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Atelier 91: "Tempo di chiarimenti" - Dall'intervista di Eleonora Rimolo a Cesare Viviani

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Tempo di chiarimenti




Dall’intervista di Eleonora Rimolo a Cesare Viviani



Il saggio di Cesare Viviani, pubblicato di recente da “il melangolo” con il titolo La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che..., contiene in sé diversi spunti riflessivi sulla natura della poesia e sui poeti contemporanei: l’autore dimostra che le parole sono tanto pregne di significato quanto contraddistinte da un vuoto inesplicabile, entro cui il poeta deve necessariamente perdersi. [...]

Fare poesie per lei è smarrirsi di fronte al limite, sperimentandone il timore e la gioia. Questo sentimento somiglia in qualche modo al delightful horror con cui Burke definisce il sublime?

Il limite è la fine della parola, la fine della consapevolezza. Il limite non ha contenuti comprensibili, traducibili, resta incomprensibile, intraducibile. Il limite non risponde. Ed è quell’esperienza che ridimensiona la condizione umana nell’esistenza. Il limite non si può attraversare né superare: il limite è perdita irrecuperabile, smarrimento vuoto, non è orrendo né piacevole, non è sublime, è ciò di cui non si può dire. È la fine del senso di onnipotenza e del narcisismo.

Tra l’esperienza del limen e la vuota, spasmodica ricerca di approvazione attraverso l’ossessiva cura delle relazioni personali cosa è intervenuto? Come si è giunti a questo punto che definirei estremo?

Bussare piano alla porta, chiedere “permesso” è cosa ben diversa dall’entrare con decisione o durezza nella vita degli altri: con decisione o durezza e con poche parole a disposizione. Tutti abbiamo bisogno di rassicurazioni, comprensione, ascolto, aiuto e sostegno. Ma non possiamo mischiare gli stati di bisogno con la poesia. [...]

È possibile risolvere la tensione continua – quasi una nevrosi – tra desiderio di fama e di lettori e intensità della poesia – che quando è sincera, secondo lei, non può coincidere con “un gusto più ampio, medio”?

La nevrosi ci accompagna tutta la vita, manifesta o silenziosa, e non c’è modo di eliminarla perché è legata alla percezione nascosta o negata della fine, della mortalità. Si può in qualche misura trasformarla in una cosa dinamica che abbia un significato o un valore per la società o per sé. Certamente il riconoscimento e la stima dell’ambiente che ci circonda è un elemento importante per la percezione di sé e per l’autostima. Ma quando il desiderio di stima si allarga in desiderio di fama e di successo, allora siamo lontani dalla poesia.

Poesia e psicoanalisi: come e dove si incontrano... se si incontrano?

La poesia e la psicanalisi si incontrano nell’esperienza dell’uscita dall’onnipotenza e nell’accettazione del limite.






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ATELIER 94Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (PN) nel 1959, vive a Porcia. Ha pubblicato i libri di poesia: Altro che storie! (Campanotto, 1988), L’erba in tasca (Scheiwiller, 1992), Vose de Vose/ Voce di voci (Campanotto, 1995 e 2009), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio). Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume, tra cui i saggi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati, 1992), Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005). Ha curato i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001) e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (Mondadori, 1999). Del 2009 è il non-fiction Padroni a casa nostra (Mondadori). I suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente (Transeuropa, 2000), Tuo figlio (Mondadori, 2004), Vita della mia vita (Mondadori, 2006), Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013), Satyricon 2.0 (Mondadori, 2014), Bestia da latte (SEM, 2018). È direttore artistico del festival Pordenonelegge.

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