Italian poetry
Written by Clery Celeste

FOROUGHForugh Farrokhzâd è stata una poetessa iraniana. Nata a Tehran nel 1935, terza di sette figli di una famiglia borghese attenta alla loro istruzione, inizia a comporre versi e ad interessarsi d’arte a soli sedici anni. Questa l’età del precoce matrimonio con il cugino Parviz Shapoor, di molto più grande, dal quale nasce il figlio Kamyâr, che deve abbandonare ancora infante quando, alla vita familiare, sceglie la poesia, divorziando dal marito. Per le leggi religiose dominanti non è più ritenuta adatta al ruolo di madre e per il resto dell’esistenza le viene proibito di avvicinarglisi. Nel 1955 pubblica la sua prima raccolta, dal titolo “Prigioniera” (Asir), sotto impulso della scuola nimâista (She’r-e nou) di Nimâ Yushij, capostipite dei nuovi versificatori iranici, ispirata, nella temperie letteraria primo-novecentesca, a un equilibrato criterio di distacco dagli stilemi metrici e formali vigenti sino alla dinastia Qâjâr (1790-1925), accordandosi a una più libera distribuzione della musicalità entro l’intero costrutto dei versi, senza rinnegare la gloriosa tradizione prosodica del passato ma in linea con le esigenze contenutistiche ed emotive da trasmettere, verso la scoperta di nuovi temi, oltre a quelli dell’amore, della rosa e degli usignoli così cari sino ad allora. Le poesie di questo volume già contengono in nuce i tratti che ne avrebbero favorito, da parte della stampa e delle frange politiche osservanti la Shari’a, la fama di “poetessa del peccato”, voce coraggiosa della ribellione femminile, ancora alla ricerca di una identità poetica definita bensì salda nella difesa del valore individuale di ogni donna. Indole tenace, la sua, espressa a favore di quanti vengono oppressi dalla morale pubblica, attraverso le tematiche della prigionia, della sovversione, che le causano accuse di malcostume ed eresia. Nel 1956, dopo una crisi depressiva indotta dall’allontanamento forzato dal figlio, lascia l’Iran per compiere un viaggio in Italia, di cui a lungo scrive nelle “Lettere”. Poco dopo escono “Il muro” (Divâr) e “Ribellione” (’Esiyân), dove dominano i temi della nostalgia per la perduta innocenza, la distanza dall’amatissimo figlio, le pene d’amore, la trasgressione, la condizione femminile, la condanna del puritanesimo della società, l’ipocrisia delle legislazioni vigenti. Queste tre opere sono per la poetessa «gli ultimi affannosi respiri prima di arrivare a una specie di liberazione dall’individualismo e giungere alla fase dell’elaborazione mentale», una sorta di incubazione della maturità, raggiunta nel 1964 con “Un’altra nascita” (Tavallodi digar). Con la presente l’autrice diviene la voce trainante della rivoluzione letteraria iranica contro la censura del regime Pahlavi, facendo corrispondere alla propria scrittura un impegno politico e sociale verso la collettività di ogni genere e paese. Tentativo di restare, di esserci, mentre «tutti i valori hanno perso il loro peso e stanno per crollare». Il dettato sorgivo e a tratti ingenuo della sua prima produzione si raffina pertanto in un essenziale minimalismo dai toni conversativi, mediante il superamento dell’esclusività biografica di contenuto, nell’ottica di uno sguardo universale sulla condizione umana. I caratteri soggettivi del passato divengono qui metafora di una perduta unità, di una nostalgia dell’Origine comune a tutti i popoli (tema già presente, a ben pensarci, nel Masnavi del Mowlānā), ancestrale tensione di vita che va oltre il retaggio del proprio destino. Canto d’amore e morte, il volume segna l’approdo a un vocabolario di stampo colloquiale che, accostatosi ai valori della lotta civile, non perde tuttavia l’eredità mistica del fiore lirico fārsī, nella sua ancipite e melodiosa spiritualità, al contempo intrisa di silenzio e grida, di eterodossa e ruvida ascesi, propria di chi ancora ritiene esaudibile la liberazione dalle policrome sovrastrutture che assediano l’umano (memorabile maestro fu Omar Khayyâm). La poesia è in questo senso espressione immediata di vita, sperimentata dapprima interiormente e poi lanciata alle persone come apocatastasi. Realismo e astrazione verso una geometria euritmica di priorità fondamentalmente semantica, questa della Farrokhzâd, per la quale «la Poesia nasce dalla vita e dalla realtà, non bisogna sfuggire o rifiutare, bisogna andare avanti e sperimentare anche gli attimi più dolorosi e più grotteschi». Testimoniare, vivere il mondo: tale il compito di chi scrive, per racchiudere il sovrasensibile con le reti del sensibile, volo di uccello che pigmenta il cielo (i versi del poeta) verso la numinosa origine del sole, l’unione con la realtà eterna. Ma per giungere al cielo pari interesse va riservato alle sorti della terra, alla sua sofferenza, come accade nel 1962, quando realizza un coraggioso documentario sui lebbrosi di Tabriz, incoraggiato dall’incontro d’amore avvenuto nel frattempo con il regista Ebrâhim Golestân. A lui scrive l’autrice: «Se potessi essere parte di questo immenso infinito, allora potrei stare dove voglio io... Vorrei finire così o continuare così... Dalla terra nasce sempre una forza che mi attira verso di sé, andare avanti o salire non mi importa, vorrei soltanto sprofondare insieme a tutte le cose che amo. E insieme a tutte le cose che amo integrarmi e mescolarmi in una totalità immutabile». Una profezia, come solo le proverbiali negromanti sanno compiere su se stesse, poiché la morte la coglie improvvisamente il 13 febbraio 1967, tra le stradine tortuose del vecchio quartiere di Shemirân, a Tehran, in un incidente stradale. «Ricordati del volo/ l’uccello è mortale», sembra sussurrare la sua scarna tomba, ai piedi delle montagne innevate di Elburz, a chi va portandole un fiore. Quel volo custodito tra le pagine infuocate e magiche dei suoi libri, che per mezzo secolo gli studenti di tutto l’Iran e non solo hanno esibito come stendardo di libertà e di uguaglianza: quel volo che nessuno mai potrà più trattenere. Del resto «come si può/ a chi se ne va/ così paziente,/ così pesante,/ così perduto,/ ordinare di fermarsi?».

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