Arretrati

Atelier 79 - Dicembre 2015 - "Post o Pre?"

A79 

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“Post” o “pre”?

La denominazione di Postmoderno appioppata all’età contemporanea è largamente condivisa. Il pensiero filosofico e sociologico (Bauman, Baudrillard, Lyotard) ha con chiarezza individuato continuità e diversità dall’epoca moderna. Noi stessi nel momento di inquadrare lo svolgimento della poesia italiana dell’ultimo secolo mediante un Idealthipus abbiamo indicato il Decadentismo
come momento in cui la civiltà occidentale assume coscienza di non riuscire a trovare soluzione alla crisi in cui si stava dibattendo da secoli con il conseguente riflusso in un’epoca “posteriore”.
Del resto, è intuitivo che, prima della catastrofe universale, la conclusione ogni età può essere interpretata come chiusura di quella precedente e come apertura di una successiva, anche se non va dimenticato che la storia non procede secondo un ritmo regolare. Dipende unicamente dal punto di osservazione. È pure intuitivo che per chi vive in momento di passaggio possiede la visione del
passato, “perfetto” secondo la definizione temporale latina, e non del futuro, aperto ad una serie incalcolabile e imprevedibile di variabili.
E proprio nella prospettiva sta la capacità di creare il futuro. A cadenze regolari si sente parlare di “dopo la critica”, “dopo la poesia”, “dopo la letteratura” ecc. L’abitudine a valutare il presente solo e soltanto con criteri passati impedisce aprire orizzonti, isterilendo le energie sul rimpianto e generando inerzia.
Vista, pertanto, con uno sguardo retrospettivo la contemporaneità è postmoderna; vista in prospettiva, è Età Globalizzata. Anche se nel passato l’umanità ha vissuto fenomeni analoghi, la rivoluzione tecnologica degli ultimi quarant’anni non accetta paragoni.
Ecco perché sul n. 40 (dicembre 2005) abbiamo scritto: La critica è morta, viva la critica. Ecco perché oggi non accettiamo alcuna definizione di “post”, di “dopo”. La nostra è l’epoca dei pionieri, degli esploratori, degli ideatori, dei progettisti in ogni settore: dalla scienza alla filosofia, dalle arti alla cucina, dal design alla letteratura. E il fenomeno del “costruzionismo”, se attivo e fecondo deve essere nelle applicazioni tecnologiche, tanto più necessario e proficuo deve essere nel settore del pensiero e dell’arte.
Senza dubbio il “costruzionismo” esige ampiezza di orizzonti speculativi, coraggio, convinzione, chiarezza di obiettivi e soprattutto la convinzione che i tempi della consapevolezza collettiva sono molto ampi. In un periodo in cui ogni pubblicazione di successo è destinata all’immortalità di una stagione, in un periodo in cui l’ansia della novità induce a scambiare gli strumenti con i fini, in cui il successo viene considerato come elemento di giudizio critico, l’impresa di valutare il presente con gli occhi del futuro si presenta quanto mai ardua e solitaria. La lotta contro le categorie mentali, contro l’ovvio, contro la “razionalità” di una logica categorizzata secondo schemi propri di altri momenti culturali si traduce in disconoscimento.
La situazione della poesia italiana ne è testimonianza. Il fatto che la critica ufficiale, non certo tutta “la” critica, non possegga più strumenti per valutare, pur con tutti i rischi che tale operazione comporta, causa la disaffezione della docenza universitaria, che rimbalza sugli studenti di Lettere, i futuri insegnanti e potenziali privilegiati fruitori. Con questo non intendo ridurre la problematica a un solo motivo, si intende ribadire che l’opinione che non esistano poeti italiani validi, degni di essere letti singolarmente e nelle scuole, si sta consolidando. La realtà è completamente diversa: la qualità della poesia contemporanea, soprattutto al produzione di
autori nati negli Anni Settanta e Ottanta, è degna di grande considerazione. Ma come può essere apprezzata da lettori formati a ricercare soltanto la struttura e le figure retoriche? Quando riusciremo a calcolare il danno “umano” e letterario provocato dall’applicazione scolastica di schemi strutturalistici e formalistici, come pure dal sottobosco neoavanguardistico? Decretatane la fine, rimane soltanto il “dopo”, il “post”, come chi esce da un casinò dopo essersi giocato tutto quanto possiede.
Non è mai stata questa la posizione di «Atelier», anzi la rivista è nata solo per proporre. Le stesse critiche mai si sono limitate alla pars destruens, sono sempre state corredate da una pars construens, intesa come ipotesi, obiettivo, coinvolgimento, discussione, non come verità.
Se presso le case editrici “che contano” ci si lamenta della scarsa presenza della critica (cfr. l’articolo di Mauro Ferrari), la nostra rivista fin dalla metà degli Anni Novanta con Marco Merlin ne ha lamentato l’omertà e ha sviluppato un metodo che ha lanciato giovani e meno giovani sulle scene nazionali. Abbiamo costruito e stiamo costruendo. Non ci troviamo “Dopo la critica”, ma forse
“Prima della critica”.
Una simile posizione, ne siamo consapevoli, è fonte di rischi, Soltanto spiriti aperti alle profondità dei futuri orizzonti culturali, soltanto occhi addestrati a considerare la grandezza di chi riesce ad abbracciare fenomeni complessi e contraddittori, soltanto persone generose che sanno anteporre all’applauso momentaneo il lavoro quotidiano oscuro e poco gratificante possono
inserirsi tra gli “operai” del mondo che si sta aprendo.
Non una bomba d’acqua, ma la pioggerellina di marzo, che non ci fa neppure aprire l’ombrello, feconda il terreno.
«Atelier», fedele all’afflato iniziale, continua ad aprirsi al futuro. Se è morta la critica, grida: «Viva la critica”; se è morta la poesia, grida: «Viva la poesia», se è morta la letteratura, grida: «Viva la letteratura». E non lo fa in teoria, non dà corda a un afflato ideale, non accetta pose anticonformiste: i fatti, i testi, le analisi critiche, il ventennale lavoro lo dimostrano.
Non importa se rimane vox clamantis in deserto, a noi basta il tribunale della nostra coscienza.
Giuliano Ladolfi


In questo numero

A fronte di una parte saggistica molto consistente, il nuovo numero di «Atelier» ospita due sillogi poetiche: da un lato, un’autrice riconosciuta come Paola Loreto, presentata da Giancarlo Pontiggia, dall’altro, una selezione di testi di Gian Giacomo Menon, una piacevole riscoperta di Cesare Sartori.
La parte saggistica contempla, infatti, il particolareggiato e originale contributo di Daniela Bisagno sul valore mistico della parola poetica di Cesare Viviani e l’analisi a tutto tondo di Edoardo Gino sul Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi. La rivista ha voluto così offrire un omaggio al grande poeta a dieci anni dalla morte. Continua anche l’esplorazione sullo stato della poesia italiana in Europa e fuori dall’Europa (sua produzione, sua ricezione) con l’esauriente intervento dalla Svizzera italiana di Matteo Ferrari.
Nello spazio “Dibattiti” ospitiamo una riflessione arguta e polemica di Mauro Ferrari scaturita da una recente conversazione in pubblico, cui Ladolfi risponde direttamente nell’editoriale. L’esistenza di un “filone catastrofista” che Ferrari attribuisce  (erroneamente) ai critici sarebbe un altro elemento da sottoporre alla disputa. L'articolo di Giulio Greco compie una sintesi della
linea ventennale della rivista. La ricostruzione storica di Giuliano Ladolfi nella monumentale pubblicazione in cinque tomi, La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà, (per una sintesi si veda la recensione a fine del volume) è presentata come l’esito critico del percorso intrapreso nel passato attraverso questa rivista, ma lo sguardo sodale di un giovane ci consente di riproporre alcune domande al presente della poesia italiana.
Vorrei, infine, segnalare una discreta, ma importante parte militante. La recensione di Lorenzo Mari a un recente volume collettivo di poesia solleva, sul fronte poetico, i medesimi problemi di identità culturale affrontati da Franco Buffoni riguardo l’Europa e il suo difficile rapporto con le varie culture nazionali. Questi contributi permettono ad «Atelier» di continuare a realizzare un importante obiettivo: condurre una riflessione sulla vita attraverso la poesia, operando le opportune distinzioni tra generi e senza confusione di ambiti, ma servendosi nondimeno di quella forma particolare di composizione critica che è la rivista militante, la quale permette di unire riflessione e poesia anche davanti alle prove del nostro più immediato presente.
Guido Mattia Gallerani

 

INDICE DEI CONTENUTI (Atelier nr. 78; Giugno 2015)

Editoriale
5 -   Post” o “Pre”?
       Giuliano Ladolfi

7 -   In questo numero
       Guido Mattia Gallerani

       Tremila parole per la poesia.
8 -   Foto di una deriva di gruppo (con Paterson)
       Lorenzo Mari
14 - Italofoni fuori d’Italia: gli scrittori svizzeri di lingua italiana
       Matteo Ferrari

Dibattiti
18 - «Atelier»: la poesia come “luogo” di conoscenza
       Giulio Greco
24 - Dopo la critica
       Mauro Ferrari

Saggi
29 - «Sanguificando». Prospettive di senso nel Viaggio terrestre e celeste di  Simone Martini
        Edoardo Gino
56 - La morte e Der Tod
       Franco Buffoni
63 - Il dono della parola. Per una lettura di Non date le parole ai porci di Cesare Viviani
       Daniela Bisagno

Voci
       Paola Loreto – Case / spogliamenti
74 - Presentazione di Giancarlo Pontiggia
75 - Testi
       Gian Giacomo Menon – Qui per me ora blu
83 - Presentazione di Cesare Sartori
89 - Testi

Letture
       Saggistica
93 - Giuliano Ladolfi, “La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà”
       Giulio Greco


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