaggio nascosto, celato dalle congiunture ritmiche che uniscono le parole (e le cose, dunque). Parte quindi un viaggio alla ricerca della minima scheggia di senso: non è un camminare casualmente sulle strade già battute da altri (quasi come un’eco dei versi callimachei “Odio il poema del ciclo, né gioia mi dà quella via /che conduce la massa da una parte e dall'altra” – qui proposti in traduzione di Casertano-Nuzzo), ma una seria indagine all’interno della lingua, che meglio di tutto il resto può dirci chi siamo, e da chi fuggiamo (“Vegliare vigilare sorvegliarsi/e giù fino a squadrarsi sospettarsi. /Alla vigilia del nostro stanco/ammanco di cassa, ancora ti manco? /Sono già in treno di dimenticarti”). Una serie di immagini si affacciano sulla scena del verso con connotati insoliti, enigmatici, la cui ambiguità spesso lascia il lettore attonito, confuso: perturbanti sono i distici e le brevi elegie in frammento che accendono una luce improvvisa e breve su una piazza, su una casa, su una donna, su una pinacoteca (“Pinacoteca I: «Stefano, cosa stai dicendo?»/La faraona dal loggiato avvista/gli argomenti che conti sulle dita”. O ancora: "Sempre leggi libri tristi./Gli anni pari dici distici”). Sono, questi, luoghi e oggetti che diventano un vero e proprio culto a cui sacrificare la propria identità, nel nome di una imponente tradizione da ripercorrere con originalità e onestà al fine di riagganciare il filo dei “pensieri fricativi” di un presente quotidiano privo di liricità (“Prima che tu torni/il gallo canterà di notte/e brinerà di nuovo”). Le ritualità, le ripetizioni degli schemi e degli stilemi, il duplicarsi di alcune figure di donna (celate al principio, per poi esplodere in modo esplicito con il concludersi del discorso poetico) sono lo stratagemma attraverso cui la Martini opera una catarsi (“Tutto quello che ha un rito/ti ripropone”) che dovrebbe liberarla da una serie di irrisolti conflitti interni (“Sono il tuo nome come un rimorso/dal sottosuolo”.) dai quali però non emerge mai una sintesi, una digestione completa. La voce dell’Altro arriva sempre distorta, filtrata dal telefono (“È la tua enne che non sento bene/se la cornacchia del telefono/– due cinque due zero uno puff – /m’insinua una pulce nell’orecchio/che gracchia: /tu tu tu tu tu...”), dallo schermo del pc (“Deserto come sfondo del tuo desktop/che popoli d’icone e di risorse – /risorgo proprio lì, da qualche pixel/sgranato per stanchezza in un miraggio”) o semplicemente da una memoria “che si sposta / più a settentrione di un monosillabo” e che rimane “sempre sul fondo” di una superficie a tratti scivolosa su cui la Martini rimane a giocare con il suo dolore, che è anche il dolore del mondo. Una ferita pulsante ma inconsolabile, perché, in fondo “se la rivedessi, che direi?”. Settimane, mesi e stagioni intere vengono attraversate a larghe falcate con la fatica di chi rimpiange il riposo (“Eri tutta nel sollievo/di rientrare a letto”) ma non può concedersene più: il tempo della supposta eternità d’amore è terminato (“Ah che bello, non mi vedrai invecchiare”), perché “i conti non tornano” e quindi “non ti dico dove mi reco”, mentre la tenuta lirica dei testi si intensifica e la poeta si intestardisce sull’impossibile reclutamento di una presenza materna (“Guido, io vorrei che tu e Lapo e io/e Kennedy e Roland e Winston C. /e la mia santa mamma che sta lì/in cucina a straguardare la tv/ [...] io vorrei che fossimo ancora vivi”.) giungendo alla conclusione che si può soltanto essere figli certi del proprio verbo, grazie al quale abbiamo il diritto (e forse il dovere) – parafrasando Lacan – di significare per qualcuno, prima che qualcosa.
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th"Le anime di Marco Polo" (Giancarlo Baroni, Book 2015)
Lettura di Andrea Fallani

I viaggi dell’uomo europeo

Il vero viaggio di scoperta
non consiste nel cercare nuove terre,
ma nell’avere nuovi occhi.
(Marcel Proust)

Il viaggio verso luoghi lontani, l’esplorazione dell’ignoto e la ricerca di nuovi mondi si sono ritagliati uno spazio importante all’interno della storia della cultura occidentale. Moltissimi sono stati gli intellettuali, poeti e filosofi che hanno contribuito alla cosiddetta letteratura odeporica; a questo filone appartiene anche Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015) di Giancarlo Baroni. Come si intuisce già dal titolo, il tema principale della raccolta di poesie è appunto il viaggio, scrutato da diversi punti di vista: nelle prime sezioni sono i grandi esploratori del passato a parlare delle loro scoperte, delle meraviglie che hanno incontrato, delle disillusioni; nelle ultime è invece il poeta a prendere con decisione la parola, ripercorrendo i luoghi dei propri viaggi, veri o immaginari che siano.
Una lettura che però facesse delle Anime di Marco Polo un inno o un’apologia dell’uomo europeo, del suo spirito d’avventura e di conquista, cadrebbe in errore: in molte liriche si affacciano infatti le voci degli sconfitti, delle culture estinte dalla nostra, dei massacri che per secoli l’uomo occidentale ha perpetrato in giro per il mondo. Il viaggio, la partenza verso nuovi mondi assume quindi un duplice significato, che sembra insito nell’etimologia stessa della parola: partire deriva dal latino pars, partis col significato di parte, frazione, contenendo quindi un senso profondo di separazione, distacco e persino morte (da cui il termine “dipartita”); e allo stesso tempo dalla stessa radice deriva il verbo latino parere, “partorire”. Una opposizione di significati simile può essere rintracciata anche in altre lingue europee: si pensi all’inglese travel, che conserva un qualcosa di relativo alla sofferenza (il tripalium era uno strumento di tortura) e che in italiano potrebbe essere reso anche con “travaglio”.
La raccolta di Giancarlo Baroni deve quindi essere letta tenendo sempre ben presente questo bi-frontismo, questo controcanto all’esaltazione dei più grandi avventurieri di tutti i tempi. Se quindi il viaggio di Cristoforo Colombo sembra quasi l’attuazione di una volontà divina («Ho attraversato l’Atlantico portando / Cristo sulle mie spalle. Misericordia / gridavano durante le tempeste / senza accorgersi che era fra di noi / il Salvatore. Come saremmo arrivati / altrimenti sin qua / dove comincia un paradiso in terra?»), incoerente ed ipocrita appare la ferocia dei conquistadores («Basta rovine / con le pietre del tempio innalziamo / la prima cattedrale» e «Quanto orrore commesso falsamente / nel nome del Signore»).
Le anime di Marco Polo guarda al diverso, all’Altro da una prospettiva dichiaratamente occidentale, in quanto la cultura d’appartenenza del poeta non viene mai rifiutata ma anzi valorizzata proprio alla luce dell’incontro con il nuovo e l’estraneo. La penultima sezione Le città dei santi, nella quale ogni poesia viene dedicata ad una città diversa e al rispettivo patrono, può essere letta come excursus volto all’esaltazione delle differenze, delle peculiarità che esistono anche a poca distanza da noi. L’importante di un viaggio non è quindi la lontananza o l’esoticità della metà, ma lo spirito con il quale si affronta: ognuno può decidere di essere un conquistador, sprezzante e irrispettoso, profondamente falso e ipocrita («Come dei lupi sbranano / le spade al posto del Vangelo»), oppure un esploratore attento e rispettoso della diversità, come Charles Darwin («Più vicino al mistero dei misteri? / Specie diverse di fringuelli / una specie per isola / un becco per uccello...osserva / affinità e differenze, poi / ci ragiona con calma»). Proprio quest’ultimo viene indicato implicitamente come il viaggiatore perfetto che osserva le affinità e le differenze e solo a mente fredda, dopo un attento ragionamento arriva a formulare un giudizio.
Poco importa se l’incontro col diverso avviene solo a livello mentale, nell’immaginazione del poeta, l’atteggiamento da tenersi rimane lo stesso, come appare dall’ultima sezione Paesi reali luoghi immaginari. La scrittura si configura come mezzo di viaggio, capace di trasportare il poeta in luoghi lontani nel tempo e nello spazio: in questo modo, alla maniera di Salgari, che ad una straordinaria fantasia coniugava una vita bloccata nella routine quotidiana, è possibile scoprire ed inventare nuovi mondi. La scelta di Baroni cade spesso sui momenti storici nei quali il mondo occidentale ha dato una pessima prova di sé come in Berlino 1961; Hiroshima 1945:

1
Mi avvicino alla finestra affacciata sul parco
al posto dei rami una parete di mattoni
impedisce al cielo di entrare mi soffoca la vista.

2

La foglia recisa dal ramo mi penetra nella carne
un lampo incendia questo giardino
e incenerisce il mio corpo

Quelli delle Anime di Marco Polo sono, in conclusione, viaggi nel tempo, su un asse diacronico, volti alla scoperta o riscoperta di inediti punti di vista sugli eventi e i personaggi storici. L’indagine arriva a prendere in considerazione fatti lontanissimi da noi, tanto da chiudersi all’insegna di una poesia in cui gli homo erectus vengono messi in scena, A Isernia la Pineta, caricando l’intera raccolta di un’eco dell’Uomo del mio tempo quasimodiano e facendo quindi emergere il sospetto che noi uomini sapiens sapiens abbiamo ancora molti tratti in comune con i nostri antichi progenitori:

Scheggiate la pietra per renderla
aguzza come artigli
i margini diventano taglienti
nella savana vi temono
bisonti rinoceronti persino gli elefanti.
Trascinate le prede fino all’accampamento,
ai bordi del torrente riparati dagli alberi
vi aspettano le donne coi bambini.


Con questa conclusione il poeta sembra voler suggerire che ancora oggi l’evolutissimo uomo europeo, che ha esplorato e colonizzato tutto il mondo, che ha piegato la natura al proprio intelletto e conquistato il vertice della catena alimentare, non è, in fondo, tanto diverso dai primi ominidi apparsi sulla Terra. Nella storia dell’umanità allora l’unica evoluzione possibile è quella individuale, di particolari anime, come quella di Marco Polo, capaci di mettere da parte pregiudizi e luoghi comuni e partire alla scoperta dell’Altro.

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35973113 2545445022147558 4035449837078970368 nMichele de Virgilio, Tutte le luci accese - Poesie 2011-2017, Ladolfi 2018
Nota di lettura di Alfonso Guida

Qui non si tratta tanto di letteratura, ma di umanità. De Virgilio scompone le sue giornate, vi trova inevitabilmente tessere di realtà. Come sa essere concreto questo giovane poeta. A Michele però sembra non interessi la poesia nel suo status letterario, astratto. Qui la poesia è funzionale a una lunga esperienza biografica. Tutte le luci sono state accese da un io non invadente, ma grato, portatore del sorriso senza del quale, diceva Chopin, non sarebbe possibile vivere. Michele ordina le sue storie più intime, i suoi fiori di siepe, i suoi nascondimenti segreti e non li impasta ai resoconti simpatici e volutamente leggeri del suo lavoro in un centro di riabilitazione di malati psichiatrici. Michele rasserena quando passa in rassegna le città viste, intraviste, sognate, non importa. E rende la disperazione una nuvola di primavera quando affronta le giornate dei malati o li fa parlare in dialoghi serrati, stringati, succosi, dialoghi origliati nei padiglioni dove è sempre luce sorvegliante. Nei reparti psichiatrici, lungo i corridoi, luci azzurrine restano accese tutte le notti. È la regola del controllo. Michele parla di queste luci ma anche delle luci festose di un giorno di liberazione, quando si aprirono i cancelli, e molti matti si inginocchiarono davanti a Basaglia. Spicca la tenerezza fraterna per Paolino, che davvero voleva vivere e lì, tra le gabbie, si è lasciato morire. Certi uccelli migratori, in stato di cattività, cominciano a beccarsi a sangue il petto fino alla morte. Si sappia. Tra i regni e le vite non c'è poi tanta differenza. È questo dato primeggia nelle poesie di Michele. È un libro che si legge con piacere. Io devo molto alla capacità di leggerezza con un dramma così imponente di questo giovane poeta. Qui la malattia non è esaltata e l'io autobiografico è contento perché è educato e resta al suo posto.

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9788833440064Marco Nicastro, Scatti della memoria, Buccino (Sa), Eretica, 2018
Nota di Lettura di Giuliano Ladolfi

Concordo con la prefatrice Eva Nicastro, che nella scrittura dei racconti l’autore sia stato agevolato dalla frequentazione con la poesia: lo avverto nell’attenzione alla parola e nella necessità di aprire squarci di senso sulla realtà tramite la memoria.
Il singolo lettore, pur apprezzando tutti i personaggi, a mio parere, si identifica con quello che in quel momento della vita lo rispecchia. Quindi questo lavoro potrebbe accompagnare una persona durante le diverse fasi dell’esistenza in un cammino sempre nuovo alla scoperta di se stessa. La memoria, infatti, è un sollievo e un tormento e non riguarda unicamente le vicende tristi, ma anche quelle liete, perché inevitabilmente produce un cortocircuito con il presente.
Ma il ricordo ci garantisce l’esatta ricostruzione di una vicenda, di una sensazione, di un’emozione? Ogni ricostruzione non è forse soggetta alla situazione che si sta vivendo?
Le vicende raccontate mi hanno posto continui interrogativi.
Senza dubbio il testo è sostanziato da una profonda conoscenza dei meccanismi psicologici che stanno alla base della memoria e che sono stati rappresentati in modo artistico.
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51zt 5z0wFL. SR600315 PIWhiteStripBottomLeft035 PIAmznPrimeBottomLeft0 5 SCLZZZZZZZ Gabriela Fantato, La seconda voce (Transeuropa 2018)

Lettura di Eleonora Rimolo

La seconda voce di Gabriela Fantato è quella di un coro che tenta con la musica di ricostruire una storia: sullo sfondo ci sono le cose, in superficie un gioco sinergico in cui l’Io e il Tu si incontrano, si scontrano, si dicono addio, si ritrovano in altri modi – sotto altre forme simboliche. L’attenzione per gli oggetti è esplicita sin dal primo testo che apre la raccolta (Ecco, là davanti le cose): cianfrusaglie convalescenti (“le cose rotte si radunano qui”), e dopo il buio. Sono appunti sulla vita che l’autrice ha preso negli anni rincorrendo i tasselli di un incastro impossibile, per ritrovarsi tra le mani queste schegge di passato, taglienti e tristi (“la nostalgia, oltre la ferita”) in cui si riconosce la gracile materia di cui siamo fatti: “ecco l’osso [...] è lì che si ficca il tempo [...] ecco i nervi,/le fibre che sfuggono/ogni previsione [...] ecco il sangue buono e giusto che ci corre”. A questa arida materialità che ci circonda, e di cui non possiamo fare a meno, Gabriela oppone la forza propulsiva dell’immaginazione (“eppure se ti vengono dei sogni [...] lì si ricomincia/la questione”): è quella la prima voce, la pascoliana “voce d'una accorsa anelante,/che al povero petto s'afferra/per dir tante cose e poi tante, /ma piena ha la bocca di terra”; e dunque è costretta prima o poi a tacere, sopraggiungendo la morte (“il nero schiaccia ancora/il silenzio”). Alla consunzione inevitabile del tempo il poeta oppone la forza resistente della gioia, citata in due strofe del testo Delta del Po: una testarda opposizione della memoria, il suo dolce rifluire nel verso in chiave vivificante, nella piena coscienza della sua imperfezione (“l’uomo lascia la lenza appesa a una sedia/quasi solo per non dimenticare/la gioia [...] resistiamo./è questa la tenacia della gioia?”).
Tuttavia la formula dei sogni non è mai un’espressione esatta, ed è proprio mentre le nostre fantasie sfumano dopo lo scontro con la materialità che interviene la voce seconda di Gabriela, e cioè quella di una umanità corale, affastellata dentro un contenitore caotico che chiamiamo mondo e costretta a subire violenza, indifferenza, sopraffazione: è il caso dei testi dedicati a Martina, a Natasha, al “pirata” e a tutti coloro che sono le “caviglie rotte della storia”, una storia che non concede pietà alcune alle fragilità delle vicende umane e che ha bisogno di un gesto di carità - la poesia. La dimensione sociale di questo libro ci pone dinanzi all’evidenza che la conoscenza di Sé non può che avvenire parallelamente alla conoscenza dell’Altro, e che soltanto dall’apertura e dall’attenzione a ciò che succede al “diverso” possiamo comprendere qualcosa di noi stessi. Dentro il labirinto tortuoso dove continuamente si svolge l’“offerta in sacrificio” di una vittima “noi restiamo qui/poveri e nudi/come una montagna”: dal nostro punto di osservazione non dobbiamo passivamente subire “l’ultima notte” ma – come nel testo dedicato alla Cvaetava – accogliere “la pagina” che “nasconde l’assoluto del gesto”, così da percorrere l’esperienza del vuoto ed attraversare “il muro bianco, sempre più bianco”.
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PAVONECOPERTINAGianluca Pavone, Esercizi di vuoto (L’Erudita, Giulio Perrone Editore 2018)


Lettura di Clery Celeste

 

Esercizi di vuoto di Gianluca Pavone dimostra di essere un’ottima prima prova poetica. Un titolo che non lascia speranza, che apre tutte le possibilità della rappresentazione del vuoto, come fossero appunto esercizi eseguiti in una stanza vuota per abitare tutto lo spazio in una completa e affilata solitudine.

Il libro è composto da tanti testi in successione senza una suddivisione in sezioni; due invece sono i nuclei del libro, ben riconoscibili soprattutto nella forma e nella versificazione. La prima parte è formata da poesie con un andamento serrato e con una verticalità nella versificazione molto intensa e ripida, nella seconda parte invece la forma è più compatta, con un ritmo più lento e una maggiore liricità.

Gianluca sperimenta in forma privata e personale tutte le dimensioni del vuoto, della mancanza e della chiusura e ce le restituisce attraverso immagini seriali comuni, che appartengono a tutti. Ecco quindi che gli elementi più laterali e meno osservati che formano la casa prendono parte attiva a questi esercizi “Con lo spettro che ti attraversa nudo/ (certe sere senza pietà)/ da un foro aperto/ tra le piastrelle, sempre qui/ o tra le tempie/ e l’attaccatura dei capelli.” L’autore restituisce dignità a oggetti marginali come il particolare delle setole di uno spazzolino “Ogni giorno contato/ tra le setole di uno spazzolino.”: sono quindi una visione da vicino e un’analisi dal basso che attraversano tutti i testi di questo libro. Lo sguardo è orizzontale, ci si mette sullo stesso piano delle cose, non si è altro che carne e “Dall’interno/ con gli organi in scomparti da ipermercato/ si produce l’urlo locomotore”.

Gianluca ha la capacità di presentare in una sola poesia più immagini molto forti a cascata, come tanti frame fotografici che si susseguono, che si imprimono nella retina e non lasciano scampo. Il ritmo infatti è frenetico, la verticalità si presenta in tutte le poesie in forma più o meno estrema. Questo bisogno comunicativo è una slavina di immagini dense e disarmanti, il suono spesso è raschiante e il fiato si spezza più volte nella lettura.

È la prima prova poetica di questo autore, Gianluca è nato nel 1975, ma la poesia non è qualcosa che spunta in un suolo arido, la si cova dentro, cresce e mette radici profonde e a un certo punto ha bisogno di aria, di essere liberata e restituita alla luce. La sensazione che si ha leggendo questi testi è quella di una diga che si rompe, di acqua che sfalda tutti gli argini e bagna la terra arida dopo lunghe assenze di pioggia. È una poesia che parte da un istinto fortemente terapeutico e si trasforma in una richiesta di aiuto, di rottura di un silenzio comune che ci appartiene per cui “per me lascia un fiore,/ una parola nel mio vuoto.”

Consiglio quindi questo libro perché è un libro sincero, della fatica e del dolore, di una ferita verticale che scinde il corpo a metà e perché possiamo anche noi essere “scomparsi anche loro/ in un vuoto/ ma in modo diverso.”
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Ces71yIXM8JOFLare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che...(il melangolo, 2018)

LA POESIA E' VERAMENTE FINITA?

di Giuliano Ladolfi


Mi capita molto, molto raramente di “divorare” un libro interessante, perché preferisco la “lentezza” della lettura che mi spinge a meditare e a rimeditare su quanto sto apprendendo. Invece non sono riuscito a trattenermi di fronte alla pubblicazione di Cesare Viviani La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (Genova, il melangolo, 2018). In primo luogo mi ha catturato l’argomento che prende in considerazione la situazione attuale della scrittura in versi, in secondo luogo, forse il primo per importanza, per la stima nei confronti dei testi pubblicati dall’autore, in terzo luogo per una serie di motivi più personali: per mettere in crisi le mie convinzioni, per ampliare gli orizzonti mentali sull’argomento e per dialogare con chi da più di quarant’anni sta praticando quest’arte.
Il risultato della lettura è stato entusiasmante: sono stato subissato da una valanga di concetti, di problemi, di suggerimenti, di esperienze, di consigli, di spunti di riflessione. Non ci troviamo, infatti, di fronte a un trattato di estetica o di poetica, ma a uno zibaldone di appunti di contenuto assai diverso, che spaziano dalla natura della poesia alla situazione odierna della poesia, alle mode attuali, al mutamento di situazione rispetto alla seconda parte del Novecento, alla condizione del poeta, al rapporto della poesia con la contemporanea società “emporiocentrica”, con il lettore, con la vita, all’indiscriminata proliferazione delle pubblicazioni su internet, al dilettantismo, alla mancanza di autentica critica letteraria ecc...
A parere di Viviani, di fronte all’impossibilità di una definizione della parola poetica non resta che prendere consapevolezza della condizione di limite: «La parola della poesia non ha la finalità di comunicare contenuti e valori, o di coinvolgere emotivamente i lettori. La parola della poesia ha un valore in sé, in quanto autonomia irriducibile: ha il valore straordinario di essere percezione del limite», «Il fondamento della poesia è il vuoto, l’assenza, il nulla». Sono consapevole che citare la singola riflessione si corre il rischio di perdere di vista il senso generale, perché i temi sono posti e ripresi più volte.
Parte considerevole viene attribuita al silenzio (e qui si coglie l’esperienza del terapeuta che conferisce maggiore importanza al silenzio rispetto alla parola), alla lettura dei poeti, alla dignità dello scrittore, alla critica, alla commistione tra poesia e interessi personali. Il testo è sostanziato da una forte tempra morale che conferisce autorevolezza e a dignità.
Personalmente non concordo con alcuni posizioni e trovo eccessivamente astratti i concetti fondanti come quelli di poesia come “consapevolezza del limite” e non perché non sia corretto, ma perché generico, in quanto applicabile a ogni situazione umana, dalla vita, all’apprendimento, dall’educazione all’attività ecc., generando in questo modo una specie di sovrapposizione identitaria con la condizione esistenziale umana.
Fondamentale, invece, è l’appello all’umiltà, allo studio, alla preparazione: «bisogna leggere tanta poesia, finché entri nel sangue»; «bisogna leggere tanta poesia perché entri nel cuore». Ecco l’appello più pressante che Viviani rivolge ai giovani, i quali troppo spesso si ritengono paghi di quanto “visionato” su internet o su qualche antologia. Per tale motivo la seconda parte, A meno che..., può essere considerata anche come invito-manifesto per la formazione di una nuova generazione di autentici poeti, che dalla lettura trarrebbero certamente sostanziale giovamento in tutti i sensi.

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