Poésie en traduction

Etel Adnan - Anteprima editoriale "Notte" (Traduzioni di Cristina Viti)

ADNANEtel Adnan nasce nel 1925 a Beirut in Libano, dove trascorre l’infanzia e dove intraprende un percorso di studi nelle scuole francesi. Trasferitasi a Parigi studia filosofia alla Sorbona. Nel gennaio 1955 si reca negli Stati Uniti per seguire gli studi post lauream in filosofia presso le università di Berkeley e di Harvard. Insegna filosofia dal 1958 al 1972 presso il Dominican College di San Rafael (California). In questi anni matura una profonda riflessione sulla storia contemporanea, in particolare sulle guerre di Algeria e del Vietnam, e sperimenta oltre alla scrittura anche le arti visive, in particolare la pittura.
Nel 1972 torna a Beirut dove rimane fino al 1976 lavorando come redattrice per le pagine culturali dei quotidiani Al Safa e L’Orient le Jour. Nel 1977 pubblica a Parigi il romanzo Sitt Marie-Rose vincendo il premio “France-Pays Arabes”: il volume viene tradotto in più di dieci lingue e diventa un classico internazionale della letteratura di guerra. Nello stesso anno si stabilisce in California, a Sausalito. Sul finire degli anni Settanta scrive testi per due documentari realizzati da Jocelyne Saab sulla guerra civile in Libano, che sono trasmessi in diversi paesi d’Europa e in Giappone.
Ha scritto diverse opere di poesia diffuse e tradotte in tutto il mondo, tra cui: Moonshots (1966), Five Senses for One Death (1971), L’Apocalypse Arabe (scritta nel 1980 in francese e nel 1989 in inglese), Pablo Neruda is a Banana Tree (1982), From A to Z (1982), The Indian Never Had a Horse and Other poems (1985), The Spring flowers own and The manifestations of the Voyage (1990), Paris, When it’s Naked (1993) e There (1997). Le sue ultime opere di poesia sono Seasons (2008), Sea and Fog (2012), Night (2016). Diverse sue poesie sono state messe in musica. Adnan ha scritto anche due opere teatrali: Comme un arbre de Noël (sulla guerra del Golfo) e L’actrice (rappresentata a Parigi nel 1999). È attualmente ritenuta una delle scrittrici più significative della diaspora araba. Per approfondimenti: http://www.eteladnan.com/
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Etel Adnan
Anteprima editoriale da "Notte" (Genova, San Marco dei Giustiniani, 2018 (“Quaderni di poesia. Poeti della Riva Sud del Mediterraneo”)

 

Traduzioni a cura di Cristina Viti


Introduzione di Paolo Senna

Secondo Nathalie Handal che ha curato l’antologia The Poetry of Arab Women (New York, Interlink Books, 2001) Etel Adnan è una “poetessa che possiede numerose identità – in lei si trova a un crocevia tra est e ovest, tra paesi arabi ed Europa, tra religione musulmana e cristiana, e in lei convive contemporaneamente l’anima libanese, francese e americana”. In un’intervista a Lynne Tillman è proprio la stessa Adnan a ricordare: “Mia madre aveva i Vangeli, lei era greca ortodossa. Mio padre era un musulmano di Damasco nell’impero ottomano. Aveva il Corano, lo sapeva a memoria. Incredibile, i libri esistevano su uno scaffale uno accanto all’altro. Quindi non ho problemi con la convivenza. Sono cresciuta con essa”.
Adnan è nota soprattutto per le sue poesie di intonazione civile, in particolare per Apocalypse Arabe (definita dalla critica la “sua Guernica”), che scavano nella coscienza per far emergere le ferite e le lacerazioni interiori ed esteriori provocate dalla guerra del Libano. Con le poesie nate a partire dagli anni ’80, pur permanendo un costante contatto e confronto con la realtà e con la storia, Adnan sceglie una via che appare segnata da una persistente nota meditativa, che mette a frutto una potente capacità immaginativa e metaforica per sceverare a fondo le sfaccettature di un mondo e di una interiorità complessi. Night (Notte), che è stata pubblicata nel 2016 e che oggi esce in edizione italiana con la traduzione di Cristina Viti, esprime una tesa riflessione sull’anima, sull’universo e sulla memoria. Intimamente intrecciati, questi tre elementi si misurano l’uno con l’altro, quasi che Adnan vi individuasse non solo una medesima unità di misura, ma anche sottili adiacenze o riversamenti di uno nell’altro. Una riflessione che non conduce a esiti certi ma che si espande libera sfruttando la complessità dei sedimenti delle parole e dei loro significati, così come dei legami immaginari (ma non per questo meno reali) fra gli oggetti.



[I]

Now waves of roses are blanketing memory, but childhood’s desire to enter time’s core remains. Nothing
is stirring. Grass grows differently than words. In those roses, infinity’s infinity.

The wish to inhabit storms leads to cities in flames. Traces turn into signs and thinking precedes itself in
the deep recesses of the brain. Bodies are always naked under their clothes.

Words melt in reflections; that’s why there’s a uselessness to this night, to my missing the river, to the
delaying of love... light is picking up momentum in the vicinity of the oaks that cover this property, this
silence.

Not to be able to climb up a mountain, run from this place to the next, see things improving for friends
or nations, or even desire a clear day, not to stop the torture...

but this late afternoon, the fallen leaves were soft, walking on them didn’t seem to hurt any, they were
friendly. I went a long way. What happened later was of no importance.

Born in a sealed womb, where night is origin, I will say that something always remains from anything,
even from nothingness.




Ora ondate di rose stendono una coltre sulla memoria, ma resta dall’infanzia il desiderio di entrare nel cuore del tempo.
Nulla si muove. L’erba cresce diversamente dalle parole. In quelle rose, l’infinito è l’infinito.

Dal desiderio di abitare la tempesta nascono le città in fiamme. Le tracce diventano segni e il pensiero precede se stesso negli
anfratti del cervello. Sotto i vestiti, i corpi sono sempre nudi.

Le parole si sciolgono nei riflessi; ecco perché c’è un che di inutile in questa notte, in questo mio sentir mancato il fiume, nel
ritardare l’amore... la luce prende impeto nella vicinanza delle querce che coprono questo terreno, questo silenzio.

Non poter salire su una montagna, correre da un luogo all’altro, vedere che le cose migliorano per gli amici o per le nazioni,
o anche desiderare una giornata chiara, non fermare la tortura...

ma in questo tardo pomeriggio le foglie cadute erano morbide, camminarci sopra non sembrava far male per nulla, erano
amiche. Ho fatto molta strada. Quel che è successo dopo non ha importanza.

Nata in un grembo sigillato, dove la notte è origine, dirò che di tutto, anche del nulla, resta sempre qualcosa.



[II]

Within bits of time volcanic eruptions sprout, and fall. Of all the energies we breathe, it’s best to follow
the ones that spring out of dreams. This season is cold, as cold as my soul.

Memory, and time, both immaterial, are rivers with no banks, and constantly merging. Both escape our
will, though we depend on them. Measured, but measured by whom or by what? The one is inside, the
other, outside, or so it seems, but is that true? Time seems also buried deep in us, but where? Memory is
right here, in the head, but it can exit, abandon that head, leave it behind, disappear. Memory, a
sanctuary of infinite patience.





Entro dei quanti di tempo germogliano e cadono eruzioni vulcaniche. Di tutte le energie che respiriamo, quelle che è meglio
seguire scaturiscono dai sogni. Questa stagione è fredda, fredda come la mia anima.

La memoria e il tempo, entrambi immateriali, sono fiumi senza sponde, e si fondono in continuazione. Entrambi sfuggono
alla nostra volontà, anche se noi dipendiamo da loro. Misurati, sì, ma da chi o da che cosa? Una è dentro, l’altro fuori, o
così pare, ma è poi vero? Anche il tempo sembra sepolto nel profondo di noi, ma dove? La memoria è proprio qui, nella
testa, ma può uscire, abbandonare quella testa, lasciarsela indietro, scomparire. La memoria, santuario di infinita pazienza.




[III]

Dear soul,
     I’m telling you
you live not in
     me,
but around,
     in a circle
     a cloud

Sleep next to me,
    where no one
    does

don’t make me wait, as
   we know so little about
      each other

The heat is rising, the one
     that targets young
       predators when on an
          outing

Why are we lonelier when
      together, wherever that
          be

Shall we then search for
      love’s trembling
      fringe

or sit under a pyramid’s
    shade,
           somewhere in Mexico,
the clouds,
      oh the clouds!






Anima cara,
     io te lo dico,
tu vivi non in
       me,
ma intorno,
    in un cerchio,
    una nube

Dormi accanto a me,
    dove non dorme
    nessuno

non farmi aspettare, che
      sappiamo così poco
               l’una dell’altra

Sale il caldo, quello
      che mira ai giovani
           predatori in
               uscita

Perché ci sentiamo più soli
       quando insieme, dovunque
           sia?

Dovremo allora cercare
      la frangia
      tremante dell’amore?

o sedere sotto l’ombra
           di una piramide,
               da qualche parte in Messico,
le nubi,
        oh le nubi!



Cristina Viti è una traduttrice italiana che vive e lavora a Londra. Tra le traduzioni più recenti si contano opere di Elsa Morante (The World Saved By Kids, Seagull Books 2016) e di Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions 2018). In preparazione le versioni inglesi del volume di saggi di Furio Jesi Il tempo della festa e del primo romanzo di Luca Rastello, Piove all’insù.





Fotografia di proprietà dell'autrice. 

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