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Recensioni

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71ucW8cS2SLVariazione Madre di Federico Preziosi (Lepisma Floema 2019)

Recensione di Floriana Coppola

In questa seconda opera Federico Preziosi già nel titolo indica una precisa direzione di ricerca: la dimensione femminile, essere madre e donna. La dichiarazione di ringraziamento iniziale alle madri della sua vita si pone come indizio di apertura. Non la madre ma le madri, in un pluralismo genealogico culturale che comprende tutti gli incontri che un uomo può fare con l’universo femminile, incontri di senso e di significato. Tale affermazione detta oggi da un giovane uomo è sicuramente un segno importante, perché in una visione ancora cripto/patriarcale, dove ogni uomo si considera erede politico e sociale dei padri, Federico annuncia la sua provenienza: io provengo dalle madri e sono loro che mi hanno dato il permesso di vivere e di scrivere. Inizia così nella sua silloge il processo maieutico di immedesimazione poetica e esistenziale nel femminile.

Io sacra io profana io succube io devastata/ Io detergo dei desideri un pezzo:/ la varichina bagna spiagge dove essere/ naufraga nella purezza della resa. Io lurida io sporca come la prima sera/ che da sotto la sottana morde e nega.

A partire dal corpo, scavando a piene mani nel materiale epico e teologico, inizia il suo viaggio di mutazione. Nessun tentativo di adorazione petrarchesca della donna come oggetto del desiderio vissuto come altro da sé ma la ricerca tormentata e inquieta del femminile dentro il proprio mondo emotivo, affettivo e culturale. Empatia e passione trasformativa sono i principi che ispirano Federico Preziosi. Jung afferma la presenza archetipica di animus e anima in ogni psiche. Maschile e femminile sono due poli interiori che cercano continuamente il loro equilibrio. La storia di genere ha diviso drammaticamente tale binomio, che nella realtà psicologica vive una profonda sinergia. Cercare per un uomo il suo femminile, cercare per una donna il suo maschile è nella conversazione psicoanalitica un obiettivo evolutivo fondante.

Sono nuda – Sono nuda/ e tu cosa hai fatto? della disfatta, tu/ con la tua voce, che mi vibra in collo/ rinnegando il tarlo in quanto perso, in quanto masso:/ come puoi restar leggera ad occhi spalancati?

Preziosi si incammina in questa foresta di simboli, cercando i suoni e le immagini sepolte nella sua immaginazione, seguendo un flusso di coscienza, quasi una scrittura automatica che getta sul foglio bianco un marasma irrisolto di emozioni e di sentimenti che si mescolano alle maschere archetipiche del femmineo. Si possono avvertire, leggendo di seguito i testi della silloge, un coro di voci antiche, un sussurro disperato e dolente di anime femminili incistate nei versi, Penelope e Didone, Marta e Maria, Nausicaa e Circe. Un corteo di anime che cerca udienza e riparo, cerca conforto e consolazione, offrendo un dolore sordo e aspro che macchia ogni immaginazione. Un camminare sul confine incerto e ambiguo tra maschile e femminile, attraversando il doloroso continente del corpo materno che si spacca e si divide per partorire e dare la vita. Preziosi non esegue l’esaltazione della maternità ma esplora il corpo femminile e materno, iperdettaglia le sensazioni e le percezioni per una trasformazione mimetica che possa ampliare la sua conoscenza dell’umano, secondo una accezione altra. Affronta così la lezione del doppio, sperimenta l’unione degli opposti, mastica un linguaggio di trasformazione e di purificazione. Esperienza indotta, immaginata e fantastica del parto e del coito vissuti come mito dell’origine del mondo e della terra. Epos dell’accogliere e del ricevere. Sinfonia della parola che vuole dare voce al corpo della donna e allo strazio della carne. Preziosi sperimenta un linguaggio poetico pienissimo di metafore e di allitterazioni, creando in alcuni casi anche un effetto onomatopeico che si stacca dal mero significato del verso per raggiungere una musicalità ancestrale. Supera il codice del poetryslam, generando frammenti sofisticati e densi oltre misura. Ogni ridondanza formale viene contenuta dalla brevità del testo che si accende e si spegne, dando al lettore la possibilità di proseguire il viaggio. In un panorama devastato, dove ancora il numero dei femminicidi in Italia è alto e preoccupante, questa operazione letteraria assume anche un valore sociale e politico. Senza l’impegno del singolo di raggiungere con l’empatia il mondo dell’altro/altra, non può esserci rispetto, liberazione e quindi redenzione. Convinta di ulteriori sperimentazioni in attesa, auguro al poeta irpino di continuare il suo viaggio di individuazione poetica e esistenziale.
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75394764 840201766396474 9217070516672659456 nScheda libro

L’antologia “Зборот на непријателот - la parola del nemico” di Luca Benassi (PNV Publishing, Skopje, Macedonia 2019), viene pubblicata in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska e nella traduzione di Dario Todorovski e Katarina Velichkovska, con una nota critica di Vladimir Martinovski, poeta e professore di letteratura comparata all’Università Cirillo e Metodio di Skopje. La scelta di un’edizione bilingue, anche per quanto riguarda le note e la postfazione, consente una circolazione del libro anche fra il pubblico italiano, per fare il punto sulla poesia del poeta romano. “Зборот на непријателот - la parola del nemico” antologizza l’opera poetica di Luca Benassi, dal 2005 (anno di pubblicazione de I fasti del grigio) fino al 2015, raccogliendo quindi la produzione inedita successiva a il guado della neve del 2012. La selezione, curata dallo stesso poeta, riorganizza i testi per nuclei tematici che solo in parte tengono conto della scansione temporale delle pubblicazioni. L’antologia offre una panoramica complessiva della poesia di Benassi attraverso 8 sezioni, l’ultima delle quali Questo muro mi somiglia raccoglie i testi inediti.

Nota biografica
Luca Benassi è nato a Roma nel 1976 dove vive e lavora come avvocato e giornalista. Ha pubblicato le raccolte poetiche “Nei Margini della Storia”, (2000), “I Fasti del Grigio” (2005), “L’onore della polvere” (2009) e le plaquette “Di me diranno” (2011) e “il guado della neve” (2012).
Ha pubblicato insieme alla poetessa Maki Starfield l’e-book “Duet of Lines Sen no Nijuso” (testi in italiano, inglese e giapponese, Junpa edition 2016). Nel 2018 è uscita “La schiena del cielo – La espalda del cielo”, antologia con testi in italiano e spagnolo, tradotti da Stefano Strazzabosco, Emilio Coco e Giovanni Darconza. Nel 2019 ha pubblicato “Зборот на непријателот - la parola del nemico”, in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska (PNV Publisjing, Skopje, Macedonia) e “Очи и звезда - Gli occhi e la stella” in traduzione serba (alma, Belgrado, Serbia). Ha tradotto “De Weg” del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt (“Il Cammino”, 2002). Ha pubblicato la raccolta di saggi critici “Rivi strozzati poeti italiani negli anni duemila” (2010). Ha curato l’opera antologica “Magnificat. Poesia 1969 – 2009” (2009), che raccoglie l’intera produzione della poetessa Cristina Annino, l’antologia critica “Percorsi nella poesia di Achille Serrao” (2013) e “La casa dei Falconi, poesia 1974-2014” (2014) che antologizza l’intera produzione di Dante Maffìa.

Testi

Abbiamo visto sere crepitare nel camino blu elettrico
dato appuntamenti alle foglie dei marciapiedi
sui cofani lucidi delle macchine
come bocche o inguini, bocche di ventri.
Questa e la nostra giovinezza: un’edera senza colore
un tempio nei giorni bagnati e violetti
una musica scaltra che si posa
come cenere sui vestiti.
Poi siamo cresciuti, chi e partito verso nord
qualcuno ha cambiato amici, altri compiono
viaggi improbabili alla fine della metro.
C’e chi se la cava con un foglio bianco
una penna e un biglietto del treno.

Сме виделе вечери како крцкаат во електричниот
син камин
договорени состаноци врз лисјата од тротоарите
врз светлите навлаки од автомобилите
како усти или препреки, усти од утроба.
Ова е нашата младост: безбоен бршлен
храм на искапените виолетови денови
пргава музика што се пласти
како пепел врз облека.
Потоа пораснавме, некој замина на север,
некој смени пријатели, друг неизвесно
патува до крајот на метрото.
Некој ќе се извлече со бел лист
пенкало и билет за воз.

*

Mi dici che hai scoperto l’inganno
lo strano parallelo che si tende
tra la cravatta e il suo guinzaglio
il nodo soluto
oltre l’acqua della mia incoscienza.
Ma io ti dico
che arriva il giorno quando timbro
il permesso non retribuito
del tramonto
l’infinito verso
che abita le rovine del silenzio
mentre scrivo la parola casa.

Ми велиш си ја разоткрил илузијата
необичната паралела што ги поврзува
вратоврската и нејзиниот поводник
растворениот јазол
отаде водата на моето бессознание.
Но ти велам
дека ќе дојде денот кога ќе го запечатам
неплатеното отсуство
на залезот
на бесконечниот стих
што ги населува урнатините на тишината
додека го пишувам зборот куќа.
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impero ilaIlaria Seclì, L’Impero che si tace (Ladolfi 2019) nota di lettura di Giorgio Galli.

Forse lo scopo di tutti i poeti è ricongiungere la parola al silenzio: perderla nell’indistinto primordiale dell’Oltresuono e dell’Oltresenso. L’Impero che si tace (Giuliano Ladolfi Editore, 2019) è uno smarrimento completo, richiede al lettore la disponibilità a lasciarsi sfare come vento, a lasciarsi accadere mentre fuori la parola accade nel rigoglio dei suoi moti incantatori, e al tempo stesso anche la parola si lascia smarrire nelle mille risonanze del linguaggio, e il linguaggio si proietta fuori di se stesso, nel mondo ch'è fuor dell’opera. Che cos’è, dunque, questo Impero? E’ un’opera di poesia? Sì, in senso lato; no, in senso stretto. E’ un’opera di prosa poetica? Nemmeno. E allora cos’è?

«L’Impero che si tace è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi.
Cose e insetti, finestre di case abbandonate, attrezzi agricoli, cancelli arrugginiti di borghi abbandonati. Giardini e vicoli nascosti di Trieste, Ginevra, Praga, Milano, Parigi, Lubiana, Lecce, Udine, Friburgo, Cividale del Friuli, Alsazia.
Val d’Arzino, Val Resia. Pozzis.
Boschi. Ombre. Neve. Fotografare un fantasma.
Impero delle inesauste provvidenze, fiato di Dio che picciol cosa indica, infiamma di segreti e improvvise vicinanze.
Mondo fatto piccolo. Boule de neige.
Il macro azzittito da traiettorie di formiche, suoni e colori dal mondo vegetale, gesti minimi, esistenze marginali. A Cividale l’uomo nel cortile costruisce la sua bara, il prete rivolge l’andate in pace a una chiesa vuota. Il francescano spala neve a piedi scalzi.
La vita non è il mondo e nell’Impero la vita si impone su di esso.
L’impercettibile come braccio d’Aleph ricongiunge cielo e terra, natura e umanità. Ristabilisce nell’attimo una intemporale cosmica armonia.
Nella seconda sezione, Amnistie, si registrano fatti e voci della vita mentre vive, la vita quando accade. Sgovernata, sgrammaticata. È la strada e non prende fiato: senza padroni, ribelli, ubriachi, folli.
Les analphabètes.»
Così l’autrice presenta il suo libro, in completa anarchia, con un uso anarchico e puramente evocativo di segni grafici come il corsivo e il grassetto.
Chi, dal titolo, si aspetta un’opera di protesta, un libro di rabbia contro un potere silenzioso e imparlabile che ci controlla, troverà soprattutto un libro di ribellione alla realtà così com'è: un libro dove ci sono sì operai dell'Ilva, ma più di ogni altra cosa c'è tutto ciò di cui non importa né al potere né a chi lo combatte. Ciò che a gran parte del mondo appare superfluo o folle. E allora, tornando alla domanda che cos’è questo libro?, possiamo rispondere che è un libro-mondo. Cortázar ne ha fatti più d'uno, di libri-mondo. Anche Ilaria Seclì ha dato vita, qui, al suo. Meglio ancora, L’impero è un apeiron. Un apeiron in cui, però, ci sono dei tagli. Quelli che convenzionalmente chiamiamo testi. Pochi di questi “tagli” sono scritti in prima persona. La parola di Ilaria è cosmica. Ilaria stessa come individuo quasi si disfa, cancella dietro di sé le proprie tracce. Il suo corpo è una cassa di risonanza, una pelle di tamburo su cui si scrive la sottostoria del mondo. Tutti quei segnali che all’umano sfuggono–specie all’umano tecnomerceologico- lei li cattura perché parla la lingua degli animali, dei minerali, delle cose senza Ego.
Dalle parole dell’Impero si può rilevare un'etica della dismisura. Per dismisura intendo tutto ciò che non è misurabile, che sta al di sotto o al di sopra, per sovrabbondanza o umiltà, del comune sentire mercantile. Soprammercato o sottomercato, lì stanno le cose che contano per Ilaria: lì sta il suo impero. Ella raccoglie infiniti e piccolezze, ha antenne sensibili a tutto ciò che è “trascurabile”; e, al tempo stesso, la velocità con cui fa apparire e scomparire queste immagini -la velocità della sua Wunderkammer- è proprio la velocità dei giorni nostri, la motricità incessante delle macchine, il ritmo furioso del consumo e della distruzione. Non si sfugge del tutto al proprio tempo. Solo che Ilaria non distrugge le immagini: al contrario, le rende immortali proprio nell’attimo della loro scomparsa, proprio in quanto -e al ritmo in cui- vengono divorate dall'umano. Il suo dire oltrepoetico raccoglie, come da un bidone dell’immondizia che in realtà è la cesta delle meraviglie abbandonate, oggetti, persone, parole, film, e soprattutto luoghi, con una tecnica del montaggio che ricorda il cinema puro di Dziga Vertov. Segni di vita e segni della cultura, tutto entra a far parte dell’universo significante di Ilaria. Se il pensiero occidentale si basa sulla possibilità di scartare l’essenziale dagli accidenti, Ilaria crede che l’essenziale è tutto e spinge la sua arte su questo prischiosissimo terreno. Sulla sua cassa di risonanza batte i suoi colpi l’universo. La lingua registra i colpi e le vibrazioni. L'incantesimo riesce. Solo, mi domando dove conduca questo “tutto”. Per Ilaria, porta alla sua stupefacente poesia. Ma per il mondo non sfocerà verso l’indifferenziato, verso un “tutto” che si autoannulla? Cosa c’è dopo l’oltrepoetica? C’è qualcosa di nuovo e ricco oppure il nulla, la fine per autoannullamento -per autodissoluzione- del dire? E in mani meno umane di quella di Ilaria, il “tutto” arriverà a contemplare anche l’orrore? Ecco la domanda che questa poesia lascia. Che forse è la domanda stessa che questa poesia è.
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downloadLUCIA TRIOLO SU PIANTI PIANO DI ELIZA MACADAN


Pianti piano (“sommessi” come suggerisce Amedeo Anelli nella presentazione; quasi per “non far troppo male” aggiungo io) è il titolo che designa con delicata ma suggestiva espressività l’ultima recentissima raccolta di poesie di Eliza Macadan (Passigli, Settembre 2019). Una raccolta di poesie quasi tutte brevi, articolata in quattro momenti: Il nickel dell’attesa, L’ombra espulsa, Occhiospecchiom, Lettere di fretta.

Ultima raccolta, dicevo. Ma non solo nel senso temporale. Ultima soprattutto in un senso assai più intimo e profondo che ci si rivela imperioso quando sorprendiamo l’autrice ad avvertirci, in un contesto di drammatica e intensa memoria: “per te io non sono più/ che queste parole”- p.71-)
In quel “per te” possiamo incontrare noi, ciascuno di noi.
Ed è facile rendersene conto non appena ci si chieda a cosa attribuire quei “pianti” cui viene intitolato il testo. La risposta non si fa attendere:
“La tristezza è un campanello
Suona il risveglio della coscienza
...
La prossima estate mi vorrai ancora?
Nella piazza assolata
Tutto passa
Tutto finisce
Tutto muore
E anche l’amore” (p. 7)
E’ un dolore di fondo che apre il gioco ad incastro di queste poesie, un dolore, in molti sensi ultimo. che ambisce in qualche modo all’ultima parola appunto. E che si manifesta anche con il volto di una paura, la paura di essere lasciata sola: “la paura che tutti mi abbandonino” (p.15)
Ed ecco ancora il coinvolgimento del lettore: quanti di noi, nella denuncia/ammissione del dolore che quella paura si porta dentro!
Non si tratta però di un dolore sterile, infecondo, irredimibile. Tutt’altro. Quello della poesia di Macadan è uno sguardo che “vede” il dolore come l’avesse davanti a sé, senza lasciarsene soffocare. O travolgere. Nel risveglio della coscienza
“prendo il dolore
lo poso sulle mie ginocchia
lo accarezzo bisbiglio quasi gli parlo
gli dico che staremo bene
saremo pace
lo guardo negli occhi
...
e ricominciamo da capo” (p. 42)
Quadri di una vita sofferta, quelli che Macadan fa scivolare uno dopo l’altro sotto i nostri occhi: a tratti una vita dai colori fortemente drammatici (si veda ad. es. la lancinante confessione della poesia n. XI di “Lettere di fretta” a p.71), sempre una vita che per un verso cerca di capire e di capirsi nella contemporaneità, nel mondo delle app e dei desktop (p. 14), ma per altro verso proprio in questo tipo di mondo, ha coscienza di un sapere di sé in un tempo buio (p. 15).
Quanto possiamo veramente essere noi stessi se “non scegliamo che le bugie da dire” (p.8), se la nostra casa “è solo un albergo di puttane” in cui ci si ritrova come “una mendicante...espulsa dall’ordine...in attesa di salire le scale/ dopo di te” (p.27).
E il tema dell’attesa è anche il tema di un’aspettativa d’amore sempre irrisolta e sempre rinnovantesi:
“quelli che amo sono sparsi
per il mondo
tra paesini e metropoli
intorno a me questa domenica
mi soffoca con la bava
dell’attesa” (p. 41).
Da questa attesa al desiderio di abbracciare il tempo, di abbracciare l’altro, di abbracciare l’altro continente il passo è breve (“questo è un letto/poggiato su due continenti” -p.63- e ancora “dormiamo su due/continenti diversi”-p. 72-). Si tratta di una delle cifre salienti dei versi di Pianti piano. E così ancora una volta si crea quel palcoscenico di riferimento in cui ciascuno può facilmente ritrovarsi: l’emozione di un sapersi solo (“impara/impara il valore della solitudine” p. 81), di un guardarsi che si apre, si slancia verso l’altro
“...guardo
e mi guardo mentre guardo
ed è così che
ti aspetto” (p. 51)
Uno sguardo disincantato dunque, con numerosi e improvvisi accenti finemente ironici (“...sono di più i ceci/ che ti mangi ad ogni pasto/dei nostri anni insieme” -p. 19-, “oggi i preti sono allegri/nel palmo mi pulsano i punti cardinali” -p.47-, per non indicarne che alcuni). Ma soprattutto uno sguardo che costituisce attraversamento di un tempo che diviene anche luogo: di volta in volta Venezia, Bucarest, Parigi, Oxford, l’eden (p. 57) il “collegio dei gesuiti” (p. 72). O anche “il tuo capezzale”:
“ora tutte le madri le sorelle
che ti mancavano lì
passano in fila al tuo capezzale
per rimettere a posto
pezzi della tua anima” ( p.72)
e dove si staglia, e a tratti diviene presenza invocata, Dio (cfr. ad es. le poesie di “Occhiospecchio” a p. 35 e 47, poi anche la poesia I di “Lettere di fretta” p. 61 “all’infinito” p. 69, e ancora “ho sbagliato tutto” p. 71...).
Pur senza voler ridurre la complessità delle situazioni emotive che questo bel testo di Eliza Macadan ci offre, direi che in Pianti piano, è il timbro dell’inafferrabilità ciò che caratterizza il dolore da cui si sprigiona il pianto. Inafferrabilità del rapporto umano (anche d’amore: cfr. facevano lunghe passeggiate serali p.65, o non piangere p. 67), dell’abitare tempi e luoghi, di un abitare se stessi che conosce “solo l’indicativo presente” (p.80) mentre è incessantemente sbattuto tra il passato e il futuro:
“non piangere
lo sapevamo prima di arrivare
come si sta in questa vita
appena conosciuti ci si lascia
appena imparato a vivere
si riparte
non piangere
siamo stati fortunati
abbiamo guardato da vicino
nelle nostre anime
quell’infinito dove
sapremo riconoscerci
non piangere
proseguiamo il nostro volo
qui gli antichi si prendono ancora gioco
di noi sai che non so sai che non sai niente
non piangere
anche le dee fanno le guerre
indecise solo tra uccidere o amare” (p. 67)

Lucia Triolo

ELIZA MACADAN
PIANTI PIANO
Passigli Editore, Firenze 2019
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72886969 2462520933831756 5096891690787012608 nLa forma dell'anima altrui - Poesie in omaggio a Seamus Heaney
a cura di
Maria Grazia Calandrone e Marco Sonzogni

introduzioni di
Irene De Angelis e Elena Cotta Ramusino

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Nell’anima altrui
La nostra mente, nell’avventurarsi dentro la forma dell’anima altrui — o comune — che chiamiamo “poesia”, ha bisogno di oggetti sui quale poggiare, mancorrenti che la sostengano mentre cammina nei territori nebulosi di una vita che forse non le appartiene e che è diventata forma e stile. Antologie come questa suggeriscono di ragionare proprio sulla nostra appartenenza alla vita degli altri, specialmente se il mezzo col quale la vita degli altri ci viene raccontata è, appunto, la poesia. Come i versi di Seamus Heaney coi quali è stato chiesto di dialogare, le poesie antologizzate riferiscono quasi sempre frammenti di vita quotidiana, fatti minimi, gettano luce su interni di abitazioni quasi sempre borghesi. Sono, insomma, istantanee di vite “normali”. Eppure, ritenute degne di venire tramandate attraverso la poesia. Questo accade perché i sentimenti, la memoria e le immagini che donne e uomini portano in sé sono sempre le stesse. E la poesia offre la possibilità di identificarsi nella memoria dell’altro. Chiunque legge può riconoscere la propria in una delle figure materne qui raccolte, tratteggiate, evidenziate, cantate, rimproverate, nominate, ringraziate, consolate. Le donne riunite nelle pagine di questa antologia sono un riassunto in versi delle maternità possibili: da quelle chiuse a quelle amorosissime, da quelle così avvolte dalla tradizione che sembra di averle già incontrate, almeno nelle pagine di un libro, a quelle invece del tutto prive di amore, a quelle raccontate attraverso una memoria nella quale neanche fanno la fatica di comparire direttamente, perché di loro basta il riverberare. Le scene sono raramente drammatiche, raramente traslate, metafori­che, più spesso si svolgono in cucina e l’inguaribile profondità della relazione viene narrata, sul calco di Heaney, attraverso il racconto di una materia alimentare manipolata, spesso insieme: in quasi tutte le poesie, chi scrive compie gesti insieme alla figura descritta, come nei sogni dove vediamo noi stessi da un punto fuori di noi che, in questo caso, si chiama “poesia”. La poesia, come i sogni, ci porta infatti spesso fuori di noi. Il risultato è che nessuna di queste donne e di queste memorie abita confini privati: sono di tutti, sono gente di famiglia. Questo può avvenire anche perché i poeti hanno intonato la propria voce a un suono elementare, a un parlare comune. Ma certo non si sono piegati a una necessità esteriore, è piuttosto accaduto che, come sempre accade davanti al vero, abbiano avuto urgenza di comunicare, di raccontare ad altri la scoperta. Le parole per dire le cose radicali sono sempre chiare. La necessità di comunicazione rivela infatti che il poeta non sente di dover esibire la propria perizia, né aggiungere rovelli immaginativi alla realtà, né ricercare altro che il già esposto. La sua scena interiore gli basta. Per una volta, la realtà gli basta, perché è colma di senso, ne trabocca. L’evento è dato e le parole hanno funzione di referto. L’evento nasce carico di senso, già di per sé memorabile, basta raccontarlo. E il racconto di ognuna di queste donne ci riguarda alla prima persona. Così si riconosce la poesia: se trafigge, se non lascia uguali, se l’immagine che contiene diventa un ricordo, indimenticabile, di chi legge. Insomma, se la vita dell’altro, quel pelare patate nella mattina domenicale o quel ridere, segreto o aperto, nella luce, apparterrà — da adesso — alla nostra vita.
Maria Grazia Calandrone

Notizia

Seamus Heaney (1939-2013) — poeta, traduttore, critico, docente — è uno degli autori più letti, studiati e tradotti del nostro tempo. Nel 1995 ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura in virtù della “bellezza lirica” e della “profondità etica” della sua opera. Con la nostra lingua e la nostra letteratura Heaney ha avuto un’affinità particolare: oltre a Dante e Pascoli, entrati nella sua poetica attraverso l'esperienza di lettura più intensa: la traduzione, anche Leopardi, Montale, Levi, Calvino.

L’abbraccio

per Seamus Heaney

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell'unica torcia paleozoica.

A oltre venticinque anni dalla sua pubblicazione (Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992), ricordo bene che questo testo nacque con un aggancio diretto a Seamus Heaney. Dietro l’evidente allusione dantesca del finale, agisce infatti un termine inconfondibilmente tipico del poeta irlandese e del suo paesaggio. Mi riferisco al sostantivo “torbe”. Il fatto, poi, che Heaney si sia confrontato con la traduzione della Commedia, non può che rafforzare un legame lontano ma tenace. Ecco ad esempio Terra di palude, a illustrare il sostrato geologico della sua isola: «La terra stessa è burro nero morbido / che si apre e si scioglie sotto il piede: / Da milioni di anni le manca / l’ultima definizione». Ecco La regina della palude, che canta il ritrovamento di una mummia: «Ed io risorsi dal buio, / con le ossa spezzate, il cranio / come ceramica, le cuciture sfilacciate, / e ciocche, piccoli barlumi sulla riva». Ed ecco infine L’uomo di Grauballe, ennesimo reperto estratto dalle viscere dei campi, fratello, forse, di quell’Uomo di Pofi (sottotitolo di Geologia di un padre, Einaudi 2015), al quale ho dedicato un intero libro: «Come se fosse stato versato / nel catrame, giace / su un guanciale di torba / E sembra piangere / il fiume nero di se stesso».

Valerio Magrelli

I poeti presenti: Nadia Agustoni, Antonella Anedda, Daniela Attanasio, Carlo Bordini, Maria Borio, Silvia Bre, Franco Buffoni, Sonia Caporossi, Tiziana Cera Rosco, Caterina Lazzarini, Maurizio Cucchi, Andrea de Alberti, Alessandro Fo, Biancamaria Frabotta, Massimo Gezzi, Mariangela Gualteri, Giovanna Iorio, Mia Lecomte, Vittorio Lingiardi, Valerio Magrelli, Andrea Breda Minello, Renata Morresi, Claudio Pasi, Laura Pugno, Elisabetta Sancino, Francesco Scaramozzino, Myra Jara Toledo, Sara Ventroni.
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9788868814328 325x500Nel suo nome: intervista a Victor Attilio Campagna (a cura di Eleonora Rimolo)

1. Nominare le cose: quanto è importante per te? Dare un nome alle cose aiuta a coglierne l’essenza?

Dare nome alle cose è un modo per fare sì che esse non ci sfuggano. Tante volte ho pensato a come sia curioso che noi passiamo il tempo a denominare cose che sono davanti a noi, che stanno lì con la loro essenza di oggetto, impassibili, incoscienti dei nomi diamo loro; sono e restano esseri a prescindere da noi, ma il dirle è come se ci desse l’illusione di averne un controllo (a dirla tutta precario). Il problema del nominare sorge quando siamo noi a creare essenze: lì il nome diventa qualcosa di complesso, soprattutto nell’epoca della tecnica. Tanti ne hanno scritto, ma non mi ci addentro: è un tema complesso, quello della tecnica in sé; piuttosto mi interessa la tecnica in poesia, come rappresentarla. La grossa sfida nel percorso che mi sto costruendo è riuscire a dire con la lingua poetica l’età della tecnologia. È una sfida anche perché la poesia viene considerata da moltissimi un genere rinchiuso in una torre eburnea, lontano dal reale, incluso in uno spazio-tempo arcaico. Un altro aspetto è questo: i poeti si muovono su nomi assoluti secondo Baricco, ossia la parola che scelgono è giusta, corretta, imprescindibile, è la parola perfetta. A mio modesto parere sbaglia: credo invece che la poesia per il poeta sia un errore, ossia un vagare, una ricerca costante; penso a questo proposito a Camillo Sbarbaro, che riconobbe come unico libro poetico di valore Pianissimo: ci lavorò incessantemente, fino all’ultima edizione del 1960. Era l’unico testo per cui volesse essere ricordato e per questo lo rimaneggiava di continuo: avesse vissuto qualche anno in più l’avrebbe modificato ancora e ancora. È un esempio estremo, ma credo che ogni libro poetico, nel suo nominare, non raccolga mai l’essenza in chi scrive: la raccoglie solo chi legge. Il lettore ha quindi un compito importante: correggere questo errore che è la poesia.

2. Dio si può nominare?

Dio non è un nome, non può essere nominato: Dio è un suono. Nella religione Ebraica questo aspetto è molto significativo: Dio è un suono di per sé indicibile, anche a livello prosodico; è un nome scrivibile ma non pronunciabile. Penso a Lilith, che fu condannata alla dannazione eterna perché osò nominare tutti i 70 nomi di Dio. Diciamo che su questo punto la religione greco-latina appare un po’ più superficiale. Gli dei “falsi e bugiardi”, come li definivano i cristiani, erano vilipesi costantemente perché ritenuti troppo umanizzati. Ci sono numerosi libri che possono illuminare sulla condizione dell’essere dio secondo gli antichi (penso a Detienne, Calame, Otto, per citarne alcuni). Ma un libro in particolare mi ha colpito, scritto a quattro mani da Kerényi e Jung: Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. In questo libro i due autori analizzano la formazione del mito in diverse culture e notano che il Kyros e la Kore, il Fanciullo e la Fanciulla, figure semi divine gettate nel mondo, sono protagonisti costanti nelle mitologie di varie latitudini del mondo di allora: è un tema molto affascinante, uno studio che permette di comprendere come la mitologia permei la natura delle nostri origini. Non entro nel dettaglio, però credo che la differenza fondamentale tra la religione cattolica e il paganesimo stia nell’incontro con Dio. Non tanto nei nomi quindi, ma nel modo in cui si palesa. Il Dio cattolico è composto da una sorta di psyche, da intendersi come aria, ventata, una figura incoerente con la corporeità, assoluta e impossibile allo stesso tempo; il Dio pagano invece è un Dio che scende in terra, ha una fisicità preponderante, spesso è un fanciullo, come il Dioniso delle Baccanti, e la sua venuta non richiama osanna, ma disgrazia e distruzione, infatti, il pagano con i sacrifici voleva tenere il Dio lontano. Quindi in sintesi Dio non si può nominare: è un suono, un aspetto, un’identità... è la rappresentazione di qualcosa che l’uomo non riesce a dire, per tornare al Dio come suono. Oppure una luce, un’illuminazione, penso al significato primario di Diƒos, ossia luce. La connessione con la poesia è forte, perché anche la poesia soffre di questa innominabilità. La poesia non è semplicemente andare a capo, si sa, ma se ci si chiede che cosa sia, in fondo, succede che ci si ritrova come nella definizione di Sant’Agostino sul tempo: io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo. In questo senso credo non sia un caso che il poeta fosse considerato un essere sacro, vicino agli dei: condivide col dio l’innominabilità.

3. Esattezza o indeterminatezza: da che parte sta la tua poesia?

La mia poesia è in assoluto indeterminata. Perché, banalmente, non ha un termine: per riprendere quanto detto prima, la poesia è per me un percorso individuale e collettivo, dato che faccio leggere i miei testi, mi confronto su di essi e con essi. Quindi Nel suo nome è un libro che prima di tutto vuole essere un percorso verso un’identità. Tant’è che il Nome non viene mai pronunciato, viene usato un semplice dio, con la d minuscola, perché ancora non ha un’identità, una reità: non è nominabile, appunto. Il mio primo libro è una premessa a un nome che verrà e, per quanto sia centrale la figura del dio, in realtà è ancor più determinante la figura dell’uomo e della sua quotidianità: l’unica parte di esattezza forse sta nei luoghi, nei volti, nella coerenza del testo, che non vuole essere in nulla lirico, ma cerca di essere il più possibile poematico. La finalità è raccontare la storia di quest’uomo che guarda il mondo, con una sorta di registratore visivo e costruisce, fissa immagini, le distorce per i bias che caratterizzano la nostra mente e a un certo punto incrocia dio, pensa che tutto sia finito, che sia la catastrofe.

4. Qual è il modello che ha influito di più sulla composizione del tuo ultimo libro?

Penso ci siano tanti modelli: le letture che ho fatto sono tante e insufficienti al contempo. Tutte necessarie, tutte formative. Montale credo che sia da riconoscere come asse fondante della nostra contemporaneità, è imprescindibile. Altri poeti per me fondamentali sono sicuramente Pasolini, Zanzotto, Bonnefoy, Sereni, Caproni, Cattaneo... Ma su tutti credo che i modelli principi cui ho teso sono Eliot per la sua capacità di reinterpretare in maniera geniale il poema, e Paul Celan, per la sua capacità di dire l’indicibile con un’eleganza e una determinatezza impressionanti. È incredibile come Celan riesca, senza dire nulla di particolarmente significativo all’apparenza, a farti lo stesso sentire qualcosa di potente, di grande, di maestoso in quelle poche parole.

5. Qual è il senso della scrittura poetica per te – e per la tua generazione?

Parlo prima di tutto per me. La scrittura, l’ho già detto, è un errore, quindi un costante lavorìo, necessario a costruire un testo. Ma soprattutto ci dev’essere una continuità, una sorta di legame che unisce i diversi componimenti. La mia non vuole essere una raccolta, ma un libro, un’opera. Credo che questo punto sia fondamentale: l’unità concettuale dei libri di poesia si è persa nel pubblico, un po’ per via dell’insegnamento antologico che si fa a scuola, un po’ perché molti pensano che i libri di poesia siano delle raccolte, appunto, delle collettanee di testi slegati tra loro. Questo aspetto penso sia fondamentale da smentire: i libri di poesia vanno letti dall’inizio alla fine, come succede per un romanzo (fatto salvo Rayuela di Cortàzar).
Un altro punto importante è quello dell’autobiografia in poesia. Ecco, io nelle poesie che scrivo cerco di fare in modo che i miei ricordi, le mie esperienze, appartengano a qualcun altro e in lui vengano quasi totalmente distorti, reinterpretati, rivisti. È un modo per vedere il mondo da un altro punto di vista, ma soprattutto è un modo per cercare di essere votati a un lettore, a qualcuno che possa guardare coi miei occhi qualcosa. Per questo evito di parlare propriamente di me: nel mio libro non compaio, non ci sono. Una volta che le parole si imprimono sulla tastiera del mio PC smettono di essere miei pensieri: è come se si trasferissero a qualcun altro, che si impossessa di essi e dà loro chiarezza. Ci tengo a sottolinearlo, perché spesso si pensa alla poesia come a una sorta di intima confessione, quando invece questo è solo un aspetto tra i tanti di una materia complessa quale è la poesia. Tant’è che vedo, purtroppo o per fortuna, circolare tanti testi che, in realtà, non solo altro che pensieri messi in forma di versi. E credo che quando si commentano questi testi negativamente, nasca nello scritto un’offesa non per permalosità, ma perché ci si senti defraudati della propria emotività. E non fa piacere a nessuno che succeda.
Per la mia generazione non mi sento di parlare: credo ci siano tante voci belle, interessanti, piacevoli, e che la poesia sia più fervente che mai. Devo dire che di questo ne sono felice. Infatti, ritengo che non sia morta la poesia, come spesso si sente dire. Il problema è che è morto il suo pubblico. Per cui l’unica cosa che mi sento di dire è un invito: dovremmo, noi che facciamo poesia, darci senso, nella letteralità del termine. Dobbiamo cercare di essere sentiti da chi ci legge, è necessario. Bisogna ricostruire un’alleanza col lettore, che abbiamo perso per tante ragioni, su tutte il modo che la scuola ha di insegnare la poesia – non penso che sia un caso che si studi poesia sin dalle elementari e che i pochi lettori forti sopravvissuti smettano quasi tutti di botto di leggere poesia, fatto salvo qualche disgraziato tipo noi due, che le scriviamo pure per giunta.
Esiste un forte problema col pubblico. Sarebbe utile risolverlo. A poco a poco, ma almeno provarci.


***

Sono questi anni a balenarmi in fronte,
aspettative: essere, non essere,
fare non fare. Sono queste note di vita
che mi spettano, ritratti immensi
di una scorta indecente.
L’infinito non è altro che un gioco al massacro,
dove vincono le forze del suono,
appena appena frazionate e disposte
su un bancone di frutti e ferraglia.
No, non c’è più vita tra questi vermi incoerenti.
Pensa a quel barbone: guardava
di fronte a sé il vuoto, le mani poggiate
sulle ginocchia, e stupiva la morte
che gli stava accanto e gli indicava un parco giochi.
Quell’uomo sorrideva.
Cosa sono queste malelingue?
Chiedeva un chirurgo. Io non lo so. Forse loro, ma chissà.
-spallucce-
Esistono poi le malelingue? Chi siamo?
Guardate, rotolano carta igienica,
bracciali, corde! Il baccanale è finito,
è finito, ve l’ho appena detto, è finito.
Chi sei tu? Io sono il Messiah.
E Dio? Dio mi ha rigenerato.
O cazzo. Già.


Nota biografica

Victor Attilio Campagna (22.06.1989). Consegue la maturità presso il Liceo Classico A. Manzoni di Milano. Ad ora è laureando in Medicina e Chirurgia nell’Università degli Studi di Milano.
Vince il primo premio al concorso regionale Marina Incerti nel 2008; nel 2015 rientra nella terna dei finalisti nella sezione Opere Inedite del premio Cetonaverde con la raccolta “Nel suo nome”. Con quest’ultima opera esordisce nel 2019 con la casa editrice Ensemble. Suoi testi sono stati pubblicati su La Repubblica - Milano, Inverso, Atelier, Poetarumsilva e Yawp.
Collabora come redattore nella rivista “La Tigre di Carta”, dove gestisce e cura la sezione Poesia del volume cartaceo e del relativo sito, nonché la rubrica “Lo Spiantato”.
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SOKOLOV COPERT ROMANZOPalissandreide di Saša Sokolov (Atmosphere libri, 2019) 
Traduzione  a cura di Mario Caramitti



Il tracollo del tempo, la patria come caos:
Lettura a cura di Paola Ferretti



Un autore russo tra i più apprezzati in patria e in Occidente – dove tuttora risiede, dopo essere emigrato nel 1975 - arriva in traduzione in Italia con un romanzo “fantastorico” che, dato alle stampe nel 1985, si legge oggi come un classico del postmodernismo: Palisandrija. Di Saša Sokolov, classe 1943, era già stato tradotto in anni recenti La scuola degli sciocchi, un'opera che risale all'anno dell'emigrazione. Se in quel primo romanzo non si aveva un vero intreccio, ma “un reticolato di intrecci convergenti e divergenti” - come scrive in altra sede Mario Caramitti, traduttore e curatore del volume uscito nel marzo 2019 presso l'editore romano Atmosphere Libri - qui le storie si sfilacciano in infilate di vignette, sovraffollate di un ingorgo di personaggi-fantocci tra cui spiccano per rilievo e colore i protagonisti della politica sovietica, dalla Rivoluzione fino ai primi anni '80 del secolo scorso.

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IL CENTRO CULTURALE “DON BERNINI
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IL COMUNE DI BORGOMANERO
organizzano
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